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Anatomia della strategia anti-accesso della Repubblica Popolare Cinese

Analisi – La seguente analisi considera il comportamento di Pechino, volto a interdire a Stati Uniti e alleati l’accesso al suo spazio marittimo, implementando una fitta rete difensiva capace di contrastarne la superiore capacità proiettiva e operativa.

DEFINIZIONE DELLA STRATEGIA

Anti-access e area-denial sono termini riferiti a una attitudine strategica volta a impedire a una potenza avversaria il dispiegamento di una forza militare in prossimità o all’interno di uno spazio conteso, neutralizzando ogni potenziale beneficio derivante dallo sfruttamento della suddetta area.
Sam J. Tangredi, ex ufficiale della US Navy, in Anti-Access Warfare: Countering A2/AD Strategies sottolinea che questo tipo di postura si rifà a uno scenario che prevede l’opporsi a un avversario giudicato globalmente superiore, il quale, forte delle proprie capacità offensive e proiettive, sarebbe certamente in grado di prevalere sul difensore. Tangredi identifica cinque caratteristiche fondamentali comuni a tutte le campagne anti-accesso messe in essere nel corso della storia, ovvero:

  • La percezione della superiorità strategica della forza attaccante, che induce il difensore a preparare una campagna asimmetrica volta alla negazione d’accesso.
  • La primazia della geografia come elemento limitante per le capacità operative nemiche. La condizione di cosiddetta favorable geography incrementa, infatti, la possibilità da parte di chi si pone in postura difensiva di limitare le opzioni strategiche a disposizione dell’attaccante.
  • La predominanza del dominio marittimo, visto come spazio di conflitto principale data la facilità di movimento e spostamento delle unità militari su di esso.
  • La strategicità degli apparati informativi e di intelligence, essenziali al fine di corretto utilizzo e spiegamento efficace delle forze del difensore.
  • L’impatto sulla campagna di eventi non necessariamente legati al teatro operativo, i quali possono condizionare le opzioni dell’attaccante a beneficio di un suo indebolimento
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Fig. 1 – Un caccia J-15 in appontaggio sulla portaerei Liaoning

L’APPROCCIO CINESE AL CONCETTO DI SEA DENIAL E IL RUOLO DELLA PLAN

Come riportato da Ian Speller in Understanding Naval Warfare, dopo la vittoria comunista nella guerra civile cinese, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) implementò una dottrina improntata alle tattiche di guerriglia già ampiamente sperimentate in ambito terrestre. La Repubblica Popolare Cinese (RPC) si mostrava come potenza continentale e aveva a sua disposizione una marina scarsamente equipaggiata e preparata.
Gli scritti di Mao sul concetto di guerra prolungata e di guerriglia, unitamente agli approcci sovietici di difesa costiera stratificata e integrata, costituirono il nucleo fondante della dottrina operativa della PLAN, sintetizzata nelle parole dello stesso Mao, riportate da Speller: “Formiche che in mare rosicchiano un osso”.
Questo approccio ebbe nell’Ammiraglio Xiao Jinguang il massimo interprete, il quale convertì questi concetti nella formula guerra di sabotaggio in mare. Il suo approccio era votato allo sfruttamento dell’effetto sorpresa e alla rapidità di manovra, con l’obiettivo di ottenere vittorie incrementali che avrebbero portato alla neutralizzazione delle forze navali nemiche in acque locali.
Tale approccio, codificato nel 1956 nel concetto di difesa attiva, costituì de facto il nerbo dottrinale della PLAN fino al 1980.
Concetti equipollenti a quelli elaborati da Xiao Jinguang vennero descritti dall’Ammiraglio Stanfield Turner. Secondo la definizione di Turner, espressa in Missions of the US Navy, il sea denial si esprime come la capacità di imporre al nemico la scelta del luogo e del momento in cui operare l’ingaggio, enfatizzando la rapidità di azione e impedendo lo sfruttamento di un’area marittima senza esercitare su di essa il controllo.
In anni recenti particolare attenzione è stata indirizzata alle sea denial capabilities derivate dall’approccio anti-access/area denial (A2/AD). Ad oggi la RPC rappresenta la principale potenza nel teatro Indo-Pacifico capace di implementare questo genere di strategia.

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Fig. 2 – Una foto del Subi Reef, avamposto fondamentale della “Grande Muraglia di Sabbia” della RPC nel Mar Cinese Meridionale

