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    Australia, luci e ombre alla fine del tunnel Covid-19

    In breve

    • Dopo 112 giorni, Melbourne esce dal lockdown, anche se rimangono in vigore numerose misure di distanziamento sociale. È attesa a breve anche la riapertura dei confini interni del Paese.
    • L’economia australiana potrebbe gia’ essere fuori dalla recessione, trainata da spesa pubblica e risparmi privati.
    • Proseguono le tensioni diplomatiche e commerciali con la Cina. Ora Pechino minaccia di bloccare l’export australiano di carbone e questo potrebbe provocare una perdita da 15 miliardi di dollari per Canberra.

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    Analisi – Terzo appuntamento con “Un Caffè agli Antipodi”. Melbourne esce finalmente dal lockdown e l’economia australiana offre segnali di ripresa incoraggianti, malgrado le rinnovate tensioni con la Cina.

    MELBOURNE RIAPRE, MENTRE ADELAIDE VA IN LOCKDOWN “PREVENTIVO”

    Dopo un’estenuante attesa di 112 giorni, Melbourne è ufficialmente uscita dal lockdown. In un clima di euforia, martedì 27 ottobre alcuni pub hanno deciso di riaprire al pubblico un minuto dopo il termine legale delle restrizioni, vale a dire a mezzanotte in punto.
    È bene chiarire che rimangono ancora in vigore numerose misure di prevenzione, a cominciare dall’obbligo di indossare la mascherina in pubblico e proseguendo col numero limitato di clienti ammessi per ciascun esercizio commerciale, ma i quasi cinque milioni di abitanti della metropoli sono finalmente liberi di viaggiare entro un raggio di 25 chilometri per incontrare amici e parenti. Se nel corso delle prossime settimane tutto dovesse procedere per il meglio, le misure verranno ulteriormente allentate.
    Lo Stato del Victoria vive finalmente un momento di riscatto agli occhi del Paese, come testimoniato dal premier Scott Morrison – che pure nelle scorse settimane non aveva risparmiato critiche al Governo laburista del Victoria, – prontamente congratulatosi con i melbournians per la straordinaria prova di maturità dimostrata nel corso degli ultimi quattro mesi. La compostezza della popolazione ha fatto la differenza, anche in un clima di accese polemiche dovute alla cattiva gestione del sistema di quarantena dei viaggiatori internazionali negli hotel di Melbourne – per inciso, l’indagine che ne è scaturita ha portato alle dimissioni del Ministro della Salute del Victoria e del capo di gabinetto del premier del Governo statale. Ciò nonostante il dissenso non è mai sfociato in manifestazioni di piazza – salvo casi assai isolati – e l’osservanza delle regole è stata pressoché assoluta da parte di tutte le fasce di popolazione. Una volta appiattita la curva del contagio, una intensa attività di contact tracing ha fatto il resto, portando a isolare ed estinguere sul nascere ogni potenziale nuovo focolaio. Il premier dello Stato Daniel Andrews, del resto, era stato chiaro: Melbourne avrebbe riaperto solo in presenza di una media di contagi inferiore ai cinque casi al giorno nell’arco delle ultime due settimane. Da queste parti continuano a chiamarla strategia di soppressione, ma con numeri cosi esigui la speranza è che possa portare a una totale eliminazione del problema.
    Prescindendo dalla seconda ondata di Covid-19 registratasi nel Victoria, l’Australia è stata da subito chiara nel definire una strategia di lungo periodo per fronteggiare la pandemia, con la totale chiusura dei confini esterni per i non residenti e un programma di quarantena obbligatoria in hotel, a spese dei viaggiatori di rientro. Questo ha permesso di neutralizzare efficacemente i pochi casi di trasmissione interna e attualmente si contano appena 100 positivi sull’intero territorio nazionale. L’obiettivo dichiarato del Governo federale è di arrivare alla totale riapertura dei confini interni entro Natale, senza distinzioni tra Stati, ma molto dipenderà dall’evoluzione del contagio nelle prossime settimane. A inizio novembre il Paese ha fatto registrare parecchi giorni consecutivi senza nuovi casi, ma nessuno si illude che la battaglia sia già stata vinta.
    La conferma che tutto possa improvvisamente tornare in discussione arriva proprio in queste ore da Adelaide, la capitale dell’Australia del Sud, che non registrava nuovi casi addirittura da aprile. Un addetto alle pulizie presso uno degli hotel coinvolti nel sistema di quarantena avrebbe contratto il virus, trasmettendolo ai diretti congiunti e innescando così un nuovo focolaio che nelle ultime 48 ore ha già superato i trenta casi. Le Autorità hanno immediatamente disposto la chiusura del confini interni e, dalla mezzanotte del 18 novembre, l’intero Stato dell’Australia del Sud adotterà un lockdown “preventivo” di 6 giorni, un tempo sufficiente a cristallizzare la situazione, isolare i positivi e interrompere sul nascere la catena di trasmissione del contagio.

