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    L’attuale scenario di crisi in Libia sta portando a galla alcuni dubbi relativi alla reale efficacia del tradizionale sistema di sicurezza internazionale basato su organizzazioni di matrice occidentale. Gli avvenimenti che si sono susseguiti dal 2001 in poi, nonché la crescente multi-polarizzazione del sistema internazionale, acuiscono la crisi di fiducia in seno agli organi transnazionali che abitualmente percepiamo come “guardiani” dell’ordine internazionale. La crisi libica potrebbe portare a consolidare i dubbi esistenti oppure costituire una possibilità di riscatto per tali organi

    IL CLIMA POST-UNIPOLARE – Questi mesi di crisi mediorientale ci hanno messo di fronte a dei dilemmi con i quali ci confrontiamo dall’ormai lontano 2001, anno in cui ci siamo chiesti se l’ordine unipolare americano potesse essere davvero messo in discussione. La comune esperienza del mondo post-sovietico ci porta a pensare che ogni situazione di crisi debba essere gestita, nonché possibilmente risolta, attraverso l’azione del global policeman statunitense; e, per molti esperti, l’attuale scenario libico non sembra fare eccezione alcuna. Analoga considerazione si può fare riferendosi al ruolo indiscusso dell’organizzazione transnazionale per eccellenza: le Nazioni Unite, la cui delibera viene richiesta ogni qualvolta ci si trova di fronte a evidenti violazioni dei principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Ma in questo caso, quello della Libia, e in molte altre questioni non meno rilevanti (si pensi ad esempio all’applicazione di sanzioni nei confronti della politica nucleare iraniana), pare che questi approcci risultino sempre meno ovvi e efficaci di quanto siamo abituati a credere.

    Da una parte, gli avvenimenti di questi mesi dimostrano che il sistema di sicurezza internazionale delle Nazioni Unite, forgiato sulla base dello sviluppo della comunità internazionale post-45 che ha garantito la rappresentanza per seggi a tutti i paesi internazionalmente riconosciuti, presenta numerose lacune. Si assiste ad un vero e proprio stallo in sede di Consiglio di Sicurezza, ogni qualvolta si presenta la necessità di agire direttamente (sarebbe meglio dire congiuntamente) per far fronte a situazioni che hanno il potenziale per innescare quel tanto temuto effetto domino in uno scenario già particolarmente instabile. D’altra parte, l’atteggiamento degli Stati Uniti in risposta alle odierne situazioni di crisi si è fatto molto meno deciso, in virtù di una tendenza del Dipartimento di Stato volta a limitare l’interventismo diretto a favore di altre soluzioni che non comportino un pesante costo in termini sia economici che di popolarità (soprattutto nel mondo arabo). Come se non bastasse, lo sviluppo della doppia dimensione relativa alla sicurezza internazionale “alleata” delle Nato, contribuisce ulteriormente a fare confusione in un contesto già abbastanza complicato. Così la migliore risposta che la comunità internazionale ha fornito nei confronti della crisi libica durante le ultime settimane può essere interpretata come: “speriamo che la situazione si risolva in fretta e che non ci costringa ad un intervento”.

    Ma contrariamente a quello che molti pensavano, e cioè che le sommosse in Libia avrebbero portato ad un radicale rovesciamento del regime del colonnello Gheddafi in tempi piuttosto brevi, la situazione dimostra esattamente il contrario. Sembra che il Raìs, non solo sia particolarmente convinto di poter riprendere in mano il paese, ma che quasi ci stia riuscendo. Le previsioni sono quelle dunque, di una situazione di stallo tra le due fazioni. E mentre i suoi diplomatici vanno in giro per l’Europa cercando spiragli di negoziazione, i ribelli a lui ostili richiedono a gran voce l’intervento (se non prettamente militare) delle Nazioni Unite, della Nato o di chiunque si decida a dargli una mano a dare la spallata finale al regime.

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    MEGLIO UN UOVO OGGI… – A questo punto, l’unica azione risolutiva potrebbe essere un intervento Nato coordinato (ancora una volta) dagli USA. Ma ciò che si teme è proprio il prezzo da pagare per tale intervento. Un coinvolgimento diretto degli States costringerebbe Obama a recuperare altri fondi da dedicare alla spesa militare, il che, nell’attuale contesto nazionale americano, sarebbe l’ennesima spina nel fianco per un presidente che ha già perso la sua maggioranza. L’appoggio militare e politico ai ribelli significherebbe dopotutto impelagarsi in un mandato che rischia di doversi obbligatoriamente protrarre nel medio o lungo periodo, trasformandosi da un meccanismo di garanzia del diritto di autodeterminazione dei popoli ad impegno che avrebbe un costo iniziale tra 500 milioni e un miliardo di dollari. La tanto auspicata no-fly zone potrebbe non avere l’efficacia prevista nell’immediato e costringere le forze internazionali a bombardamenti più massicci su obiettivi militari, il che, se da un lato questi avrebbero il possibile effetto di ribaltare le sorti dell’attuale conflitto a favore dei ribelli, dall’altro c’è il rischio aprano lo spazio a pericolose controversie sul piano diplomatico. Ecco perché, nonostante la preoccupazione del segretario generale Nato A.F. Rasmussen, che ha affermato quanto “non sia immaginabile che in una situazione simile la comunità internazionale e l’ONU, stiano a guardare mentre Gheddafi e il suo regime continuano ad attaccare la popolazione”, si attende comunque il “via libera” del Consiglio di Sicurezza, il quale avrà serie difficoltà nell’attuare qualsiasi proposta di risoluzione a causa del veto di Russia e Cina.

    La realtà è che, almeno momentaneamente, nessuno ha voglia di intervenire prima di aver stabilito precisamente quali saranno le condizioni di ingaggio e soprattutto, nell’eventualità che questo ci sia, dell’exit-strategy immediata. Lo si capisce bene leggendo tra le righe della dichiarazione fatta dal segretario di Stato Hillary Clinton: “è importante che gli sforzi per risolvere la crisi non siano solo Nato o degli europei ma internazionali” con chiaro riferimento alla Lega Africana e, soprattutto alla Lega Araba. La “patata bollente” libica quindi può tradursi in una trappola per europei e americani ma, d’altra parte, c’è una chiara intenzione di non lasciare né ai russi, né ai cinesi e né tantomeno agli arabi la gestione di una crisi che potrebbe minacciare importanti interessi occidentali in Medioriente.

    UN’OPPORTUNITÀ DI RISCATTO – La soluzione in sede ONU è senza dubbio la più auspicabile, ma si tratta di mettere ancora una volta alla prova un meccanismo diplomatico del secolo scorso che, ultimamente, tende ad essere davvero poco efficiente e funzionale e che si è ripetutamente dimostrato alquanto superfluo. La crisi Libica, inserita in un contesto internazionale sempre più multipolare, potrebbe essere un banco di prova per il Consiglio di Sicurezza, il quale potrebbe riacquistare credibilità politica se riuscisse ad incassare risultati che non siano solo il frutto della spinta unilaterale dell’amministrazione americana. Lo stesso vale per la Politica Estera di Sicurezza Comunitaria (Europea, s’intende) la quale, lungi dall’essere quell’utopica sinergia di vedute della quale la Ashton è rappresentante, dovrebbe sfruttare lo scenario di crisi per dimostrarsi all’altezza di ciò che ha bisogno di essere. I segnali in tal senso non sono ancora particolarmente positivi ma l’evoluzione degli eventi può riservare delle sorprese dal momento che la parentesi libica è tutt’altro che prossima al chiudersi.

     

    Paolo Iancale

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Redazione
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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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