PECHINO E LA STRATEGIA A2/AD

L’accrescimento delle capacità militari cinesi è motivo di apprensione per Washington e i suoi alleati, che guardano a Pechino come un “near peer rival”.
La strategia A2/AD esercita il principale dominio di implementazione sul Mar Cinese Meridionale, nel quale si erge la “Grande Muraglia di Sabbia” , la cui costruzione ha comportato la militarizzazione dell’arcipelago delle Spratly, delle Paracelso e della strategica isola di Hainan, rivelatasi fondamentale per la vicinanza agli stretti strategici di Malacca, Sonda e Lambok, nonché  trampolino che consente la protezione delle rotte commerciali ed energetiche vitali per il Paese.
Tale militarizzazione, che de facto rappresenta un rischio per la libertà di navigazione in Indo-Pacifico, ha preso forma nel potenziamento delle basi navali di Sanya-Longpo sulla suddetta isola e nell’installazione presso il Mischief Reef, il Subi Reef e il Fiery Cross Reef di missili terra-aria, di missili antinave e di infrastrutture concepite in ottica di proiezione aeronavale, moli di attracco e piste di atterraggio per velivoli da bombardamento e multiruolo.
Motivo di ulteriore preoccupazione per Washington è l’acquisizione da parte della RPC di capacità ASAT (Sistemi d’Arma Anti-Satellite) che la pongono tra le Nazioni in grado di neutralizzare piattaforme satellitari, compromettendo la solidità della catena di comando avversaria e inibendone le capacità di acquisizione di informazioni e di comunicazione.
Lo sviluppo parallelo di una rete di sorveglianza satellitare similare alla sovietica EORSATs (Electronic Ocean Reconnaissance Satellites), attualmente in fase di realizzazione, garantirà nel medio termine la capacità di tracciamento preventivo dei carrier battle group statunitensi, consentendone il monitoraggio.
Lo scopo della sorveglianza navale è complementare alla costruzione di una Sea Denial Navy in grado di operare entro la prima catena di isole, delimitata da Penisola di Kamchatka, Giappone, Taiwan, Filippine, Malesia, Brunei e Singapore.
In quest’ottica la PLAN, storicamente subordinata alle Forze Armate terresti, ha ricevuto un’opera di potenziamento tale da accrescerne le dimensioni, oggi maggiori di quelle delle marine di India e Giappone, e anche le dotazioni, come testimonia l’entrata in servizio nel 2019 della portaerei Shandong e l’allestimento di moderne unità navali come i cacciatorpediniere Type-055, le cosiddette “AEGIS cinesi”.
In ultimo, parte integrante della strategia anti-access cinese è rappresentata dai vettori ASBM (Anti-Ship Ballistic Missiles). Secondo Tangredi questi hanno un ruolo di primaria importanza nel network anti-accesso, poiché in vista di un conflitto saranno implementati per attaccare i carrier strike group statunitensi, disattivando la capacità americana di proiezione di potenza.

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Fig. 3 – Vettori DF-17 in parata a Pechino nel 2019. Questi sistemi d’arma sono pensati per l’impiego contro i grandi carrier strike group statunitensi

CRITICITÀ DI A2/AD

Alcuni analisti ritengono che la strategia anti-accesso realizzata da Pechino soffra di problemi cronici. Come sottolineato dal colonnello Daisaku Sakaguchi, ripreso anche in Critiche e interpretazioni della A2/AD”, apparso su Panorama Difesa, è impossibile, “dominare i mari attraverso il solo controllo delle coste, [piuttosto] è necessario, oltre a vincere battaglie navali ed effettuare blocchi marittimi, imporre la propria volontà su tutti i territori dei Paesi davanti alla Cina”. Fintanto che la Cina non potrà pienamente disporre di questi territori, le linee di difesa contenute nella A2/AD da essa predisposta saranno di ridotto valore pratico e anche il controllo dei mari sarà vanificato se imperniato esclusivamente sugli snodi principali, come adombrato nella cosiddetta strategia della “collana di perle”. A minare le aspettative cinesi contribuisce attualmente anche il crescente dinamismo militare nipponico, aspetto sottolineato non soltanto dalla recente opera di riarmo compiuta da Tokyo, ma anche specificatamente dalla cosiddetta “interpretazione giapponese della A2/AD”, concetto molto simile a quello sviluppato dalla RPC, che ha come fulcro le isole di Yonaguni, Miyako, Ishigaki e Iriomote e che è pensata per fungere da dispositivo di interdizione per gli assetti militari di Pechino.

Francesco Lorenzo Morandi

USS Theodore Roosevelt (CVN 71) leads ships from the Strike Group during a during a photo exercise, March 15, 2020.” by Official U.S. Navy Imagery is licensed under CC BY


Dove si trova

Perchè è importante

  • Anti-access e Area-denial sono attitudini strategiche specificatamente pensate per contrastare con successo la superiore capacità di proiezione di un avversario superiore per capacità proiettive e operative.
  • Per una buona parte della sua esistenza, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) si è mostrata come “green water navy” e il suo ruolo primario era condurre operazioni di “guerra di sabotaggio in mare”.
  • La grande infrastruttura anti-accesso messa in essere da Pechino rappresenta un rischio per la libertà di navigazione in questo teatro e mette in discussione la capacità di proiezione di potenza americana.
  • Tuttavia la strategia cinese mostra anche seri limiti ed è messa in discussione dal recente dinamismo militare del Giappone.

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Francesco Lorenzo Morandi
Francesco Lorenzo Morandi

Dopo un percorso accademico presso la facoltà di Ingegneria Aerospaziale, mi sono recentemente laureato in Scienze della Mediazione Interlinguistica e Interculturale presso il Dipartimento di Scienze Teoriche e Applicate dell’Università degli Studi dell’Insubria (con Cinese ed Inglese come lingue di specializzazione). Dal dicembre 2020 collaboro con il Caffè Geopolitico scrivendo per il Desk Asia, ma la mia passione per la politica internazionale mi ha portato a pubblicare articoli anche per il Centro Studi “Geopoltica.info” ed il blog “China Files”.

Oltre alle attività redazionali, presso il Centro Studi “Geopolitica.info” ho anche svolto un tirocinio curricolare che mi ha visto impegnato in compiti di ricerca di materiale, gestione del sito, produzione di podcast, montaggio video e di creazione di contenuti social di vario genere (specialmente per le piattaforme LinkedIn, Facebook, Instagram, Twitter e TikTok). In parallelo con le attività del Desk Asia, svolgo mansioni similari anche per Il Caffè: nello specifico, insieme al team comunicazione, mi occupo della creazione di contenuti per le pagine Instagram e Facebook della testata.

Attualmente frequento il corso di Laurea Magistrale in Studi dell’Africa e dell’Asia presso l’Università degli Studi di Pavia.

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