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    Da Hanoi – Dopo il primo appuntamento sul Vietnam, interessante Paese asiatico in fortissima crescita, ritorniamo per vedere quali sono i punti di criticità. Oggi il Vietnam si propone come una punta di diamante tra i paesi della penisola Indocinese, ma non vanno sottovalutati i rischi di questa frenetica corsa alla ricchezza, sia per il paese, che per chi ci investe. La forte crescita economica è dovuta infatti a settori a basso contenuto tecnologico e di innovazione, mentre permangono forti problemi per quanto riguarda il rispetto di norme basilari per il commercio globale come l’anti-imitazione.

    LE POTENZIALITÀ – La sorprendente crescita del Vietnam e lo sforzo per l’apertura al mercato globale hanno innescato la competizione dei paesi vicini e messo la pulce nell’orecchio agli investitori esteri.

    Tra il 2000 e il 2009 il paese ha registrato più di 120 miliardi di US$ in investimenti esteri con un picco di 64 miliardi solo nel 2007 in occasione dell’entrata nel WTO. Questo ha valso al Vietnam il 12° posto per 3 anni consecutivi nell’indice Kearney di attrattività per l’investimento estero, spiazzando Indonesia e Malesia che sono rispettivamente 20 e 21esima.

    A favore del paese ci sono numerosi fattori come la discreta stabilità del governo, un mercato interno in espansione e soprattutto il basso costo della manodopera. Quest’ultima è la leva che sta spingendo molti produttori del manifatturiero a spostare le sedi verso sud, dinanzi ad una Cina che si specializza, alza i salari e apprezza la moneta, trasformandosi da fabbrica a negozio del mondo (China-plus-one strategy).

    Il Vietnam riesce a battere i suoi vicini perché ha un costo del lavoro (0,40$ all’ora) a livello di paesi come il Bangladesh o la Cambogia, che però sono molto inferiori per infrastrutture.

    I RISCHI – In realtà gli investitori si sono dimostrati più cauti di quello che sembra: solo il 50% del capitale estero registrato è stato effettivamente sborsato, a causa di ritardi e difficoltà di natura operativa.

    Il paese è ancora debole per quanto riguarda i trasporti, la logistica e i canali di distribuzione. Se è vero che la manodopera è a basso costo, c’è da dire che la forza lavoro è poco specializzata e richiede grossi investimenti nel training. Coloro che puntano alla domanda domestica invece devono considerare i costi di adattamento del prodotto e le differenze culturali, in un mercato dove il marketing e la pubblicità sono pratiche pressoché inesistenti.

    Altri ostacoli riguardano la difficile applicazione della nuova normativa WTO, soprattutto a livello locale, un sistema di prezzi doppi che portano elettricità, acqua e affitti a livelli quasi europei, infine la totale indifferenza verso la normativa anti-imitazione. Non c’è quindi da stupirsi se, nonostante gli incentivi per settori ad alto tasso tecnologico, più del 55% dei capitali esteri si sia concentrato in edilizia, immobiliare e turismo: investimenti non produttivi e a basso trasferimento di know-how.

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    UNO SGUARDO AI NUMERI – Nell’ultimo piano quinquennale il governo si è posto come obiettivo il raggiungimento della completa industrializzazione entro il 2020. Superata l’euforia da WTO molti dubbi rimangono. Gli indicatori macroeconomici parlano chiaro: la bilancia commerciale presenta un deficit sempre più allarmante dovuto ad un export a basso valore aggiunto e un import ad alto contenuto tecnologico (macchinari e materie prime lavorate). In un tentativo di risanamento, il governo ha svalutato la moneta ben tre volte negli ultimi dodici mesi e ridotto il costo del denaro. Queste manovre, combinate a un pacchetto di stimoli anticrisi, hanno fatto ripartire l’economia all’inizio dell’anno, ma già si temono pressioni sui prezzi. Per ristabilizzare la bilancia dei pagamenti e fugare il rischio inflazione, la banca centrale ha alzato l'interesse domestico, ma ha tagliato quello sui prestiti in US$, aumentando così l'esposizione verso l'estero.

    Una situazione complessa che oggi vede gli interessi stranieri allineati con quelli del governo, ma fa presagire la trasformazione dell’idillio in un braccio di ferro nel medio lungo periodo.

    Se il governo non implementa oggi delle politiche che assicurino uno sviluppo concreto rischia il collasso e la conseguente fuga di capitali nel medio periodo. D’altro canto, così com’è successo in Cina, una scommessa più lungimirante in tecnologie, energia, welfare e infrastrutture, risulterà in un rafforzamento della struttura paese, ma anche in un adeguamento dei redditi e dunque dei costi del lavoro. Se ci aggiungiamo la possibilità di perdere il vantaggio competitivo sulle tecnologie, la convenienza a investire nella “nuova tigre” inizia a sfumare.

    Valeria Giacomin

    redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Valeria Giacomin
    Valeria Giacomin

    Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
    Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
    Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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