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lunedì 18 Gennaio 2021

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USA 2020: la demografia dell’elezione

In breve

  • Joe Biden diventerà il 46esimo Presidente degli Stati Uniti d’America, in una tornata elettorale che ha visto un ampio ricorso al voto per posta ed un’affluenza record dei votanti.
  • Le elezioni hanno determinato la sconfitta del presidente uscente, nonostante abbia comunque ottenuto 72 milioni di voti.
  • I repubblicani massimizzano i loro consensi tra gli ispanici in Florida e Texas, mentre l’erosione di consensi tra i bianchi più giovani e gli abitanti dei quartieri suburbani più benestanti esige l’Arizona come tributo.
  • Sebbene la vittoria abbia arriso al ticket Biden-Harris, il GOP non può ritenersi insoddisfatto del risultato, se oltre ai sopracitati guadagni tra le minoranze si sommano anche gli ottimi risultati in Congresso.

Dove si trova

Caffè Lungo – A 15 giorni dall’esito di una delle elezioni tra le più contestate della storia statunitense, un’analisi del voto restituisce alcune interessanti osservazioni: i latinos si rivelano un investimento con probabili ottimi ricavi futuri per il partito repubblicano, mentre i democratici confermano che il loro ascendente tra alcune categorie di bianchi, i più giovani e i benestanti, non è frutto di una contingenza passeggera. 

JOE BIDEN È IL PRESIDENTE ELETTO

Il 7 novembre 2020 è stato comunicato il vincitore delle presidenziali statunitensi, Joseph R. Biden. A differenza di tutte le altre elezioni, queste sono state a dir poco straordinarie e peculiari, sotto vari aspetti. Si sono svolte in un contesto di pandemia e, dato ciò, il ricorso al voto per posta e all’early voting è stato elevato. Si conta che 65 milioni di elettori (contro i 33,5 milioni del 2016) abbiano utilizzato il cosiddetto “mail-in voting”, su almeno 160 milioni di persone che hanno votato: 72 milioni per Trump e 77 milioni per Biden. Un altro elemento da considerare è stato il record di affluenza, mai così alto nella storia statunitense. Nei giorni successivi alla proclamazione della vittoria del candidato democratico, Trump ha continuato ad affermare di aver vinto, insinuando al contempo che le elezioni fossero truccate. Intanto il prossimo Presidente USA ha già ricevuto messaggi di congratulazioni da molti capi di Stato e di Governo, dal Canada alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, fino alla Cina (tramite il portavoce del Ministero degli esteri di Pechino).

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Fig. 1 – Il giorno della vittoria di Biden

306 VS 232 GRANDI ELETTORI

A partire dalle dinamiche sociali, demografiche ed economiche sottese ai risultati bisogna cercare di capire cosa ha determinato le maggiori preferenze verso Biden, analizzando gli sviluppi più significativi a partire dagli stati della zona dei Grandi Laghi. I battleground states della Rust Belt, e quindi Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, quelli conquistati da Trump alle scorse presidenziali, sono tornati a essere “blu”, mentre l’Ohio si è riconfermato “rosso”. Nei primi tre stati è stato chiesto il riconteggio dei voti: in Michigan, il distacco era di oltre 150mila voti, in Wisconsin molto più esiguo, di 20mila circa, infine in Pennsylvania attorno agli 80mila. Sommati, questi stati valgono 46 grandi elettori. Le cause intraprese dal team legale di Trump sono state respinte per mancanza di prove di brogli. Un caso di grande interesse è poi quello della Georgia, diventata democratica in questa tornata elettorale, da “red state” quale era negli ultimi 28 anni (Bill Clinton nel ‘92 riuscì ad espugnarla). Qui ha giocato un ruolo fondamentale Stacey Abrams, ex membro della Camera dei rappresentanti in Georgia e attivista, che si è battuta contro la “voter suppression”, attraverso le organizzazioni “New Georgia Project” e “Fair right” e ha permesso di portare molti afroamericani alle urne. La Abrams ha inoltre concorso per la carica di Governatrice dello stato nel 2018, perdendo per un soffio contro Brian Kemp. Da tenere presente, in generale, che in Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Georgia, la comunità afroamericana ha dato grande impulso a Biden. Nonostante la sconfitta di Donald Trump sia stata chiara, dobbiamo però fare due considerazioni: ha consolidato la propria base elettorale ed accresciuto il consenso attorno ad un segmento così variegato come quello dei latinos.

