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    L’emergenza coronavirus in Serbia: una tempesta perfetta

    In breve

    • In Serbia il Governo ha sottovalutato inizialmente la minaccia rappresentata dal coronavirus, imponendo poi restrizioni drastiche alla popolazione.
    • Le continue e contraddittorie dichiarazioni del Presidente Vučić hanno creato allarme e posto seri dubbi sul futuro “europeo” del Paese.
    • Per Vučić l’emergenza rappresenta un banco di prova decisivo in vista delle prossime elezioni, rimandate a causa dell’epidemia.
    • Impaurito e confuso, il popolo serbo teme il crollo economico e la possibile deriva autoritaria del Paese.

     

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 7 min.

    AnalisiInzialmente sottovalutata, l’epidemia di coronavirus sta avendo conseguenze drammatiche in Serbia, tra timori per l’economia e tendenze autoritarie del Governo. Su tutto spicca la performance controversa e “ingombrante” del Presidente Vučić, che sta forse usando la crisi per favorire la propria rielezione.

    DALLE BATTUTE SCHERZOSE ALL’EMERGENZA

    In una conferenza stampa tenutasi il 26 febbraio scorso, il Presidente della Repubblica serbo Aleksandar Vučić sosteneva che il coronavirus non fosse affatto pericoloso e che esistesse soltanto su Facebook. Scherzosamente affermava di prevenire il contagio bevendo un bicchiere di rakjia (la grappa serba) al giorno. Il dottor Branimir Nestorović, pneumologo, gli faceva eco con queste inquietanti parole: “Chiedo alle persone di smettere di credere a informazioni non provate: (…) già si sa che la pericolosità del virus diminuisce. Gli estrogeni difendono le donne, che presentano forme lievi e non muoiono a causa del virus. Per questo motivo, donne, andate liberamente a fare shopping a Milano, ho sentito dire che ci sono sconti enormi (…). Vedo che chiudono le frontiere, che gli aerei non volano… Cose senza senso. Non posso credere che un popolo (quello serbo, ndr) che è sopravvissuto ai bombardamenti, alle sanzioni e a ogni tipo di maltrettamento, sia spaventato dal virus più stupido nella storia dell’umanità”. Il 6 marzo viene registrato il primo caso di coronavirus in Serbia. Cinque giorni dopo, un preoccupatissimo Vučić indice una nuova conferenza stampa, durante la quale attacca i pochi giornalisti presenti, tutti accuratamente selezionati e appartenenti ai media di regime: “Nessuno ha mai detto che questo sia il virus più stupido mai esistito, nessuno! Non dite bugie!”. Il dottor Nestorović, pur continuando a far parte dell’Unità di Crisi, è scomparso, sostituito dal più mite, competente (ma anche servile) dottor Koen, epidemiologo. Il 15 marzo il Presidente, in accordo con la premier Ana Brnabić e la Presidente del Parlamento Maja Gojković, decide di introdurre lo stato di emergenza: tutti i poteri sono cioè concentrati nelle mani del Governo. Balza subito all’occhio la prima stranezza: se il Governo ha pieni poteri, perché nei giorni successivi al 6 marzo solo Vučić si rivolge ai giornalisti e al popolo per le comunicazioni più importanti? Ana Brnabić è spesso presente, ma svolge un ruolo da figurante, a testimoniare che il potere reale in Serbia è nelle mani del Presidente, nonostante la Costituzione preveda per questa carica un ruolo poco più che cerimoniale. In ogni caso, il Presidente annuncia che ai cittadini che abbiano più di 65 anni è categoricamente vietato di uscire di casa: Vučić sostiene, in uno dei suoi quotidiani monologhi davanti alle telecamere, che non permetterà che a morire siano “le nonnine e i nonnini, coloro che hanno creato questo Paese”. Il 17 marzo Vučić annuncia che ha deciso di proporre al Governo (che naturalmente accetta) il coprifuoco quotidiano dalle 17 alle 5, che verrà successivamente prolungato per l’intera durata del fine settimana. Durante il coprifuoco, chiunque venga fermato per strada senza uno speciale permesso è soggetto all’arresto immediato, con processo via Skype. Nonostante al momento la situazione epidemica non sia drammatica – 3.630 casi al 13 aprile – le misure draconiane servono a impedire il crollo del sistema sanitario, che ha una capacità ricettiva minore rispetto a quella garantito 30 anni fa dalla Yugoslavia.

