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sabato 31 Ottobre 2020
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    Continua il dibattito sulla Costituzione del Giappone

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    In queste settimane si è nuovamente ravvivato il dibattito sulla Costituzione giapponese. Vediamo in 3 sorsi quali sono i temi più caldi: il nuovo approccio alla politica estera del Governo di Shinzo Abe, molto più attiva che in passato, e la riforma delle Forze Armate in chiave relativamente offensiva stridono con alcuni dettami della Costituzione. 

    IL GIAPPONE E LA DIFESA – Dopo la Seconda Guerra Mondiale, il Giappone approvò l’attuale Costituzione (1946). All’articolo 9 il documento contiene la rinuncia del popolo giapponese alla guerra per minacciare o ledere la sovranità di altri Stati. Aggiunge inoltre che, in virtù di tale principio, Tokyo avrebbe rinunciato al proprio diritto di dichiarare guerra e mantenere le Forze Armate. Una scelta radicale, in parte dovuta allo shock che la sconfitta aveva causato nel Paese ma soprattutto alle pressioni degli Stati Uniti, che volevano garantire la sicurezza nel Pacifico e prevenire la rinascita della potenza militare nipponica. La realtà dei fatti ha dimostrato poi come accordi di questo genere fossero eccessivi e non attuabili. All’atto pratico, se un Paese rinuncia alle proprie Forze Armate si offre come facile preda degli altri (la maggioranza) che non condividono il proprio slancio pacifico/sta  e continuano a considerare l’uso della forza un mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Insomma, gli stessi Stati Uniti si resero conto che, al di là delle dichiarazioni di principio, l’istituto internazionale del diritto di autodifesa non poteva essere abolito del tutto – anche perché Washington si era in cambio impegnata a garantire la difesa del Giappone – e permise quindi che la Costituzione giapponese potesse essere interpretata in maniera estensiva. Nacquero così le JSDF (Japan Self-Defense Forces), le forze di “autodifesa” del Giappone. In pratica si sono rifondate le forze armate, ma è anche vero che, nel corso dei decenni, Tokyo ha privilegiato l’acquisto di sistemi d’arma difensivi e rinunciato a quelli dedicati alla proiezione di potenza. La successiva partecipazione del Giappone alle missioni internazionali promosse dalle Nazioni Unite – che ha richiesto ulteriori “escamotages” – ha ulteriormente restituito dignità alle Forze Armate giapponesi, che hanno trovato una loro dimensione operativa e un buon riconoscimento nazionale e internazionale.
    Con il passare del tempo, però, il contesto internazionale è cambiato. Dagli anni 90 in poi, il Giappone ha avvertito esigenze di difesa più spiccate a causa della minaccia nord-coreana e della crescita di ambizioni e potenza cinese. Le forze armate, che a dispetto del loro ruolo istituzionale sono state sempre considerate tra le migliori del Pacifico, hanno sentito quindi l’esigenza di dotarsi di sistemi d’arma e reparti in grado di prevenire minacce come quella missilistica o aerea. Tuttavia l’equipaggiamento delle JSDF con aerei AWACS, unità portaeromobili e anfibie ed altri assetti a lungo raggio ha acuito l’attrito tra i dettami costituzionali e il ruolo di autodifesa delle Forze Armate.

    Le portaeromobili classe Hyuga sono il frutto di un programma di acquisizione politicamente complesso.
    Le portaeromobili classe Hyuga sono il frutto di un programma di acquisizione politicamente complesso.