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Fig. 2 – Stacey Abrams

LATINOS IN DIFESA DI TRUMP IN TEXAS

Come anticipato, le comunità ispaniche hanno invece riservato una piacevole sorpresa a Donald Trump, lasciando ben sperare per il futuro del partito repubblicano. Emblematico è l’esempio del Texas, da sempre considerato la “California” del GOP, il tesoretto intoccabile senza il quale i piani più ambiziosi sarebbero solamente dei vacui esercizi intellettuali. I profondi cambiamenti demografici che stanno stravolgendo radicalmente la composizione etnica del Lone Star State hanno eroso, nel corso dei decenni, la salda certezza che il Texas non si sarebbe tinto di grigio nelle mappe interattive di Nate Silver. Quest’ultima elezione ha confermato questa tendenza: Dallas, San Antonio, Austin, città sempre più appetibili per giovani adulti appena laureati, perlopiù bianchi, hanno visto Biden prevalere nettamente su Trump, o comunque ridurre il proprio scarto. Tuttavia, le contee più vicine al confine con il Messico, popolate perlopiù da ispanici, sono state testimoni di un grande recupero da parte dei repubblicani: a titolo d’esempio basti citare la contea di Starr, a ridosso del Rio Grande, vinta con un margine superiore a 50 punti percentuali da Hillary Clinton e strappata con un margine di soli 5 punti da Joe Biden. Notevole anche l’esempio della Florida, dove Trump ha prevalso su Biden con un vantaggio di 3,3 punti percentuali (51,2%-47,9%), che si traduce in una delle migliori vittorie negli ultimi decenni nel Sunshine State. Sebbene sia stato il supporto dei cubani, tradizionalmente più vicini al partito repubblicano, a rivelarsi decisivo, Trump ha portato a casa quasi il 47% del voto ispanico, registrando un +12 rispetto al 2016. La contea di Miami-Dade, vinta da Hillary Clinton con uno scarto di 22 punti percentuali, ha visto questo margine ridursi a 7 punti. Invece, in Arizona, la vittoria ottenuta con un vantaggio estremamente esiguo dal ticket democratico (poco più di 10.000 voti) è stata cagionata perlopiù da elettori bianchi benestanti che dagli ispanici, tra i quali, al contrario, Trump ha ancora una volta migliorato i risultati del 2016, sebbene ciò non si sia rivelato sufficiente per compensare le perdite nella contea di Maricopa – ovvero la più grande e la più “urbanizzata” dello stato.

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Fig. 3 – Il ticket presidenziale Biden-Harris

CONCLUSIONI

Come nel 2016 per Trump, la vittoria di Biden del 2020 è stata assicurata da un numero molto esiguo di elettori – poco meno di 200.000 nella Rust Belt, meno di 30.000 tra Georgia e Arizona. Il candidato democratico non può certamente rivendicare una vittoria schiacciante sul proprio avversario né sui repubblicani, che anzi sono riusciti ad ottenere risultati promettenti nella Camera dei Rappresentanti ed in Senato, la cui maggioranza verrà decisa a gennaio dai ballottaggi in Georgia. Il GOP è riuscito ad offrire buona prova di sé anche in un contesto di grandissima affluenza (più di 150 milioni di americani hanno votato), di solito ritenuta vantaggiosa per i democratici, stabilizzando il proprio consenso nel Midwest ed espandendosi tra le comunità ispaniche e le donne, nonché, in taluni casi, anche tra gli afroamericani. Resta da capire quanta parte di questo risultato sia attribuibile a Donald Trump ed in che modo sarà possibile tesaurizzarlo per il futuro. 

Vincenzo G. Romeo e Marta Annalisa Savino

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Redazione
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