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    Il nuovo volto di Al Qaeda (I)

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    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 3 min.

    A tre anni dall’uccisione del Leader di Al Qaeda, Osama Bin Laden, il gruppo terroristico non può dirsi estinto. Al contrario, ha continuato la sua espansione a macchia d’olio su numerosi fronti geopolitici, mostrando quella straordinaria abilità nell’adattarsi alla mutevolezza storica, rinnovando la sua struttura senza far venir meno l’obiettivo ultimo: il ritorno all’incorruttibilità del Dar al Islam.

    2 MAGGIO 2011 – Si trovava in Pakistan, presso la città nord orientale di Abbottabad, uno fra gli uomini più ricercati al mondo, Osama Bin Laden, leader spirituale e finanziario del gruppo terroristico jihadista di matrice sunnita Al Qaeda (la base) e artefice (non l’unico) dell’attentato contro le Twin Towers di New York e il Pentagono statunitense, obiettivo chiave della “guerra al terrore” indetta dall’allora presidente George Bush. L’uccisione del ricco saudita che nelle terre aspre e impenetrabili dell’Afghanistan riuscì a trovare asilo sfruttando l’ospitalità del pashtunwali – il codice d’onore delle tribù pashtun – avviene a 10 anni dalla mobilitazione internazionale contro il numero uno della leadership storica qaedista. La morte di Bin Laden nell’ Operazione Lancia di Nettuno, supervisionata dalla CIA e da un Comando Congiunto per le Operazioni Speciali (JSOC), non ha decretato la fine dell’organizzazione terroristica, che ha invece mostrato la capacità di reinventarsi ed adattarsi alla contingenza storica, né ha contribuito alla sua scomparsa dai quei teatri fortemente instabili in cui era precedentemente penetrata (Iraq, Penisola Arabica e Maghreb Islamico).

    Syrian rebels gather in front of the remains of a burnt military vehicle belonging to Syrian government forces, Homs province.
    Ribelli armati a Homs, Siria

    COME CAMBIA AL QAEDA – La distruzione dei santuari afgani, dei campi di addestramento lungo la frontiera col Pakistan, la morte del capo ideologico e la scomparsa di una struttura gerarchica così definita come nel 2001, non hanno però eliminato l’organizzazione. Queste circostanze hanno, invece, contribuito alla proliferazione di gruppi di militanti armati che si ispirano all’organizzazione originaria (Al-Qaeda core) ancora attiva nella zona pakistana. In alcuni casi si tratta di gruppi indipendenti che solo nominalmente si attribuiscono l’affiliazione qaedista in una sorta di “franchising del terrore” che ne costituisce, in linea teorica, una garanzia di efficienza negli ambienti estremisti. In altri casi invece si tratta di gruppi con legami più forti con esponenti legati alla leadership tradizionale. In generale però si nota una maggiore autonomia dal gruppo centrale e obiettivi meno globali (meno pianificazione di attentati in Occidente) e più locali (la creazione di emirati islamici nelle regioni ove sono attivi). Proprio questo ultimo aspetto ha caratterizzato una perdita del prestigio della leadership storica, (il braccio destro di Bin Laden, l’egiziano Ayman al-Zawahiri, resta al vertice del gruppo terroristico), incapace di controllare la molteplicità delle diverse anime qaediste disperse nel globo. I complessi problemi socio-economici che danno forza ai movimenti estremisti, la mancanza di una struttura gerarchica riconoscibile e la difficoltà di intercettare l’interconnessione tra i gruppi rende al tempo stesso di gran lunga più arduo e complesso il lavoro di contenimento del pluralismo jihadista che, invece, continua ad operare in maniera vivace ad attiva grazie ai finanziamenti delle fondazioni islamiche, il contrabbando di armi e munizioni, e soprattutto mediante il medium nebuloso di internet, che spesso sfugge dal controllo delle intelligence e propone manuali di addestramento e indottrinamento per le nuove reclute.

    AL QAEDA IN IRAQ (AQI) – Il gruppo terroristico entra nel Paese nel 2003 sfruttando il vuoto di potere e l’esplosione delle faide settarie ed etnico-tribali successive alla caduta di Saddam Hussein. Il dialogo interreligioso tra le confessioni arabo sunnite, arabo sciite e curde riesplodono in un turbinio di violenze senza soluzione di continuità, un terreno privilegiato per l’ingresso di Al Qaeda in Mesopotamia che proprio nel caos interno riesce a irradiare il suo messaggio. A facilitare l’inserimento del gruppo c’è il militante giordano Abu Musab Al Zarqawi che, oltre a godere del sostegno popolare, è anche riuscito a guadagnare visibilità sul campo con attentati ben riusciti. La parabola di Al Qaeda in Iraq, tuttavia, segue un tracciato discontinuo: il successo degli attentati suicidi che toccarono picchi vertiginosi di oltre 3000 morti al mese nel biennio del 2006-2007, ha mostrato un’inversione di tendenza negli ultimi anni dell’Iraqi Freedom. Lo scoppio della guerra civile aveva infatti alienato ad AQI un’importante fetta della popolazione arabo sunnita, un fronte di per sé già molto frammentato e vittima degli stessi attacchi indiscriminati del gruppo terroristico. Con il ritiro delle truppe americane la bolla di violenza e odio settario è riesplosa mostrando a tutto tondo l’incapacità delle forze di sicurezza di riprendere il controllo di molte aree del Paese sottraendolo a quello qaedista.  AQI ha manifestato un’inaspettata abilità operativa: è stata capace di rigenerarsi e di sfruttare soprattutto il transito di jihadisti nel corridoio siriano per tornare a incutere terrore nelle aree strategiche e simboliche del Paese. Bisogna precisare, però, che il riaccendersi dello scontro interno non è attribuibile al solo ad Al Qaeda, ma anche al ruolo sempre più incisivo di gruppi militanti anti governativi che si muovono all’interno della comunità sunnita, precedentemente distaccati dal gruppo qaedista.

    Fine prima parte

    Giorgia Perletta

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    Giorgia Perletta
    Giorgia Perletta

    Accento abruzzese e occhi di mandorla, un mix che dalla nascita (un Martedì del 1990) mi ha tatuato addosso le forti radici e l’esotismo d’Oriente. Sono dottoranda in Istituzioni e Politiche presso l’Università Cattolica di Milano dove ho conseguito una laurea in Sociologia e Giornalismo, una (magistrale) in Relazioni Internazionali e, (non c’è due senza tre), un Master in Middle Eastern Studies. Ho vissuto per 5 mesi a Seul -quando da Nord schieravano i missili al confine dichiarando lo stato di guerra- e lavorato a Milano in una redazione tele-giornalistica nazionale. La mia rosa dei venti punta verso il Medio Oriente e, soprattutto, verso l’Iran, Paese che mi ha fatto innamorare di una molteplicità dei suoi aspetti; tra questi il Persiano, che ho iniziato a studiare un’estate all’Università di Teheran.

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