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    Fig. 1 – Cittadini di Melbourne passeggiano per strada dopo la fine del lockdown, novembre 2020

    CHIARI SEGNALI DI RIPRESA

    Passando all’economia, la scorsa settimana la Reserve Bank ha lanciato segnali estremamente incoraggianti, ipotizzando che l’economia australiana possa tornare a crescere già nel corso del trimestre luglio-settembre, ponendo così fine alla fase recessiva. In base alle stime preliminari, esposte dal vicegovernatore della RBA Guy Debelle, i quasi quattro mesi di lockdown subiti da Melbourne non hanno impedito al Paese di crescere nel terzo trimestre in modo impercettibile, ma sufficiente a invertire la tendenza negativa registrata nel trimestre precedente (aprile-giugno), quando si era registrato un calo del PIL del 7%. Anche i numeri del Victoria sarebbero meno disastrosi del previsto, dal momento che – oltre ai servizi essenziali – anche molti altri settori hanno continuato a operare, seppure a un regime ridotto. La RBA ha comunque sottolineato che la spesa pubblica dovrà continuare a sostenere l’economia fino a quando i livelli di disoccupazione non saranno stabilmente al di sotto della soglia di guardia del 6%, mentre una riduzione prematura degli aiuti economici ostacolerebbe gli sforzi di ripresa.
    Su posizioni analoghe si è espresso anche il Tesoriere Josh Frydenberg, il quale non ha mancato di registrare il trend positivo rappresentato dalla creazione di ben 446mila posti di lavoro negli ultimi quattro mesi, che porta il totale degli inoccupati sotto il milione, con un tasso del 6,9%, di molto inferiore rispetto al massimo dello scorso luglio (7,5%). Da più parti si è, tuttavia, concordi nel ritenere che le vere ripercussioni della crisi Covid sull’occupazione saranno chiare solo quando il programma di sussidi Job Keeper si concluderà, a marzo dell’anno prossimo. Soltanto allora le aziende che non avessero recuperato buona parte fatturati pre-crisi potrebbero decidere di procedere ai licenziamenti. 
    L’altro dato che lascia ben sperare in una pronta ripresa dell’economia, è rappresentato dall’indice ANZ-Roy Morgan sulla fiducia dei consumatori, che nell’ultima settimana è arrivato a 99,7 punti, il livello più alto da marzo, estremamente vicino allo spartiacque di quota 100, che normalmente segna l’inizio di una fase espansiva di consumi. Si stima che il prolungato lockdown di Melbourne, unitamente alle varie restrizioni tuttora in vigore sull’intero territorio nazionale, abbiano comportato un accumulo di risparmi privati superiore ai 50 miliardi di dollari australiani, portando l’indice di risparmio a triplicare in pochi mesi assestandosi a oltre 20 punti, il livello più alto registrato dagli anni Settanta a oggi. Il bazooka dei consumi natalizi potrebbe dare al Paese la spinta definitiva verso una ripresa che sarà lunga e irregolare, ma è chiaramente già in corso. Come accaduto nella crisi finanziaria del 2008, l’Australia ha ottime chance di mostrare una crescita e una capacità di ripresa molto più robusta delle altre principali economie OCSE .

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    Fig. 2 – Il premier del Victoria Daniel Andrews visita il cantiere di una nuova stazione della metropolitana di Melbourne, novembre 2020

