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domenica 16 Maggio 2021

Il Dragone e il Mediterraneo asiatico: le rivendicazioni della Cina nel Mar Cinese Meridionale

In breve

  • Il Mar Cinese Meridionale si presenta oggi come un teatro caratterizzato da una grande frizione tra gli Stati che vi si affacciano.
  • La Repubblica Popolare Cinese rivendica la maggior parte di questa area marittima, strategica anche in quanto particolarmente ricca di risorse energetiche quali petrolio e gas naturale.
  • Ai supposti diritti storici dei quali godrebbe Pechino, si contrappone il giudizio della Corte Permanente di Arbitrato, che giudica le rivendicazioni cinesi totalmente incompatibili con UNCLOS.
  • La protezione dei propri interessi marittimi è requisito fondamentale da soddisfare se la Repubblica Popolare vuole divenire potenza marittima. Questi i motivi per cui i cinesi esercitano la propria presenza in questa regione anche facendo ampiamente leva sullo strumento militare.

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AnalisiLa situazione geopolitica del Mar Cinese Meridionale è parecchio intricata. Le considerevoli risorse energetiche di questa area marittima alimentano infatti i molti contenziosi territoriali che vedono contrapposti i principali Stati rivieraschi alla sempre più assertiva Repubblica Popolare Cinese.

UN INQUADRAMENTO ENERGETICO DEL TEATRO

Il Mar Cinese Meridionale rappresenta un’area marittima di importanza strategica per la Repubblica Popolare Cinese (RPC), specialmente per quanto concerne la vastità di risorse energetiche presenti nella regione. Secondo uno studio del 2015 pubblicato dal CIIS (China Institute of International Studies), il totale di queste risorse ammonta a cifre di considerevole entità: i depositi di idrocarburi si attestano su 70,78 miliardi di tonnellate, di cui 29,19 destinati al greggio, ai quali vanno ad aggiungersi risorse gasifere per un totale di 58mila miliardi di metri cubi.
Stime particolarmente ottimistiche sono state prodotte anche dalla EIA (United States Energy Information Administration), che valuta il quantitativo di idrocarburi nella regione tra i 30 e i 213 miliardi di barili di petrolio (tenendo conto sia delle “risorse provate e probabili” sia delle stime delle “zone non esplorate”) e superiore ai 190mila miliardi di piedi cubi di gas, ovvero il 3% delle riserve gasifere mondiali.
Come riportato da Anders Corr, analista e fondatore di Corr Analytics Inc., in Great Powers, Grand Strategies: The new game in the South China Sea”, una disponibilità di risorse di questo calibro farebbe del Mar Cinese Meridionale la terza maggiore area mondiale per depositi di idrocarburi, dopo Venezuela e Arabia Saudita, garantendo alla Repubblica Popolare Cinese di accedere, in caso di conflitto e di conseguente possibile chiusura dei cosiddetti “colli di bottiglia”, a una riserva energetica strategica in grado di ridimensionare gli effetti di un eventuale blocco navale da parte di una potenza avversaria.

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Fig. 1 – Una piattaforma di estrazione petrolifera nel Mar Cinese Meridionale

LA CINA E IL ‘NANHAI’

Dal 1949, anno della sua fondazione, la RPC è stata coinvolta in un vasto numero di negoziazioni atte alla risoluzione delle dispute territoriali con i Paesi confinanti. Tuttavia, come riportato dal dott. Klaus Heindrich Raditio dell’Università di Sidney nel suo libro “Understanding China’s Bahaviour in the South China Sea”, una prima dichiarazione ufficiale relativa alla definizione dei propri confini marittimi fu raggiunta solo il 9 settembre 1958 con la Declaration on China’s Territorial Sea. Il pronunciamento asseriva che l’ampiezza delle acque territoriali della Repubblica Popolare Cinese doveva corrispondere a 12 miglia nautiche e che lo stesso principio era da applicare alla totalità dei territori cinesi, ivi compresi la Cina continentale, Taiwan e i territori insulari che la circondano, nonché gli arcipelaghi delle isole Penghu, Dongsha, Xisha, Zongsha e Nansha.
Tale rivendicazione venne ribadita nell’articolo 2 della Law on Territorial Sea and Contiguous Zone, del 25 febbraio 1992, così come il principio di sovranità “su tutti gli arcipelaghi e le isole del Mar Cinese Meridionale” fu riaffermato anche il 7 giugno 1996 con la ratifica da parte cinese della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS).
Il 26 giugno 1998, in occasione della terza sessione del Comitato Permanente del Nono Congresso Nazionale del Popolo, la PRC promulgò il China’s Exclusive Economic Zone and Continental Shelf Act, in base al quale l’estensione geografica della Zona Economica Esclusiva (ZEE) cinese consta di un’area compresa tra le baselines che delimitano l’ampiezza delle acque territoriali e 200 miglia nautiche da esse. Inoltre si sottolinea che la piattaforma continentale della Repubblica Popolare Cinese comprende sia il fondale marino, sia tutte le aree sottomarine oltre le acque territoriali cinesi, che si estendono fino al bordo più estremo del margine continentale stesso. Oltre alla definizione delle caratteristiche della ZEE, il documento contiene anche il primo rimando ufficiale a dei “diritti storici” di cui la Cina godrebbe nel Nanhai, termine con il quale i cinesi indicano il Mar Cinese Meridionale, pur però mancando di darne una precisa declinazione del contenuto e dell’area esatta di applicazione.

