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    Il Mar Cinese Meridionale, un focolaio di rivalità – I

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    Il Mar Cinese Meridionale, costellato da centinaia di isole, barriere coralline e scogli, custodisce nei suoi fondali ingenti giacimenti di idrocarburi. In quella porzione di mare, nella quale confluiscono alcuni tra i più grandi fiumi asiatici, dal Mekong al Fiume Rosso, si gioca anche la sfida strategica per il controllo degli accessi all’Oceano Indiano, delle rotte marittime verso il Golfo Persico e il Mediterraneo. Cina, Giappone, Vietnam, Filippine, Indonesia, Taiwan, Thailandia e Malaysia sono i giocatori in campo

     

    LA DISPUTA SINO-FILIPPINA SULLE ISOLE SPRATLY – I cinesi le chiamano “nansha qundao”, i vietnamiti “quan dao truong sa”, per noi sono le Spratly, l’arcipelago di atolli ed isolotti che costella un frantume considerevole del Mar Cinese Meridionale, il nucleo d’attrazione degli interessi strategici regionali. La Malaysia, Taiwan, la Cina (possiede la grande isola di Hainan e sette scogli), le Filippine (controllano le Palawan e altre sette isole), il Vietnam (controlla ventisette isole), rivendicano ciascuno l’esclusiva sovranità sulla miriade di atolli e di piccole isole di dubbia appartenenza e non ancora occupati. Cina e Vietnam avanzano le loro pretese espansionistiche sull’intero arcipelago, mentre Filippine, Malaysia e Brunei reclamano il controllo solo su una parte.

    Le rivendicazioni cinesi sulle Spratly ritrovano il loro presupposto nel retroterra storico e nell’atavica relazione intercorrente tra il Paese di Mezzo e le isole durante le dinastie Han e Ming, attraverso l’insediamento di pescatori. E per sostenere l’evidenza della loro remota sovranità sull’arcipelago, Pechino fa incetta di testimonianze archeologiche e storico-documentali che convaliderebbero il primato cinese della scoperta delle isole. Anche Manila vanta un diretto interesse storico sulla cinquantina di isolotti e barriere coralline che reclama come propri in quanto scoperti dall’avventuriero filippino Thomas Cloma, il quale nel 1956 fondò lo stato di Freedomland (Kalayaan) con capitale sull’isola di Patag, nel 1978 annessa alla municipalità di Palawan su iniziativa di Marcos.

    La versione ufficiale cinese giustifica gli interessi sulle Spratly, e sullo spazio marittimo circostante, con la necessità di garantire alle produttive province continentali della Cina sud-occidentale, quali il Guandong e il Guanxi, un corridoio commerciale diretto all’Oceano Indiano.

     

    PRESUPPOSTO GIURIDICO – La disciplina delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) e della Piattaforma continentale, regolamentata con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare di Montego Bay (1982), ha colmato il vuoto normativo incidendo sugli equilibri geopolitici regionali nel sud-est asiatico. Allo stato costiero che attesta la nascita di una ZEE o Piattaforma continentale attraverso una dichiarazione formale, sono riconosciuti diritti esclusivi in merito all’esplorazione scientifica, all’impianto di strutture fisse o mobili, alla conservazione e allo sfruttamento economico degli idrocarburi e delle risorse minerali presenti nel fondo marino. Ecco quindi che che sullo specchio d’acqua del Mar Cinese Meridionale, attorno a quegli isolotti non ancora occupati che prima erano considerati terra nullius, si sono acutizzate le rivalità. Così, da un lato si sono moltiplicate in questi ultimi anni le dichiarazioni unilaterali di esistenza di nuove ZEE dell’uno o dell’altro stato costiero, disconosciute dagli altri stati competitori; dall’altro si sono rafforzate le relazioni bilaterali e la cooperazione tecnologica interstatale in ordine allo sfruttamento condiviso delle risorse, come tra la Malaysia e il Vietnam, tra la Malaysia e le Filippine, tra le Filippine e il Vietnam.

    La Cina, che considera la disputa per le Spratly una questione di interesse strettamente nazionale quindi non negoziabile, fondamentale per la crescita del Paese e per la sua ascesa internazionale, rigetta l’approccio multilaterale al problema e consolida piuttosto i rapporti bilaterali, sostenendo le joint ventures tra imprese statali e private. La cooperazione bilaterale e le joint economic exploitation consentono così a Pechino di accrescere la propria influenza politica sugli altri paesi costieri e in via di sviluppo, fornendo loro la tecnologia e il know-how necessari allo sfruttamento delle risorse.

     

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    LA MILITARIZZAZIONE DELL’AREA – Se nei primi anni ottanta furono soprattutto le Filippine e la Malaysia a trasformare scogli e isole in avamposti militari, con l’occupazione cinese di sei isolotti (1988) e del Mischief Reef (1995) è accresciuto il rischio dello scontro militare, incoraggiato dall’ammodernamento della flotta navale di Pechino e dell’incremento dell’attività nell’area. Una vera e propria minaccia per Manila, che in risposta ha avviato, a sua volta, il piano per l’ammodernamento dell’apparato e della tecnologia bellica, sostenuto dagli Stati Uniti, grazie al Visiting Forces Agreement (1998). Gli Stati Uniti, che nel 1992 avevano ritirato le proprie forze militari, hanno assicurato alle Filippine il loro ombrello di protezione militare, e diverse azioni antiterrorismo congiunte si sono già svolte nel Mar Cinese Meridionale. La garanzia per le Filippine di una difesa esterna statunitense ha orientato le relazioni bilaterali con la Cina verso la via diplomatica e ha internazionalizzato la contesa sulle Spratly, rendendola oggetto di discussione del forum dell’Associazione per le Nazioni dell’Asia Sud-Orientale. Attualmente comunque, la strategia formale perseguita da Pechino è la via della risoluzione pacifica delle controversie regionali, necessaria per evitare un potenziale intervento militare statunitense nella regione e per rinvigorire le relazioni con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico. Oggi come ieri, a fondamento del pragmatismo cinese c’è l’obiettivo irrinunciabile della crescita economica del Paese di Mezzo, per la quale si rivela indispensabile lo sfruttamento delle risorse del Mar Cinese Meridionale. La sovranità su quegli isolotti implica il controllo sulle acque, sulle risorse del fondo marino (vedi la tabella sopra per alcuni dati di massima – Fonte: US Department of Energy), sulla pesca, sulla navigazione e sulle rotte, ma anche sulla sicurezza militare dell’area.

     

    Questo presupposto è chiarificatore dei termini dello scontro e della militarizzazione di alcuni scogli, occupati dalla Cina, o dell’invio da parte delle Filippine di velivoli militari nei contesi isolotti dell’arcipelago delle Spratly in risposta al blocco di una nave in missione di esplorazione petrolifera in quelle acque ad opera di due motovedette cinesi. Anche se dunque prevalgono l’approccio diplomatico e il mantenimento della stabilità, non mancano le schermaglie militari.

    Nel Mar Cinese Meridionale prosegue così la “creeping invasion” come ha affermato Mercado, l’ex Segretario alla Difesa delle Filippine, quella del Dragone cinese, che la sinologa Bergére ha definito una “conquista silenziosa a danno delle Filippine, in questa Asia del sud-est che considera come una delle proprie zone di influenza tradizionali”.

     

    (continua nella seconda parte)

     

    Dolores Cabras

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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