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    Fig. 1 – Le strade di Belgrado sono deserte dopo l’imposizione del coprifuoco da parte del Governo

    LO SHOW DEL PRESIDENTE

    Dal 21 marzo in poi si moltiplicano gli interventi pubblici del Presidente, sia per mezzo di conferenze stampa, sia per mezzo di apparizioni televisive. Ai toni drammatici fanno seguito minacce esplicite: il 29 marzo, dagli studi di Prva TV, il Presidente annuncia di voler introdurre il coprifuoco 24 ore su 24. Alla domanda della giornalista “E come sarà organizzato questo coprifuoco?”, Vučić risponde di non avere ancora le idee chiare, dato “che nella vita non ha mai organizzato nulla del genere”. Il 30 marzo, come reazione alle minacce di Vučić, davanti ai negozi si formano code enormi, gli scaffali dei supermercati si svuotano, in poche ore scompaiono farina e carta igienica. Sui pochi media indipendenti, come il quotidiano Danas e il sito on line Peščanik, piovono critiche sulle incaute parole di Vučić, che hanno portato migliaia di persone ad accalcarsi nei negozi, cosa che potrebbe aver favorito l’ulteriore diffusione del virus. Nel frattempo vengono allestiti ospedali da campo per i malati lievi di Covid alla fiera di Belgrado e in altri edifici pubblici. Alla fiera non ci sono docce e non c’è l’acqua calda. Vučić con soddisfazione afferma: “Vedo che il popolo si è impaurito guardando le immagini della fiera. Devo trovare una punizione ancora peggiore”. La colpa della diffusione del virus viene attribuita al popolo che passeggia per le città e l’unità di crisi manda sms a tutti coloro che abbiano una sim della compagnia telefonica statale MTS: “Ci stiamo avvicinando allo scenario italiano e spagnolo. Per favore siate responsabili nei confronti di voi stessi e degli altri, state a casa!”. L’sms crea ancora una volta polemiche fra i pochi media indipendenti e panico fra la popolazione. Le strane e a volte beffarde esternazioni di Vučić non finiscono qui: alla domanda di un giornalista sul numero di respiratori disponibili negli ospedali del Paese, il cui sistema sanitario era al collasso anche prima dell’arrivo del coronavirus, il Presidente risponde che si tratta di un segreto di Stato. Nei giorni successivi, Vučić chiarisce di non voler comunicare il numero preciso delle macchine per la respirazione artificiale “perché così i Paesi stranieri ce ne regalano ancora di più”. Il 15 marzo Vučić afferma di avere scritto al Presidente cinese Xi Jinping per chiedere aiuto tecnico e sanitario contro il coronavirus: asserisce di aver indirizzato a lettera al collega chiamandolo “non solo mio amico, ma anche fratello”. L’aiuto cinese arriverà, ma ciò che colpisce l’attenzione è l’improvviso cambiamento di alleanze internazionali: non si percorre più, sembra dire il Presidente, la strada per entrare in Europa (evropski put), così come non si invoca più l’aiuto dei fratelli russi, ma di quelli cinesi. È un chiaro segnale che la Serbia si avvia verso nuovi scenari di politica internazionale (anche se non sembra che il Ministro degli Esteri Ivica Dačić sia stato consultato) e verso un modello di politica interna basato sull’autocrazia, proprio come in Cina.