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Fig. 2 – Veduta aerea delle isole Spratly, al centro delle rivendicazioni dei principali Paesi del Mar Cinese Meridionale

LA ‘NINE-DASH LINE MAP’ E I CONTENZIOSI CON GLI STATI RIVIERASCHI

Come sempre sottolineato dal dott. Raditio, la prima presentazione ufficiale della cosiddetta Nine-dash line map avvenne il 7 maggio 2009, quando la RPC inviò al Segretariato Generale delle Nazioni Unite la nota verbale no. CML/17/2009, rilasciata in risposta alla joint submission malese e vietnamita indirizzata alla Commissione delle Nazioni Unite sui limiti della piattaforma continentale. In tale documento, facendo marcatamente riferimento alla mappa allegata, venne evidenziata l’insindacabilità della sovranità cinese sulle isole del Mar Cinese Meridionale, oltreché sottolineata la giurisdizione della RPC in materia di fondali marini e dei relativi sottosuoli. La presentazione della mappa in questione indicava de facto per la prima volta l’area sulla quale la RPC era autorizzata a esercitare i propri diritti sovrani e giurisdizionali.
Il 22 gennaio 2013, dopo che dall’occupazione cinese dell’Atollo di Scarborough era derivato lo stand-off con le Filippine, queste ultime diedero inizio a un processo di arbitrato internazionale contro la RPC, con lo scopo ultimo di mettere in discussione le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale.
Nell’agosto dello stesso anno un comunicato stampa da parte della Corte Permanente di Arbitrato annunciò la costituzione di un tribunale arbitrale ai sensi dell’Annesso VII dell’UNCLOS.
La risposta cinese fu il Position Paper of the Government of the People’s Republic of China on the Matter of Jurisdiction in the South China Sea Arbitration Initiated by the Republic of the Philippines. Questo, oltre a ribadire la sovranità assoluta cinese su tutte le isole del Mar Cinese Meridionale, rivendicava i “diritti storici” in nome della millenaria presenza cinese in questo teatro.
Il tribunale neocostituito rigettò in toto le rivendicazioni della RPC nel Mar Cinese Meridionale, giudicandole del tutto incompatibili con UNCLOS.

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Fig. 3 – La portaerei Shandong ormeggiata nel porto di Dalian

CONTROLLARE LE ACQUE PER DIVENTARE SUPERPOTENZA

La rinnovata assertività cinese e i contenziosi con le potenze regionali che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale sono in massima parte figlie della volontà da parte della RPC di farsi al contempo potenza marittima e egemone nella regione. Come evidenziato dal contrammiraglio Michael A. McDevitt nel suo testo “China as a Twenty First Century Naval Power”, se la Repubblica Popolare Cinese ambisce ad assurgere al doppio ruolo di potenza navale e, quindi, di superpotenza, deve necessariamente essere in grado di difendere e di rafforzare i propri “diritti e interessi marittimi”, in modo da assicurare la realizzazione del “Sogno Cinese”.
Nel luglio 2013 lo stesso Xi Jinping ha dettato gli obiettivi primari atti a garantire il compimento del “Sogno Cinese”, ovvero il passaggio della RPC da potenza terrestre a potenza marittima. In sostanza è prioritario difendere la Cina da attacchi provenienti dal mare, assicurare il normale corso del commercio marittimo, strategico per il Paese, e garantire il recupero della sovranità sull’area marittima rivendicata, avendo come fine ultimo la riunificazione di Taiwan con la madrepatria. Tale vocazione si rivela nella intensa attività di militarizzazione di questo braccio di mare, culminata nella realizzazione dell’imponente infrastruttura anti-accesso, della quale si serve la RPC per legittimare e imporre militarmente la propria presenza nella regione.
Analizzando questi aspetti, ciò che secondo McDevitt effettivamente contraddistingue la RPC dalla quasi totalità dei Paesi vicini sta nell’abilità di Pechino di proteggere i propri interessi marittimi e, al contempo, di avanzare coercitivamente diritti, rivendicazioni e interessi.

Francesco Lorenzo Morandi

USS Bunker Hill (CG 52) and USS Barry (DDG 52) transit the South China Sea.” by Official U.S. Navy Imagery is licensed under CC BY

Francesco Lorenzo Morandi
Francesco Lorenzo Morandi

Mi chiamo Francesco Lorenzo Morandi e sono nato nel 1996. Sono attualmente uno studente universitario di Mediazione Linguistica, ma ho background accademico piuttosto variegato, poiché provengo da ingegneria aerospaziale dove ho conseguito un discreto numero di crediti accademici.

Sono da sempre appassionato di geopolitica e di sicurezza internazionale in generale, con una indubbia preferenza per il teatro indopacifico e la geopolitica della Repubblica Popolare Cinese relativamente alla Belt and Road Initiative, all’evoluzione dottrinale ed organizzativa dell’apparato militare cinese ed al rapporto che lega Pechino alle potenze regionali che la circondano.

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