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    In breve

    • Lo scorso 22 aprile, il Governo di transizione del Sudan ha reso ufficialmente illegali le mutilazioni genitali femminili.
    • Secondo l’Unicef , circa l’87% delle donne sudanesi di età compresa fra i 15 e i 50 anni ha subito mutilazioni genitali femminili. La pratica è ancora diffusa in molti Paesi del mondo.
    • La comunità internazionale non è rimasta indifferente agli sforzi di democratizzazione e tutela dei diritti umani intrapresi dal Governo di transizione, formato ad agosto 2019.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi – Dopo trent’anni di dittatura, il Paese sembra pronto a voltare pagina, cominciando dal riconoscimento dei diritti e delle libertà fondamentali delle donne.

    1. UNA DECISIONE STORICA

    Lo scorso 22 aprile il Governo di transizione del Sudan guidato da Abdalla Hamdok ha approvato un emendamento all’ art.141 del codice penale con il quale ha reso ufficialmente illegali le mutilazioni genitali femminili praticate sia all’interno che all’esterno di strutture sanitarie. La nuova legge prevede una pena di tre anni di reclusione, una multa e la confisca dei locali in cui si è consumata la violazione. Dopo tanti sforzi e tentativi mancati, il Sudan è riuscito in quella che fino a un anno fa era considerata ragionevolmente un’impresa impossibile. Durante la presidenza di Omar Al Bashir, infatti, sono state tante le iniziative popolari supportate dalla comunità internazionale a favore dell’eliminazione di questa brutale e disumana pratica. Tutte le proposte di legge si fermavano e ristagnavano in Parlamento o non ci arrivavano del tutto a causa della dura opposizione da parte dei gruppi religiosi. Dopo la deposizione del dittatore sudanese, messo sotto inchiesta per crimini commessi in Darfur e accusato di genocidio e di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale, ha preso avvio in Sudan un rapido processo di liberalizzazione che si è concretizzato a novembre con l’abrogazione della tanto contestata legge sull’ordine pubblico, che imponeva restrizioni severe e discriminatorie alle libertà fondamentali delle donne. Durante il regime di Bashir, infatti, alle donne non era consentito indossare pantaloni in pubblico o stare in compagnia di uomini che non facessero parte della propria ristretta cerchia famigliare. La criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili a livello nazionale è stata accolta da attivisti e difensori dei diritti umani con grande entusiasmo e anche con la consapevolezza che c’è ancora tanto da fare.

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    Fig. 1 – Donne sudanesi manifestano fuori dalla sede del Ministero della Giustizia nella capitale Khartoum in occasione della Giornata Internazionale della Donna per protestare contro l’esistenza di leggi discriminatorie. Le molestie sessuali, per esempio, non sono ancora considerate reato

    2. NON È SOLO UN PROBLEMA SUDANESE

    Le mutilazioni genitali femminili sono pratiche tradizionali che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che consistono nell’incisione e asportazione parziale o totale degli organi genitali esterni femminili. In determinate comunità la mutilazione è una tappa obbligatoria nella vita sociale di una donna. Solo la donna mutilata viene considerata degna di diventare membro rispettabile della società, e pura, circostanza che la rende più appetibile agli occhi di un aspirante marito. Secondo l’Unicef , circa l’87% delle donne sudanesi di età compresa fra i 15 e i 50 anni ha subito mutilazioni genitali femminili. In 29 Paesi dell’Africa e del Medio Oriente le mutilazioni genitali vengono ancora largamente praticate nonostante l’esistenza di leggi e decreti che le vietino in almeno 24 di questi. Anche alcuni Stati del Sudan si erano già muniti di leggi che vietavano tale pratica e che nella realtà non venivano rispettate. Si stima che 200 milioni di ragazze e donne in tutto il mondo abbiano subito le mutilazioni.

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    Fig. 2 – Un medico egiziano fa informazione sulle FGM (Femal Genital Mutilation) nel corso di una campagna di sensibilizzazione svoltasi a Giza, nella periferia della capitale Il Cairo lo scorso febbraio

    3. ALBA DI UNA NUOVA ERA O SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE?

    Il timore manifestato da molti attivisti per i diritti umani è che la nuova legge di fatto non venga rispettata. In diversi Paesi in cui già da tempo sono state promulgate leggi che formalmente vietano tale pratica, le comunità locali continuano a metterla in atto indisturbate. Eppure sembra che il Sudan sia veramente sulla buona strada e la comunità internazionale non è rimasta indifferente agli sforzi fatti dal Paese nel processo di democratizzazione e nella tutela dei diritti umani. Il Governo di transizione, formato lo scorso agosto e incaricato di condurre il Paese verso la democrazia, ha recentemente incassato un importante endorsement da parte degli Stati Uniti. In una nota del 13 maggio, il Dipartimento di Stato americano ha dichiarato di aver notificato al Congresso l’elenco dei Paesi considerati non cooperanti con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo. Per la prima volta dal 1993, fra questi non figura il Sudan. Questo potrebbe essere un primo passo verso l’eliminazione di questo Paese dalla black list degli Stati Canaglia e un suo pieno reinserimento nella comunità internazionale.

    Giulia Cannizzaro

    Sudanese Women” by D-Stanley is licensed under CC BY

    Giulia Cannizzaro

    Appassionata di relazioni internazionali e di diritto internazionale, con un occhio di riguardo per i diritti umani, ho studiato relazioni internazionali presso l’Università degli Studi di Milano. Collaboro con la trasmissione di esteri “Nessun Luogo è Lontano”di Giampaolo Musumeci, su Radio24-Il Sole 24 Ore. Sogni nel cassetto: diventare la nuova Christiane Amanpour e imparare a giocare a basket

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