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    Caffè150 – Le vicende legate alla fine prematura della seconda Guerra d’Indipendenza e l’inizio della Terza mostrano quanto accordi segreti e retroscena diplomatici abbiano influito sul processo di unificazione italiana. I rapporti bilaterali con Austria, Francia e Prussia furono contraddittori e non sempre proficui e, insegnarono all’appena nata Italia (e agli italiani) quanto difficile potesse essere ottenere il rango di potenza europea

     

    LA VITTORIA NON BASTA – La mattina del 27 giugno 1859, due giorni dopo le schiaccianti vittorie riportate a San Martino e a Solferino, il contingente Franco-Sardo riprese la marcia verso Est, puntando verso il “Quadrilatero” al di là del fiume Mincio, dove le truppe Austriache si era ritirate dopo la sconfitta. Qual mattino, dovette sembrare davvero che le sorti della guerra stessero volgendo a favore di Vittorio Emanuele II che, con l’aiuto delle armate di Napoleone III, era già riuscito a scacciare gli austriaci dalla Lombardia. A questo punto non rimaneva che puntare alla conquista del Veneto che, viste le recenti vittorie, sarebbe stata solo una questione di tempo. Ma nonostante l’ottimismo, il pragmatico sovrano di Francia sapeva perfettamente che ci sarebbe voluto tempo per espugnare le fortezze austriache e che, nel frattempo Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, avrebbe potuto approntare nuove armate da mettere in campo. Inoltre, sebbene gli accordi prevedessero, in caso di vittoria, un cospicuo bottino (la Savoia e Nizza) per i francesi, la guerra italiana stava costando moltissimo a Napoleone in termini di vite e, soprattutto di consenso sia nel suo regno che nelle corti Europee.

     

    PERCHÉ FINIRE COSÌ? – Infatti, le vittorie messe a segno dalla coalizione, avevano innescato dei pericolosi dissesti sullo scacchiere internazionale. La Prussia, membro della Confederazione Germanica di cui l’Austria era la guida, era preoccupata da possibili ulteriore annessioni francesi e tentò la leva della mediazione attraverso una duplice e astuta mossa: cercò l’appoggio del primo ministro Palmerston in Inghilterra e dello zar Alessandro II di Russia, i quali, seppure in misura minore, non vedevano di buon occhio le vittorie piemontesi; e al tempo stesso, schierò sei divisioni lungo il Reno pronte all’ordine di invasione dell’Alsazia e della Lorena. La posta in gioco era alta e, una mediazione alla pace condotta da Regno Unito, Prussia e Russia avrebbe screditato Napoleone III agli occhi dell’intera Europa. Di fatto però, il sovrano francese decise di non correre rischi e, all’insaputa di Vittorio Emanuele II, cercò la pace con Francesco Giuseppe d’Austria.

     

    LA PACE FORZATA – Il giorno seguente il sovrano piemontese venne messo al corrente della volontà dei belligeranti di firmare una tregua alla quale egli non poté rifiutarsi. Così, la mattina dell’8 luglio, il maresciallo Hess, il maresciallo Vaillant e il generale Della Rocca si riunirono a Villafranca, da qui il nome dello storico armistizio, dove decisero che la tregua sarebbe durata fino al 15 di agosto. In realtà tutto si sarebbe concluso due giorni dopo. Le trattative si tennero a Verona tra l’11 e il 12 luglio. La pace prevedeva la cessione della Lombardia (senza le fortezze di Mantova e Pesciera) alla Francia, che sarebbe passata al Regno di Sardegna come da accordi, il Veneto sarebbe entrato nella Confederazione Italiana rimanendo austriaco e, il Duca di Modena e il Granduca di Toscana avrebbero concesso amnistia.

     

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    UNA NUOVA OCCASIONE – Dopo le annessioni del 1860-61 l’Italia cercò di sfruttare le nuove tensioni presenti in Europa per riuscire a marciare finalmente su Venezia. La relazione tra Napoleone III e il Regno d’Italia si era particolarmente raffreddata (per via dell’invasione delle Marche e dell’Umbria), così il primo ministro La Marmora (nell’immagine sopra) e Vittorio Emanuele cominciarono a cercare, sebbene in modi diversi, rispettivamente un accordo di alleanza con la Prussia e un contatto diplomatico segreto con gli Asburgo.

     

    UN NUOVO COMODO ALLEATO – Tra il 63 e il 64, l’Austria stava affrontando una pesante crisi finanziaria ed era minacciata dalla Prussia che, nel frattempo, aveva intrapreso la strada per diventare la maggiore potenza germanica. Vista la situazione, e temendo un intervento italiano a fianco della Prussia, Vienna cercò un compromesso offrendo il Veneto al neonato Regno in cambio della neutralità. Ma gli accordi segreti tra La Marmora e Bismarck (immagine a destra) erano già a buon punto e, il generale italiano era convinto che un intervento italiano avrebbe potuto portare all’annessione del Trentino, oltre a quella del Veneto. In realtà così non fu. Quando nel 1866, Prussia e Italia firmarono l’accordo definitivo, Berlino definì precisamente che in caso di vittoria il Trentino sarebbe stato prussiano. Per l’opinione pubblica Prussiana infatti rimaneva importante il concetto di “confini degli stati germanici”, qualcosa che andava in contrasto con le idee italiane. Per gli stati tedeschi infatti anche il Trentino e la Venezia Giulia erano da considerarsi storicamente “germanici” e dunque non potevano e non dovevano cadere sotto il controllo di una qualsiasi potenza non germanica (Austria o altri paesi tedeschi). Era una questione tanto di prestigio quanto di praticità: se un esterno avesse preso possesso di quelle provincie, allora sarebbe stato legittimato a proseguire anche con tutte le altre. Una minoranza intellettuale a Berlino arrivava ad allargare il concetto anche al Veneto, ma questa posizione (peraltro anche storicamente meno giustificabile) fu presto sacrificata davanti alla necessità dell’alleanza. L’accordo inoltre prevedeva che nessuno dei due paesi potesse concedere l’armistizio senza l’assenso ufficiale dell’alleato. Il conflitto ebbe inizio il 17 giugno dello stesso anno. L’Italia entrò in guerra il 20 del mese.

     

    LA PACE FORZATA #2 – Il 26 luglio, acquisiti i propri obiettivi militari, Bismarck firmò l’armistizio con l’Austria senza interpellare il governo italiano, violando apertamente i patti dell’8 aprile. Vittorio Emanuele II, sconfitto più volte per terra (Custoza) e per mare (Lissa), si trovò nelle condizioni di non poter continuare il conflitto da solo nonostante alcuni progressi minori successivi ai due disastri; fece così arrestare anche l’avanzata vittoriosa di Garibaldi su Trento, il quale rispose al dispaccio con il celebre “Obbedisco”. Il 26 agosto del 1866 fu un giorno umiliante per il Regno d’Italia. Nessuna autorità italiana fu invitata a prendere parte alla Pace e il Veneto venne ceduto a Napoleone III (che indirettamente lo cedette all’Italia).

     

    Paolo Iancale

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    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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