    TENSIONI (E DISTENSIONI?) CON LA CINA

    Mentre la ripresa interna sembra, quindi, procedere sui binari giusti, la principale minaccia all’economia australiana proviene dall’esterno, e precisamente dalle tensioni con la Cina. Negli ultimi mesi l’escalation non è più soltanto commerciale, ma si è spostata su un piano politico e, forse, militare: l’Australia sta infatti intensificando i rapporti con India, Giappone e USA su vari fronti, non solo per garantirsi una supply chain di beni strategici maggiormente indipendente dal Dragone, ma anche allo scopo di consolidare una potenziale alleanza militare simile alla NATO nell’area dell’Indo-Pacifico.
    Questa trasformazione dell’equilibrio geopolitico dell’area ha indubbiamente accelerato il deterioramento delle relazioni commerciali di Canberra con Pechino. Già nei mesi scorsi la Cina aveva scelto di colpire unilateralmente da punto di vista tariffario varie voci dell’export australiano, in particolare orzo, vino, grano e carne di manzo, azioni commerciali che hanno certamente avuto ricadute negative per i settori e le imprese direttamente interessate, ma tutto sommato trascurabili rispetto all’enorme volume delle esportazioni australiane in Cina, che – ricordiamo – è il primo mercato di destinazione di prodotti australiani. Nelle ultime settimane, tuttavia, ci sono chiari segnali che Pechino potrebbe aver messo nel mirino un’industria molto più grande e vitale per l’economia australiana, vale a dire le esportazioni di carbone. In base ai dati di traffico marittimo, infatti, non meno di 20 navi break-bulk cargo con stive piene di carbone australiano sarebbero da oltre due mesi in attesa di entrare nel porto di Jingtang e in altri hub nella Cina nord-orientale. I ritardi nello scarico delle merci non sono rari nei porti cinesi, ma stavolta l’attesa si sta protraendo in modo anomalo, ed è naturale che molti abbiano interpretato le improvvise difficoltà logistiche come un chiaro segnale delle autorità cinesi volto a “scoraggiare” le importazioni di carbone australiano. Sebbene non ci sia stato alcun avviso ufficiale da parte del Governo di Pechino, l’Australia potrebbe valutare un reclamo presso l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Vietando le importazioni di carbone australiano, Pechino creerebbe un buco da 15 miliardi di dollari all’anno nell’economia australiana, proprio mentre il Paese tenta di riprendersi dalla crisi causata dalla pandemia Covid-19. In tutto il mondo la domanda di carbone deve ancora tornare ai livelli pre-pandemici, soprattutto a causa del crollo della produzione di acciaio. Sfortunatamente per l’Australia, quindi, nell’attuale contesto economico globale, il suo potere contrattuale nel commercio del carbone con Pechino è praticamente svanito e la Cina ha scelto il momento perfetto per assestare il colpo.

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    Fig. 3 – Vini australiani sugli scaffali di un supermercato di Pechino. I rapporti commerciali sino-australiani hanno conosciuto un drammatico deterioramento negli ultimi mesi

    Inoltre è notizia recente che tonnellate di astici vivi australiani sono bloccate negli aeroporti cinesi, a causa di controlli sanitari fattisi improvvisamente lenti e scrupolosi. L’ennesima dimostrazione di come il Governo di Pechino possa all’occorrenza trincerarsi dietro presunte irregolarità formali, senza con ciò attenuare la gravità delle azioni di disturbo
    La recente sottoscrizione dell’accordo di libero scambio denominato RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), che vede tra i firmatari 15 Paesi dell’area Asia-Pacifico – tra cui Australia e Cina – arrivando a coprire oltre il 30% del PIL mondiale, apre certamente nuovi spiragli di dialogo tra i due Paesi, ma molto dipenderà da come la Cina interpreterà il proprio ruolo all’interno del patto commerciale più rilevante di sempre nella storia del commercio mondiale. Nessun dubbio sul fatto che il Governo Morrison continuerà ad affermare la sovranità e l’indipedenza dell’Australia dalla crescente influenza di Pechino, ma il Paese dovrà prendere atto che questo cambio di direzione non sarà indolore.

    Dario Privitera

    Photo by helen35 is licensed under CC BY-NC-SA

    Dario Privitera
    Dario Privitera

    Siciliano di origine, Milanese di adozione, Australiano per scelta. Laurea in business law presso l’Università Bocconi di Milano, avvocato, esperto di commercio internazionale, velista (per hobby). Vivo stabilmente a Melbourne, dove mi occupo di relazioni d’affari tra Italia e Australia. Nel corso degli anni, ho assistito oltre 20 aziende italiane di vari settori nel tentativo di stabilire una presenza commerciale nell’area Pacifico. Ho, inoltre, all’attivo varie collaborazioni con soggetti pubblici e privati nell’ambito dell’internazionalizzazione delle PMI. Fino al 2019, ho ricoperto la posizione di Trade Manager presso la Camera di Commercio Italiana di Melbourne. Attualmente collaboro con Azeta Group, una società di consulenza e di project engineering attiva nel settore ferroviario e delle infrastrutture.

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