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    Caffè 150 – Quarta puntata del nostro speciale sui 150 anni di politica estera italiana. Occhi puntati sul Regno di Piemonte e Sardegna, l’unico in Italia a sviluppare una politica estera indipendente che andasse anche al di fuori della tutela dei propri confini. Sarebbe errato insignirlo di un’aura di genuino patriottismo. Il Piemonte negli anni Quaranta del XIX secolo ambisce infatti a espandersi e diventare una grande potenza, e inizialmente si trova a cavalcare più che a ispirare la generale opposizione all’Austria e il desiderio di indipendenza.

     

    CARLO ALBERTO – La politica estera del Regno di Piemonte e Sardegna negli anni precedenti e durante la I Guerra d’Indipendenza è strettamente legata al suo sovrano, Carlo Alberto di Savoia-Carignano, personaggio coraggioso ma che si trovò travolto dalle insurrezioni e finì con il reagire agli eventi piuttosto che guidarli. Come altri sovrani della penisola concesse una costituzione che diventò famosa col nome di Statuto Albertino, ma ebbe la lungimiranza di non revocarla dopo le prime sconfitte e di guadagnarsi così l’apprezzamento dei patrioti piemontesi ed italiani in genere. La situazione geopolitica era però di più difficile interpretazione e mostrerà tutte le contraddizioni del sovrano nel 1848.

     

    PERCHE’ ENTRARE IN GUERRA? – La decisione di entrare in guerra contro l’Austria ha origini molto poco ideologiche e nasce da esigenze precise e in particolare dai rapporti con un altro vicino scomodo, ovvero la Francia, che dal 1848 è tornata a essere una repubblica.

     

    Nonostante Carlo Alberto abbia promosso riforme liberali, non è certo un democratico e considera ancora la corona sopra ogni altro potere. Lo scoppio delle insurrezioni in Italia gli fa intravedere invece uno dei suoi peggiori incubi: il successo iniziale dell’azione popolare nel 1848 con le Cinque Giornate di Milano rischia di fornire troppa influenza agli elementi lombardi più democratici, che potrebbero ora proclamare la repubblica. In tal caso esisterebbe il rischio concreto di un intervento francese in forze a favore della nuova nata, con il Piemonte a trovarsi schiacciato in mezzo. Dopo di ciò, non sarebbe forse stata possibile una deriva democratica anche a Torino?

     

    Questo timore costringe il Re a dare origine al conflitto per raggiungere Milano il prima possibile e prendere così il controllo della situazione e dell’intero sforzo contro gli Austriaci. Forzato dagli eventi, egli assume perciò un ruolo di guida dell’indipendenza italiana che forse giudicava ancora prematuro e che non riesce a comprendere al meglio.

     

    LE LINEE DELLA POLITICA ESTERA – Si delineano così le principali linee della sua politica estera, destinate al fallimento. Mantiene una visione locale, puramente italiana, della situazione. In Europa molte sono le insurrezioni in corso e alcune, come quella ungherese, mettono a repentaglio la struttura stessa dell’Impero Asburgico; eppure Carlo Alberto e i suoi ministri non pianificano né tentano alcuna coordinazione e considerano solo gli elementi (stati, eserciti, politiche) italiani, rimanendo isolati.

     

    Timoroso degli elementi repubblicani e democratici in genere che sono emersi in tutta Italia, preferisce mantenere la sua azione militare completamente separata da quella dei movimenti insurrezionali spontanei; il Re non sopporta l’esistenza di forze armate indipendenti che non siano sotto comando piemontese e non si coordina quasi mai con loro, rinunciando a un’arma importante nella lotta contro l’Austria. Rifiuta l’aiuto di Garibaldi perché ex-cospiratore a Genova e di molti altri comitati cittadini ai quali affianca commissari regi. Impiega i volontari e le truppe provenienti dagli altri stati italiani in maniera marginale.

     

    La sconfitta nella I Guerra d’Indipendenza è dovuta anche a vari fattori militari, quali una certa disorganizzazione di base (ad esempio servizi di sussistenza quasi inesistenti) e occasioni mancate a causa di indecisioni fatali: dall’eccessiva prudenza del generale Bava all’indecisione del Re stesso, fino agli errori del Generale De Sonnaz e, nella sconfitta di Novara del 1849, dei generali Ramorino e Chrzanowski.

     

    Soprattutto però il fallimento piemontese – e quello dell’intera politica estera di Carlo Alberto – deriva dal fatto che il regno sabaudo ha provato a combattere da solo il gigante austriaco, ignorando sia la situazione europea sia le realtà e potenzialità dei movimenti insurrezionali locali. Nel momento di maggiore necessità ha perciò rinunciato volontariamente ad alcune delle armi che avrebbe potuto impiegare.

     

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    COSA RIMANE DEL SOGNO – Analogo fallimento incontrano comunque anche i moti mazziniani, dimostrando una uguale insufficienza nell’agire isolatamente. Le varie insurrezioni nel Nord Italia (Milano, Brescia, Venezia…) vengono sedate dalle truppe austriache, mentre la Francia, che presto ritornera’ a Impero sotto Napoleone III, schiaccia la Repubblica Romana. Infine i Borbone riprendono la Sicilia, che pure vedeva nei Savoia un’ultima speranza con l’idea poi sfumata di offrire la corona dell’isola al Duca di Genova, figlio minore di Carlo Alberto, in cambio di protezione.

     

    In effetti l’unico vero guadagno dell’intervento sabaudo è proprio questo: il Piemonte era stato l’unico stato a non ritirarsi anzitempo dalla lotta e, dopo la sconfitta, il suo sovrano non aveva revocato le precedenti riforme come successo altrove. Ne derivava un forte credito di fiducia, e le lezioni apprese dalla guerra avrebbero permesso di formulare una nuova strategia che trovasse soluzione ai problemi riscontrati. In questo sarebbe emerso un uomo politico che proprio allora si accingeva a salire alla ribalta politica a Torino: Cavour.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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