    IL DIBATTITO ODIERNO – Con il Governo del Primo Ministro Shinzo Abe il dibattito sul rapporto tra Forze Armate e limiti costituzionali è cresciuto di importanza, ma anche di priorità. L’energico premier ha una visione del Giappone innovativa dal punto di vista del ruolo internazionale che Tokyo dovrebbe ricoprire. Secondo i documenti programmatici più recenti, le Forze Armate giapponesi dovrebbero acquisire nuove capacità che permettano al Giappone di assicurarsi la sicurezza delle proprie rotte marittime, del proprio spazio aereo e della propria integrità territoriale in maniera attiva, non solo rispondendo alle eventuali minacce, ma asserendo con la proiezione di forza quale sia lo spazio vitale entro il quale Tokyo ha necessità di muoversi. Niente di bellicoso dal punto di vista dell’atteggiamento politico, ma una rivoluzione da quello strategico e militare. Per le JSDF significa dotarsi di capacità di interdizione a lungo raggio, uno schermo antimissile in mare e a terra e lo sviluppo di consistenti capacità di assalto anfibio. Gli assetti dedicati a tali usi mal si accordano col testo costituzionale così com’è. Abe propone allora due possibili alternative: la riforma della costituzione per adattarla al nuovo contesto geopolitico, nel quale uno scarso attivismo internazionale può risultare fatale – soprattutto per un Paese insulare – oppure un’interpretazione ancora più estensiva dei concetti espressi nell’art.9, che però lascia poco adito a dubbi sulla natura del suo significato. Insomma, Abe preferirebbe una soluzione radicale che permetta al Giappone ( e al suo Governo) di tessere un’utile tela di rapporti politico-militari con gli Stati Uniti e i nuovi alleati, con il fine ultimo di sviluppare il modello chiamato “Abenomics”, in cui l’investimento diretto all’estero è visto come un volano della ripresa economica. Dopo gli emendamenti del 2012, che hanno già modificato alcuni dettami della costituzione per adeguarla al trend attuale, i provvedimenti ulteriori e più sostanziali sono rimasti in cantiere. Il consenso necessario per la modifica costituzionale non è stato ancora raggiunto, mentre l’urgenza di prendere una decisione si fa pressante (anche per volere di Abe, che prova a forzare le tappe).

    Un AWACS E-767. Anche questo assetto è stato molto criticato in fase di acquisizione.
    Un AWACS E-767. Anche questo assetto è stato molto criticato in fase di acquisizione.

    IL RAPPORTO CON GLI USA – I rapporti bilaterali del Giappone con gli Stati Uniti sono stati molto forti fin dal 1960, anno della sottoscrizione del trattato di sicurezza e cooperazione. Il trattato prevede anche una clausola di mutua difesa, facente parte delle garanzie che gli USA concessero al Giappone per compensare i limiti costituzionali sopra illustrati. Anche per gli Stati Uniti il contesto geopolitico  nella regione Asia-Pacifico è cambiata negli ultimi anni. La direzione che Abe vorrebbe imprimere alla pianificazione strategica nazionale piace molto a Washington, che auspica da tempo un ruolo più attivo per il Giappone. La crescita di Cina ed India, la minaccia nord-coreana, la crescente attenzione che la Russia rivolge al proprio fronte orientale,  mettono a repentaglio la supremazia della superpotenza nel Pacifico e accorciano le distanze fisiche e politiche con gli eventuali avversari militari. Il Giappone potrebbe funzionare da bastione tra l’Asia continentale e la costa americana. Questo ha un prezzo politico ed economico per gli Stati Uniti, ma in ogni caso minore a quello che si pagherebbe muovendosi da soli. Permette inoltre di testare la strategia “lead from behind” con un alleato di fiducia e quindi con rischi bassi. Shinzo Abe lo ha capito, ed è convinto che il Giappone abbia tanto da guadagnare dalla nuova postura geopolitica statunitense, sia in termini puramente economici che strategici e politici. Bisogna però vedere a quali compromessi il suo Governo – e più in genere il Giappone – sia capace di scendere per ottenere oneri e onori di tale cooperazione rafforzata. Sul fronte interno le critiche non mancano, e le modifiche costituzionali richieste dal Primo Ministro possono trasformarsi in un terreno minato per il suo futuro politico.

    Marco Giulio Barone

    Marco Giulio Baronehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Marco Giulio Barone è analista politico-militare. Dopo la laurea in Scienze Internazionali conseguita all’Università di Torino, completa la formazione negli Stati Uniti presso l’Hudson Institute’s Centre for Political-Military analysis. A vario titolo, ha esperienze di studio e lavoro anche in Gran Bretagna, Belgio, Norvegia e Israele. Lavora attualmente come analista per conto di aziende estere e contribuisce alle riviste specializzate del gruppo editoriale tedesco Monch Publishing. Collabora con Il Caffè Geopolitico dal 2013, principalmente in qualità di analista e coordinatore editoriale.

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