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    Il dopoguerra: la vittoria mutilata, la crisi, gli Stati Uniti

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    All’indomani della fine della Grande Guerra nel 1918, l’Italia, uscitane con una vittoria cosiddetta “mutilata”, si trovò nuovamente a confrontarsi con un ruolo marginale, che faticava ad accettare, all’interno dell’equilibrio geopolitico europeo. Durante il periodo che seguì e fino all’avvento del Fascismo, le relazioni internazionali per l’Italia furono difficili e consistettero nel tentativo di fornire appoggi agli altri governi europei in cambio di benefici e compensi necessari per un Paese che aveva recentemente perso 650.000 soldati e contava 2.000.000 di mutilati 

     

    LA FINE DELLA GUERRA– In tutta Europa furono anni magmatici: antiche tensioni risorsero, correnti nazionaliste e nuove ideologie inasprirono contrasti latenti e una nuova superpotenza si affacciò nel panorama del Vecchio Continente, gli Stati Uniti d’America. La Grande Guerra comportò conseguenze diverse ma disastrose: enormi danni materiali in tutta Europa e nel fatiscente impero ottomano, la rottura di tutte le coesistenze di popoli diversi, prima riuniti sotto i vari scettri dinastici affermatisi nei decenni se non nei secoli precedenti, come conseguenza del principio di autodeterminazione dei popoli promosso da Winston Churchill, complicazioni derivanti dall’applicazione letterale dei quattordici punti di Wilson che talvolta favorirono lo sgretolarsi degli Stati e, infine, il diffondersi di azioni militari e paramilitari per stabilire situazioni da imporre successivamente ai plenipotenziari raccolti a Parigi. Oltre a ciò, milioni di soldati rientrati in patria non riuscirono a trovare lavoro in un contesto economico straziato da un impegno bellico senza precedenti. Tali tensioni necessitavano uno sfogo e così nuove ideologie insidiatesi durante il conflitto si diramarono in tutta Europa. Se da un lato, il Marxismo si era definitivamente affermato in Russia a seguito dell’autunno rosso, il pericolo che venisse esportato favorì la nascita di movimenti ultranazionalisti in molti Paesi, tra cui soprattutto, Italia e Germania. Italia, che pur avendo vinto la Guerra, era umiliata da una pace così poco vantaggiosa da essere definita mutilata: nessuna terra irredenta e nessun mandato né sulle colonie provenienti dall’impero ottomano né sulle ex colonie germaniche che furono invece assegnate a Francia ed Inghilterra. La diagnosi di Giolitti fu alquanto esplicativa:

     

    “…quando si confrontano così enormi sacrifici e di ricchezza con le condizioni da noi fatte nel trattato di pace e si confrontano queste condizioni con gli splendidi vantaggi ottenuti dai nostri alleati si ha la misura della terribile responsabilità che pesa sopra coloro che gettarono l’Italia in guerra senza prevedere nulla, senza accordi precisi sulle questioni politiche e coloniali…..”

     

    L’Italia dimezzata nella sua gioventù e dilaniata da contrasti e tensioni interne era sull’orlo della guerra civile.

     

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    UNA DIFFICILE RICOSTRUZIONE- Le basi economiche sulle quali si doveva basare la ricostruzione del Paese erano deboli. Nel 1918, scoppiò la crisi industriale e la conseguente disoccupazione andò a gravare sul settore agricolo, che era ormai saturo. I salari si abbassarono così come gli standard di vita. L’Italia come la stragrande maggioranza delle potenze reduci dal conflitto rispose alla crisi economica riportando la lira al valore che aveva prima del 1914, pensando che una lenta e controllata deflazione avrebbe messo in moto la ripresa. La soluzione raccolse grande entusiasmo. L’unico a denunciarne i possibili rischi fu Keynes, ch, inascoltato anche in Patria, giocò il ruolo di Cassandra, Infatti ne seguì una perniciosa deflazione, primo passo verso la terribile crisi del ‘29. Diverse furono le strategie con cui gli Stati corressero quest’andamento: da un lato, la Germania adottò una politica di armamenti resa possibile grazie ad una gestione pressoché autarchica delle barriere, dall’altro gli Stati Uniti, con il noto New Deal fornivano alle imprese in difficoltà energie a basso costo come volano industriale. L’Italia, dal canto suo, si avvalse dell’intervento dello Stato che accorpò le imprese sull’orlo della bancarotta all’interno dell’Iri e dell’Imi.

     

    Fin dall’inizio, dunque, il Fascismo in Italia assunse una dimensione piccolo borghese che fu lodata da molti in un dopoguerra contrassegnato dall’avvento di nuove dittature, camuffate o meno, soprattutto dall’inglese Winston Churchill. Rimane, comunque, da dire che capire la posizione che a quei tempi l’Italia rivestiva nel contesto europeo è difficile in quanto a disposizione si hanno solo i commenti di esaltazione del regime o l’informazione che era lasciata penetrare dall’estero.

     

    L’ALBA DEGLI STATI UNITI-L’entrata in guerra degli Stati Uniti a sostegno delle potenze europee impegnate contro gli imperi centrali, l’impero austro-ungarico e la Germania, sancì definitivamente il passaggio da colonia dichiaratasi indipendente nel 1776 a potenza mondiale. Già nel 1823, il discorso Monroe, con cui era stata notificata al mondo la tesi secondo cui l’America dovesse appartenere agli Americani, aveva dato avvio all’estromissione delle potenze europee dal continente e dai relativi affari.

    Tale dottrina ebbe un corollario di principi definiti isolazionismo. Gli Stati Uniti si impegnavano non solo nell’estromissione delle potenze europee dalle due Americhe, ma anche a disinteressarsi nelle vicende del Vecchio Continente. Questa posizione si affievolì gradualmente fino a che Theodore Roosevelt, nel 1904, proclamò che gli USA si assumevano il diritto di intervenire in qualsiasi parte del mondo gli interessi americani venissero lesi. La fine dell’isolazionismo avvenne nel 1917, quando il Presidente Wilson si impegnò a fondare, in sede della stipulazione dei trattati di pace che sarebbero susseguiti alla fine della guerra, la Società delle Nazioni, che avrebbe avuto il compito di redimere i contrasti fra gli stati. Il caso volle che gli Stati Uniti non entrassero nell’organismo da loro stessi creato. L’intervento USA fu, comunque, l’ago della bilancia a favore degli alleati. E il fatto pose gli USA in una posizione di superiorità nei confronti di tutte le potenze mondiali; questa superiorità venne tenuta aggiornata con armamenti e basi militari; come la famosa base navale di Pearl Harbour che fu inaugurata nel 1916 e che avrebbe dovuto fungere da scudo verso ogni attacco proveniente dal Pacifico. La strada era tracciata e cosi gli Usa furono gli arbitri della soluzione della Prima Guerra Mondiale.

     

    Gloria Tononi

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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