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    Putin, l’uomo del 2013

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    Il 34% dei nostri lettori ha scelto Vladimir Vladimirovic Putin come uomo più influente del 2013, precedendo Papa Francesco ed Edward Snowden, entrambi al 16%. Eletto Presidente nel 2000 con il 53% delle preferenze, confermato nel 2004 con il 71% e di nuovo al Cremlino dal 2012 superando il 60%, se venisse a conoscenza del dato percentuale si lamenterebbe del risicato scarto che lo divide dal nuovo pontefice. Vova – cosi lo chiamano gli oligarchi a lui più prossimi – è abituato a ben altre percentuali. Ecco un suo ritratto

    LA SCELTA MIGLIORE – Scelto come successore dalla “famiglia”, il manipolo di oligarchi prossimi ad un ormai impopolare Boris Elstin, divenne Presidente sul finire del secolo scorso. In un Paese che stava “scivolando verso la catastrofe”- così lo definì la figlia del presidente uscente Tatiana Jumaševa – Putin, ex capo del Federal’naja Služba Bezopasnosti (i servizi di sicurezza interni), rappresentava la scelta migliore. “Potrebbe andare – rispose Elstin a Berezovskij, l’oligarca che più di tutti ne caldeggiò la nomina – anche se mi sembra un po’ piccolino”. Raccoglieva in eredità la Russia degli attentati del settembre 1999 (più di 300 morti) e del “terrore dal di dentro”, parafrasando il titolo di un libro scritto da Aleksandr Litvinienko, ex informatore del Kgb. Convinto sostenitore della tesi che vedeva implicati in queste azioni gli stessi servizi segreti un tempo diretti da Putin, Litvinienko morirà per avvelenamento a Londra, nel 2006.

    IL 2013 DI VOVA – Vjačeslav Molotov, vecchio Commissario del Popolo per gli Affari Esteri dell’Unione Sovietica, sosteneva che il proprio ruolo consistesse principalmente nell’assicurare che non ci fosse problema internazionale la cui soluzione non prevedesse l’ascolto della campana sovietica, e che tale soluzione non dovesse mai essere in contraddizione con gli interessi di Mosca. La smania di superpotenza dell’Unione Sovietica si placò il giorno di Natale del 1991, mentre la bandiera dell’Urss veniva ammainata dal Cremlino e l’antico tricolore, già vessillo della Russia zarista, veniva issato al suo posto. “Constatiamo che l’Urss quale soggetto del diritto internazionale e realtà geopolitica cessa di essere”, recitava senza appello il preambolo dell’Accordo di Minsk, sentenziando, l’8 dicembre 1991, la fine dell’Urss e, con essa, della proiezione globale del proprio ruolo d’influenza e potere. Il 2013 sembra aver restituito, se mai fosse definitivamente venuta meno, la Russia putiniana al consesso delle grandi potenze.

    LE RAGIONI DEL SUCCESSO – Il 12 dicembre 2012, giorno della Costituzione, il presidente Putin leggeva alle Camere riunite il primo messaggio presidenziale del suo terzo mandato. “La Russia deve essere un Paese sovrano ed influente. Non dobbiamo semplicemente svilupparci con convinzione ma anche conservare la nostra identità nazionale e spirituale, non dissolverci come Nazione”. Ribadiva e sottolineava la necessità di “unire la Nazione”, echeggiando il discorso con il quale l’8 luglio 2000 si presentò dinanzi alle Camere per la prima volta. Proclamava la “dittatura delle legge” e la “verticale esecutiva” del potere, prefigurando un preoccupante ritorno al passato: fu la vertikal vlasti a garantire per secoli il governo dei pochi sui molti.

    RITORNO AL FUTURO – Risorgevano in quei giorni le speranze, del resto mai del tutto sopite, di una Russia nostalgica dei fasti del passato e vogliosa di redimere gli anni dell’inconsistenza sullo scacchiere internazionale. Fu chiaro sin da subito l’intento putiniano: rinsaldare una forma di Governo che si basasse maggiormente sul potere presidenziale ispirandosi alle origini dello Stato russo e ai decenni del socialismo sovietico. La cerimonia di insediamento alla Presidenza avvenne, per sua espressa richiesta, al Gran Palazzo del Cremlino, la residenza storica degli zar. Tra gli ospiti Vladimir Krjučkov, ex capo del KGB e tra i responsabili del tentato colpo di stato che, nell’agosto del 1991, cercò di stroncare la nascente democrazia russa. Dopo 17 mesi di carcere e il perdono parlamentare, l’ex capo delle spie rendeva omaggio al “nuovo” regime.

    LA RINASCITA INTERNAZIONALE: LA CRISI SIRIANA – La rincorsa al prestigio perduto parte anzitutto dal Medio Oriente. È datato 16 settembre 2013 il primo successo diplomatico di Putin. Fatti propri gli insegnamenti di Molotov, la Russia elegge se stessa a perno geopolitico della crisi siriana: è scongiurato l’intervento unilaterale della riluttante potenza statunitense in favore della rimozione dell’arsenale chimico di Assad, storicamente fido alleato. Damasco, riconoscente, ringrazia accordando a Soyuzneftegaz, gigante petrolifero guidato dall’ex ministro dell’energia Yuri Shafranick e sostanzialmente finanziato dalla Central Bank of Russia, i diritti di sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio off-shore. La compagnia, già attiva dal 2003 nel sud dell’Iraq, assicurerà la presenza russa nel mediterraneo occidentale, garantendosi il tanto agognato accesso ai mari caldi. Il 22 gennaio, data della Conferenza di Pace che si terrà a Montreuex, incombe e la Russia di Putin pare più pronta che mai.

