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    Trump vs. TikTok: la guerra dei social

    In breve

    • Trump firma un ordine esecutivo: TikTok venduta ad azienda USA o fuori dal mercato nordamericano entro 45 giorni. Dure le reazioni della Cina che minaccia ritorsioni, protestano i netizens di tutto il mondo.
    • TikTok è l’astro nascente dei social mondiali, si rivolge in particolare a giovani e giovanissimi e cresce in maniera tanto rapida da venire imitato anche da Facebook.
    • Al di là delle questioni relative alla raccolta e gestione dei dati, preoccupa la censura sistematica di contenuti invisi a Pechino. Contemporaneamente Twitter, a sua volta interessata ad acquisire TikTok, “etichetta” i media di Stato non indipendenti.

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    In 3 sorsi – Trump firma l’ordine esecutivo che ricatta ByteDance: vendere TikTok entro 45 giorni o subire il ban totale dagli USA. La Cina e il mondo del tech protestano. Oltre al problema dei dati si pone quello del vetting cinese sui contenuti, perlopiù diretti a una demografia estremamente giovane.

    1. L’ORDINE ESECUTIVO

    Dopo la national security probe a seguito del merger di ByteDance con Musical.ly che ha introdotto TikTok negli Stati Uniti, Trump ha firmato l’ordine esecutivo per il ban di TikTok e WeChat dal mercato USA: chiunque dovesse intrattenere transazioni con ByteDance sarebbe soggetto a sanzioni. C’è però un caveat virtualmente senza precedenti: TikTok potrà mantenere la sua presenza sul mercato USA se sarà acquisita da un’impresa statunitense entro 45 giorni. A quello che si profila in sostanza come un ricatto, ByteDance ha annunciato di voler fare ricorso per incostituzionalità.
    Ancora una volta la comunicazione di Trump è disordinata e imprevedibile: a intermittenza è contrario all’acquisizione di TikTok per ragioni di sicurezza dei dati. Segue forse un dietrofront umorale, forse invece una parte della sua tattica negoziale con Microsoft – che ora è il più probabile acquirente – cui Trump, scioccando giuristi e fiscalisti, chiede un “ingente contributo” al Tesoro USA, poiché “senza l’intervento del Governo la transazione non sarebbe possibile”. Si prospetta dunque un’operazione da 50 miliardi di dollari che i media cinesi definiscono un furto inaccettabile, annunciando non precisate misure di ritorsione che potrebbero colpire anche Microsoft. Se questo dovesse scoraggiare Bill Gates, sembra che anche a Twitter Inc. siano interessati a una possibile acquisizione.

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    Fig.1 – Alcuni passanti camminano di fronte al quartier generale di ByteDance Ltd. a Pechino, 4 agosto 2020

    2. LA GIOVANE TIGRE DEI SOCIAL

    La questione di TikTok coinvolge anche i giovanissimi di tutto il mondo, tra chi utilizza la piattaforma come social e chi invece monetizza i propri contenuti. La decisione di Trump viene dunque recepita con fastidio dalla comunità tech online, anche perché Microsoft non ha un buon track record di operazioni nel mondo dei social. Anche i netizens cinesi sono infuriati e un’ondata di aspre critiche ha travolto sui social Zhang Yiming, CEO di ByteDance, perché apparentemente disposto a vendere.
    TikTok potrebbe non essere il futuro dei social, ma ne è diventato sicuramente il presente, mescolando il format della “storia” di Instagram con il concetto di “vine” che impazzava sui siti di video streaming anche prima che YouTube ottenesse un quasi-monopolio del settore.
    Facile da usare, con un’interfaccia accattivante e con l’immediata fruibilità che il format di video breve presuppone, TikTok è talmente vincente da spingere Facebook a creare il clone Instagram Reels, all’inseguimento di numeri da capogiro: in crescita continua gli oltre due miliardi di download, di cui 87 milioni aggiornati a luglio 2020 nei soli USA. Al mese gli utenti attivi sono 800 milioni, di cui il 60% appartenenti alla Gen Z, cioè nati tra il 1997 e il 2010, che in termini politici significa anche la base elettorale del futuro.

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    Fig. 2 – Il disclaimer sulla privacy policy di WeChat sullo schermo di un iPhone statunitense, 7 agosto 2020

    3. IL VETTING CINESE SUI CONTENUTI

    Tra la questione relativamente banale – ma lucrativa – delle ad revenues e quella della raccolta e gestione dei dati si pone anche il problema della propaganda, nonostante esistano due server distinti per i contenuti dentro e fuori dalla mainland. Più che la diffusione attiva di propaganda cinese, su TikTok parrebbe esserci un trend di censura di temi politicamente sensibili per Pechino. Ad esempio, prima del ban in India che ha coinvolto anche Wechat e Weibo aveva fatto scalpore il leak di una mail interna al team di moderatori indiano che raccomandava di censurare tutti i contenuti contro il Governo cinese, in particolare riguardo al Tibet e al Dalai Lama.
    Anche se il leak in questione non ha ricevuto conferme o smentite, questo tipo di approccio all’informazione non sarebbe una novità nei media cinesi pubblici e privati. Proprio per far fronte all’opacità di certi contesti editoriali, Twitter ha creato un’etichetta per i media che ricevono finanziamenti statali e per gli account gestiti da funzionari governativi. La definizione include situazioni in cui “si esercita un controllo sul contenuto editoriale attraverso risorse finanziarie, pressioni politiche dirette o indirette e/o controllo sulla produzione e distribuzione dei contenuti”. Sono esclusi invece gli outlet che ricevono fondi statali mantenendo l’indipendenza editoriale, come CNN e BBC, aprendo un dibattito sulle modalità di accertamento dell’indipendenza editoriale.

    Federico Zamparelli

    Photo by konkarampelas is licensed under CC BY-NC-SA

    Federico Zamparelli
    Federico Zamparelli

    Udinese per nascita e affinità calcistica, genovese nel cuore, cittadino del mondo anche se fa un pochino cliché. Ho studiato Scienze Diplomatiche al SID di Gorizia (Università di Trieste) e proseguito con una magistrale in Global Studies, in un programma di doppia laurea con la LUISS di Roma e la China Foreign Affairs University di Pechino. Ora frequento un corso intensivo di lingua e cultura cinese alla Tsinghua University di Pechino, perché proprio non riesco a resistere al fascino del “regno di mezzo”. Parlo correntemente inglese e francese, le mie aree di maggior interesse sono l’Africa e l’Asia – in particolare la Cina – e nel Caffè metto la mia passione per l’economia, l’high tech e le politiche energetiche.

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