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giovedì 17 Giugno 2021

Corsa alla riconciliazione tra Qatar e Arabia Saudita

In breve

  • All’ultimo summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo si è sancita la riconciliazione tra i Paesi del Golfo, mettendo così fine all’embargo imposto sul Qatar da Arabia Saudita, Bahrain, Egitto ed Emirati Arabi Uniti nel 2017.
  • L’Arabia Saudita è la vera artefice della riconciliazione, spinta dal desiderio di distendere le relazioni con la futura Amministrazione democratica statunitense
  • Bahrain, Egitto ed Emirati si sono uniti alla riconciliazione, pur non condividendone a pieno le motivazioni e con l’intenzione di trattare le dispute con il Qatar in modo bilaterale.

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In 3 sorsiAl 41° summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Arabia Saudita ha ufficializzato la riconciliazione con il Qatar. Il messaggio di distensione si rivolge in particolare alla futura presidenza Biden, visti i probabili futuri attriti con i sauditi. Bahrain, Egitto ed Emirati si sono accodati, pur mantenendo le dovute cautele.

1. (INIZIO DELLA) FINE DELLA DISPUTA DEL GOLFO

Il 5 gennaio, ad attendere l’arrivo dell’Emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, all’aeroporto della suggestiva città di al-Ula, c’era il Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS). Alla discesa dall’aereo, il Principe ha teso la mano, l’Emiro ha aperto le braccia, così la stretta di mano si è trasformata in abbraccio tra i due leader in un gesto dal profondo valore simbolico. Il clima di riconciliazione che avrebbe circondato il 41° summit del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) era già stato preannunciato dalla decisione di Riad e Doha di riaprire i propri confini. Tali frontiere erano sbarrate fin da maggio 2017, cioè da quando Arabia Saudita, Bahrain, Egitto ed Emirati Arabi Uniti (il Quartetto Arabo) avevano imposto un embargo nei confronti del Qatar, per via della sua politica estera in contrasto con gli interessi dei suoi vicini arabi. Ora la dichiarazione del 5 gennaio sancisce la fine, o almeno l’inizio della fine, di questa disputa, ma alcune importanti questioni rimangono in sospeso. Infatti, dei molti diktat imposti al Qatar, Doha sembra essersi impegnata solo a moderare i propri media, al-Jazeera e Middle East Eye in primis, e a limitare il suo supporto alla Fratellanza Musulmana. Resta da chiarire come gli impegni di entrambe le parti si tradurranno nel concreto e in particolare, quale rapporto Doha manterrà con Teheran, con cui condivide importanti interessi energetici.

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Fig. 1 – Foto di gruppo dei leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo al summit di al-Ula, 5 gennaio 2021

2. UNO SGUARDO A TEHERAN, L’ALTRO A WASHINGTON

La riconciliazione tra i membri del CCG non è il risultato di un desiderio unanime dei membri del Quartetto, quanto di uno scatto in avanti di Riad. L’interesse saudita nella riconciliazione era già emerso nei mesi scorsi in una serie di incontri internazionali con la mediazione kuwaitiana e statunitense, guidata dal genero di Trump, Jared Kushner. Infatti sono proprio gli Stati Uniti i primi destinatari di questa apertura. Come già indicato dal Segretario di Stato americano Mike Pompeo, la fine della disputa del Golfo era un obiettivo cruciale in chiave anti-iraniana (ed elettorale) per cui Washington aveva fatto pressione sulle parti in causa nel corso del 2020. Pertanto la dichiarazione di al-Ula è stata offerta sia all’uscente Amministrazione Trump, come successo alternativo al tanto agognato riconoscimento di Israele, sia alla futura presidenza Biden, come gesto distensivo. Il messaggio a Biden risulta infatti particolarmente cogente per i reali sauditi, i quali, MbS in testa, temono le avvisaglie di una futura stretta in tema di supporto militare e rispetto dei diritti umani.

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Fig. 2 – Il Ministro degli Affari Esteri qatarino, Ahmed bin Hassan al-Hammadi, accoglie il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, all’aeroporto di Doha, 21 novembre 2020

3. GLI ALTRI CONTENDENTI

Gli altri tre contendenti, più che plaudere alla svolta, si sono accodati. Il Bahrain per ora ha solo concesso il sorvolo del proprio territorio agli aerei qatarini e ha aperto due gruppi di lavoro per risolvere le controversie vigenti. Gli Emirati Arabi Uniti, perno dell’alleanza anti-Qatar per via della loro rivalità atavica contro la Fratellanza Musulmana, hanno fatto anch’essi buon viso a cattivo gioco e, oltre all’apertura dei confini, si sono impegnati a risolvere le dispute sul piano bilaterale. Il via libera di Abu Dhabi sembra avere una motivazione interna, legata alle opportunità commerciali che la riapertura può portare all’Emirato di Dubai, già in crisi economica prima della pandemia, e una motivazione internazionale per via dei buoni rapporti da costruire con il futuro inquilino della Casa Bianca. Infine l’Egitto, più scettico sull’accordo, sembra aver messo la non-ingerenza negli affari interni come condicio sine qua non per l’accordo, per via dell’ostilità con la Fratellanza Musulmana. Tuttavia, neanche il Cairo porrà importanti ostacoli alla riapertura visto che la sua sempre più indebolita economia potrebbe beneficiare di ulteriori finanziamenti dal Golfo.

Corrado Cok

Immagine di copertina: “Doha skyline” by Francisco Anzola is licensed under CC BY

Corrado Cok
Corrado Cok

Spirito mittleuropeo e cuore mediterraneo, con una triennale in diplomazia ed un master in risoluzione dei conflitti del King’s College. Dopo Rabat e Parigi, ho lavorato per un anno a Bruxelles nel settore dell’advocacy su questioni legate a conflitti e processi di pace. Ora ho iniziato a fare esperienza sul campo tramite un progetto umanitario in Gibuti. Le aree del mondo di cui sono appassionato sono Medio Oriente, Nord Africa e, da qualche tempo, anche Africa occidentale ed orientale.

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