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    La stretta di Pechino su Hong Kong

    In breve

    • L’Assemblea nazionale del Popolo ha dato mandato al suo Comitato permanente di redigere il testo di una nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong.
    • In seguito alla votazione diversi leader internazionali hanno minacciato l’applicazione di contromisure qualora la legge dovesse essere imposta.
    • I media statali cinesi hanno approfittato delle proteste che stanno incendiando gli USA per restituire le critiche ricevute nell’ultimo anno da Washington.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi La nuova legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong torna ad infuocare le proteste che proseguono ininterrotte da oltre un anno. La messa in discussione della formula “un Paese due sistemi” ha scatenato la reazione internazionale mettendo in discussione lo status della regione.

    1. LA NUOVA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE

    Il 28 maggio l’Assemblea nazionale del Popolo, la più alta Istituzione statale cinese, in seguito ad una votazione ha dato il via libera alla redazione di una legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, aggirando il suo Consiglio legislativo. Lo scopo è quello di reprimere le proteste che hanno sconvolto la città nell’ultimo anno, vietando “qualsiasi atto o attività” che metta in pericolo la sicurezza nazionale della Cina, inclusi separatismo e terrorismo.
    In seguito alla votazione i manifestanti sono tornati a riversarsi nelle piazze mettendo in mostra cartelli con su scritto “Hong Kong Will Become Xinjiang! Stanley Will Become Qincheng“, alludendo al pericolo che il carcere di massima sicurezza di Hong Kong (Stanley) possa diventare come quello di Pechino (Qincheng), dove sono stati imprigionati molti attivisti per i diritti umani, tra cui il premio Nobel Liu Xiaobo. Lo slogan fa inoltre riferimento alla regione cinese dello Xinjiang, in cui centinaia di migliaia di uiguri sono detenuti in campi di rieducazione. È forte dunque il timore che l’approvazione della legge possa portare a persecuzioni da parte di Pechino nei confronti di chiunque manifesti le proprie idee politiche e non solo.
    Oltretutto il 4 giugno, giorno dell’anniversario del massacro di Piazza Tienanmen del 1989, il Parlamento di Hong Kong ha approvato una legge che rende perseguibile qualsiasi forma di insulto all’inno nazionale cinese. Se in molti vedono nella legge una grave violazione della libertà di espressione, la maggioranza parlamentare la ritiene “necessaria” affinché i cittadini di Hong Kong rispettino l’inno.

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    Fig. 1 – Manifestazione a Hong Kong per commemorare l’inizio delle proteste anti-governative dell’anno scorso, 9 giugno 2020

    2. LE REAZIONI INTERNAZIONALI

    Le critiche che hanno fatto seguito al voto del Parlamento cinese non sono provenute soltanto dai cittadini di Hong Kong, ma anche da diversi Governi occidentali. Mike Pompeo, Segretario di Stato americano, ha dichiarato che “Hong Kong non è più autonoma dalla Cina”, in quanto il concetto di “ un Paese due sistemi”, che è alla base dell’accordo sino-britannico, è stato superato. Londra si era infatti impegnata a restituire Hong Kong alla Cina entro il 30 giugno 1997, a patto che Pechino avesse mantenuto l’impianto amministrativo e l’assetto capitalistico della città per almeno cinquant’anni, facendo così coesistere all’interno della Cina delle aree amministrate con un differente ordinamento istituzionale e un diverso sistema economico.
    In risposta alla votazione il Presidente USA Donald Trump ha minacciato l’applicazione di contromisure nei confronti di Hong Kong, come la revoca dello status di zona doganale speciale. Anche Boris Johnson, Primo Ministro britannico, ha commentato negativamente il provvedimento affermando di essere pronto ad offrire una cittadinanza agevolata a quasi 3 milioni di residenti a Hong Kong.
    Inoltre in una dichiarazione congiunta con Stati Uniti, Canada e Australia, Londra ha condannato la legge voluta da Pechino, in quanto la sua applicazione sarebbe in conflitto diretto con gli obblighi internazionali che la Cina si è assunta con la Dichiarazione congiunta sino-britannica registrata presso le Nazioni Unite.

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    Fig. 2 – Una recente conferenza stampa del Segretario di Stato USA Mike Pompeo

    3. DUE PESI E DUE MISURE

    Le proteste scoppiate negli USA, in seguito alla morte di George Floyd durante un arresto, stanno rappresentando per i media statali cinesi una buona occasione per restituire al Governo statunitense le accuse che Washington ha mosso ad Hong Kong a partire dal giugno dello scorso anno per la cattiva gestione delle manifestazioni pro-democratiche.
    Infatti, come riportato da Al Jazeera, Hu Xijin, il caporedattore del tabloid nazionalista cinese Global Times, ha recentemente affermato: “Il Presidente della Camera degli Stati Uniti Nancy Pelosi una volta ha definito le violente proteste di Hong Kong “uno spettacolo meraviglioso da vedere. […] I politici statunitensi ora possono godere di questo spettacolo dalle loro stesse finestre”. Anche Carrie Lam, la leader di Hong Kong, non ha perso l’occasione, dopo essere stata al centro delle critiche per oltre un anno, di accusare gli USA di applicare un doppio standard quando rispondono alle loro proteste interne e quando commentano la reazione degli altri Paesi nel sedare le contestazioni.

    Alessandro Di Folco

    19 Jan 2020 sanction hk govt 07” by etanliam is licensed under CC BY-ND

    Alessandro Di Folco
    Alessandro Di Folco

    Nato a Roma, classe ’93. Ho conseguito il titolo di Laurea Magistrale in Scienze Politiche – Relazioni Internazionali –  presso l’Università Sapienza di Roma. Collaboro con il Caffè Geopolitico per l’area asiatica, di cui sono particolarmente interessato.

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