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    Fig. 2 – Il Presidente serbo Vučić insieme a quello cinese Xi Jinping durante la sua visita a Pechino dell’anno scorso

    LA QUESTIONE ELETTORALE

    Con la crisi innescata dal coronavirus, Vučić si gioca tutto. Le elezioni erano previste per il 26 aprile, ma sono state spostate a tempo indeterminato a causa dell’epidemia. Si terranno al termine dello stato di emergenza, che può durare al massimo 6 mesi. A questo proposito, un episodio increscioso ha gettato una luce sinistra sul Governo e sulla Presidenza: durante l’ennesima conferenza stampa, Darija Kisić Tepavčević, sostituto del direttore dell’Istituto per la Salute Pubblica “Milan Jovanović Banut” –  l’unica istituzione a poter analizzare i tamponi in tutto il Paese – ha asserito che il primo caso di coronavirus in Serbia è stato registrato il 1° marzo, mentre la versione ufficiale parla del 6 marzo. Nonostante la signora Tepavčević abbia successivamente smentito la propria affermazione, giornalisti di opposizione e analisti considerano la sua dichiarazione un vero e proprio lapsus freudiano. Vučić avrebbe volutamente tenuto nascosto il primo caso di infezione per permettere ai partiti politici di raccogliere le firme per presentarsi alle elezioni, che sono state indette dallo stesso Vučić già il 4 marzo. Ciò avrebbe permesso al Presidente di cominciare una lunga campagna elettorale, in cui si pone come difensore del popolo serbo nei confronti di quel nemico invisibile che è il virus, e di proclamare lo stato di emergenza senza andare contro la Costituzione: nel momento in cui si indicono le elezioni, infatti, il Parlamento è automaticamente sciolto. Vučić non ha avuto neanche la necessità di interrogare (e di far votare il Parlamento) sullo stato di emergenza.

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    Fig. 3 – La Fiera di Belgrado è stata trasformata in un ospedale da campo per ospitare i malati di Covid-19

    PAURA E TENTAZIONE AUTORITARIA

    In questo momento il popolo serbo è confuso e impaurito. Più che al proprio Presidente, crede ai medici e alla paura di infettarsi. Per questo sta a casa. Il rischio che la paura si trasformi in rabbia esiste, sopratutto perché le misure varate dal Governo per proteggere l’economia non sono ancora del tutto chiare e gli aiuti promessi (anche validi) alle aziende non arriveranno prima di maggio, così come il regalo di 100 euro promesso dallo stesso Vučić a tutti i cittadini serbi maggiorenni. Quest’ultima è chiaramente una manovra propagandistica pre-elettorale. Intanto alcuni ospedali, come quello di Ćuprija, sono già al collasso, con l’intero pesonale medico e paramedico contagiato. Gojko Božović, direttore della casa editrice Arhipelag e scrittore, sintetizza molto bene l’attuale situazione in Serbia: “Vučić ha scelto di radicalizzare le misure contro il Covid per due motivi: il primo deriva dal fatto di non avere il controllo della situazione: il Covid lo ha sorpreso. Radicalizzare le misure vuol dire anche scrollarsi di dosso ogni responsabilità. Il secondo motivo si nasconde nel problema che ogni autocrate si trova a fronteggiare quando qualcosa crea più paura di quella che genera lui. È ciò che sta succedendo a Vučić: non controlla più la situazione e il popolo se ne accorge, così come capisce che non controlla più neanche se stesso. I prossimi giorni saranno decisivi, e sarà decisiva anche la durata di questa emergenza. Una cosa è certa: a Vučić piace questo stato di emergenza, difficile che le cose in Serbia torneranno come erano all’inizio di marzo. Per questo abbiamo una tempesta perfetta: l’epidemia con le paure che si porta dietro, il crollo economico e l’autoritarismo”.

    Christian Eccher

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    Christian Eccher
    Christian Eccher

    Sono nato a Basilea nel 1977. Mi sono laureato in Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove ho anche conseguito il dottorato di ricerca con una tesi sulla letteratura degli italiani dell’Istria e di Fiume, dal 1945 a oggi. Sono professore di Lingua e cultura italiana all’Università di Novi Sad, in Serbia, e nel tempo libero mi dedico al giornalismo. Mi occupo principalmente di geopoetica e i miei reportage sono raccolti nei libri “Vento di Terra – Miniature geopoetiche” ed “Esimdé”.

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