    Putin con il Presidente siriano Assad
    Putin con il Presidente siriano Assad

    LA RINASCITA INTERNAZIONALE: IL MEDIO ORIENTE – A riprova del riconquistato status di attore principale sulla scena mediorientale da parte della Russia, il mese di novembre ha visto il ministro degli esteri Lavrov e quello della difesa Shoigu riallacciare i legami con l’Egitto. Mosca aumenterà così il volume degli investimenti diretti verso il Cairo a 4 miliardi di dollari per il prossimo triennio. L’aumento è particolarmente pronunciato se si considera il volume degli affari relativo al periodo 2005-2012, fermo a un miliardo e 852 milioni di dollari. L’accordo in materia di investimenti sarà corroborato da una più stretta collaborazione in ambito militare e dal trasferimento di tecnologie belliche. È possibile, in special modo analizzando gli indirizzi di politica mediorientale e l’evolversi delle relazioni con Siria ed Egitto, scorgere elementi di continuità con quello che fu, nella regione, l’orientamento sovietico. Inoltre, le conclusioni positive dei negoziati di Ginevra sul programma nucleare iraniano in novembre e le quasi concomitanti visite a Mosca del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu e del turco Erdogan non rappresentano che l’ennesimo probante indizio del rilancio russo nella regione. Sarà l’immediato futuro ad ufficializzare il ritorno in grande stile sul palcoscenico internazionale dell’attore russo, ma è utile oggi chiedersi i motivi di questo tentativo di recupero della grandezza perduta.

    LA RINASCITA INTERNAZIONALE: I RAPPORTI CON L’ESTERO VICINO – Se è vero che la politica mediorientale del Cremlino non ambisce a scalfire il predominante ruolo statunitense nella regione ma semplicemente a farsi riconoscere come attore fondamentale, la situazione è ben diversa lungo le frontiere con l’Unione Europea e, più in generale, nel cosiddetto “estero vicino”. Mosca ha sempre considerato lo spazio post-sovietico di propria “esclusiva competenza” e, seppur deposte le velleità neo-imperiali, non rinuncerà all’intenzione di plasmare una propria zona di influenza. È questa la chiave interpretativa capace di spiegare la promozione di varie organizzazioni transnazionali in corso di edificazione su fondamenta già esistenti. L’implementazione della seppur blanda esperienza della CSI (Comunità degli Stati Indipendenti) – scrisse il “nuovo zar” in un articolo del 2011- ha consentito e in futuro consentirà nuovi tipi di formati come lo “spazio economico unitario” (unione doganale) e la “Comunità Economica Eurasiatica”, mantenendo sullo sfondo l’intenzione di dare vita, in un futuro non troppo lontano, all’Unione Eurasiatica. Per la Russia lo spazio post-sovietico è al contempo una questione identitaria, di prestigio, e in un sistema internazionale che fa prove di multipolarismo, una maggior integrazione eurasiatica permetterà a Mosca di riproporsi tra gli attori dominanti.

    MOSCA NON TACE PIU’ – Il successo dell’uomo dell’anno pare dunque basarsi molto sul recupero di valori del passato e sulla “nuova grandezza” della Russia. Un’ascesa, la sua, che ha origini lontane e che esemplifica perfettamente la continuità della sua amministrazione con i metodi e le ideologie del regime sovietico. Divenne Presidente sul finir di millennio, erede di una Russia in cui tutto sembrava cambiare, ma solo apparentemente. L’approccio era quello di sempre: è dall’alto che si emanano gli editti, i famigerati ukaz, proclami degli zar. “Ero presente quando (il 15 gennaio 1990) venne invaso l’edificio della Stasi a Dresda” raccontò Putin, allora informatore infiltrato del KGB, ai biografi cui fu commissionata la costruzione della sua immagine di leader. “Chiamai al telefono la nostra rappresentanza militare e raccontai cosa stava succedendo. Mi risposero che non potevano fare nulla senza ordini da Mosca, ma Mosca taceva. Ricordo bene quel Mosca taceva e compresi che l’Unione Sovietica era malata. Una malattia fatale chiamata paralisi.” È questo il successo più grande del 2013 putiniano: far si che Mosca non taccia più.

    Simone Grassi

     

    Simone Grassi
    Simone Grassi

    Fiero membro della cosiddetta generazione Erasmus, ho studiato in  Italia e in Francia. Laureato magistrale in Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Milano),  frequento  ora un Master di ricerca in Economia Politica all’Università di Bristol. Convinto europeista, sono stato stagista alla Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Oltre all’economia e alla politica internazionale, mi affascina il mondo della cooperazione allo sviluppo, un mondo che ho maggiormente scoperto durante un tirocinio in UNICEF.

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