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    Iraq in fiamme

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    I combattimenti in Iraq continuano con lo Stato Islamico al centro dell’attenzione. Mentre lo scontro con i curdi aumenta di livello e si compiono nuove stragi, gli USA decidono di intervenire per via aerea

    Ci sono quattro partite aperte nell’Iraq di oggi, apparentemente indipendenti ma in realtà legate tra loro e tutte e quattro ci aiutano a capire meglio la situazione in atto:

    L’AVANZATA DELL’ISIS – i miliziani dello stato islamico rafforzano la loro presa su Mosul e sulle aree sotto il loro controllo, avendo anche preso il controllo della diga sul Tigri. Fino a qualche giorno fa avevano evitato lo scontro frontale con i Curdi, poi le due parti sono venute a contatto quando lo Stato Islamico ha puntato ad alcuni pozzi petroliferi – dai quali vuole trarre il guadagno necessario per gestire il nuovo stato.
    I Curdi hanno a questo punto raggiunto l’accordo con il governo di Baghdad per contrastare gli estremisti e hanno fatto partire un’offensiva contro Mosul, inizialmente di successo. Ma lo stato islamico ha contrattaccato da sud sul fianco scoperto dell’avanzata curda, costringendoli a ritirarsi e prendendo il controllo della città cristiana di Qaraqosh. I media sono andati in panico prevedendo già il crollo dei Curdi che però si sono ritirati sulle loro posizioni iniziali – da un lato ancora combattivi, dall’altro facendo capire che serviva maggiore coordinazione e, possibilmente, qualche aiuto.

    IL DRAMMA DI CRISTIANI E YAZIDI – Durante l’avanzata dello stato Islamico, Cristiani e Yazidi sono stati presi particolarmente di mira: ai primi è stato chiesto di convertirsi o pagare la jizya (tassa per non islamici), anche se in realtà molti sono stati uccisi o costretti a fuggire verso il Kurdistan, provenienti principalmente da Mosul e dintorni e, negli ultimi giorni, da Qaraqosh. Per i secondi, parte di una setta zoroastriana tollerante che però viene accusata di adorare il diavolo, vi è stata solo la persecuzione violenta, con centinaia di morti (500 solo negli ultimi giorni) e migliaia assediati. 20,000 di questi hanno poi potuto rifugiarsi in Kurdistan grazie a un corridoio temporaneo aperto proprio dai Curdi. Così tanti profughi comportano comunque una forte emergenza umanitaria, nonché il rischio di stragi ancora più grandi contro chi è rimasto in pericolo e, nel caso di ulteriore penetrazione a nord dei miliziani islamici verso Erbil, capitale del Kurdistan, anche di chi già sperava di essere giunto in salvo.
    Lo stato islamico del resto ha dichiarato che per queste persone il ritorno senza discriminazioni è possibile solo in seguito a conversione – il che lascia poco spazio a compromessi.

    In questa mappa la situazione dell'avanzata delle milizie dell'ISIS
    In questa mappa la situazione dell’avanzata delle milizie dell’ISIS

    L’INTERVENTO USA – La combinazione di difficoltà militari curde e di emergenza umanitaria ha avuto l’effetto di smuovere l’amministrazione americana, portando il Presidente Barack Obama ad autorizzare attacchi aerei contro le milizie dello Stato Islamico e il lancio di aiuti umanitari, sforzo al quale probabilmente si unirà anche l’UE. E’ stato anche deciso l’invio di armi ai curdi, riconosciuti come l’unico partner affidabile dell’area e gli unici con la coesione sufficiente per ottenere risultati utili. In effetti, grazie all’appoggio aereo non solo il morale dei Peshmerga (così sono chiamati i combattenti curdi) è aumentato, ma sono anche passati alla controffensiva, riprendendo alcune cittadine. Difficile prevedere ora un’avanzata travolgente delle forze di Erbil (e non è da escludersi qualche altra sconfitta locale), ma gli eventi provano la troppa fretta dei media nel paventare il crollo del fronte curdo – anche con gli aiuti, un’armata davvero in rotta non si sarebbe ripresa così velocemente.

    INCERTEZZA A BAGHDAD – Esistono però due problematiche: la prima è il fatto che lo Stato Islamico ha ancora numerose riserve e un’organizzazione solida, soprattutto in Siria dove di fatto può concentrare rifornimenti e armi per spostarle nelle varie aree di combattimento – cosa che deve ricordarci come il problema non si limiti al solo Iraq. Dall’altro c’è il quarto punto chiave della situazione: il governo di Baghdad.
    Di fronte alla richiesta USA di cambiamento al vertice, il premier sciita Nuri al-Maliki continua a rifiutarsi di lasciare il posto ed è in rotta con il presidente (curdo) Fouad Masum, che non accoglie la sua richiesta di un terzo mandato. La Corte Federale dà però ragione a Maliki e i suoi sostenitori sono scesi in piazza; dall’altra parte però perfino l’Alleanza Nazionale, principale partito sciita, lo scarica candidando al suo posto Haydar al-Abadi, segno di come anche l’Iran stia scaricando l’ormai scomodo premier. Al di là delle diatribe politiche (che qualche analista comunque pensa potrebbero portare ad un golpe contro il Presidente), il punto è che mentre i Curdi a nord stanno iniziando a contrastare efficacemente lo Stato Islamico, a sud non esiste ancora una fronte coeso e anzi è proprio la frammentazione politica a impedire un’analoga controffensiva delle forze irachene. Gli USA da parte loro stanno anche coordinando gli sforzi militari degli attori in gioco, ad esempio fornendo all’aviazione irachena le informazioni necessarie per meglio colpire il nemico, ma sul fronte politico non vogliono interferire troppo direttamente.
    Il rischio è dunque che a una decisa reazione a nord non ne corrisponda una altrettanto efficace a sud – rendendo così comunque possibile allo Stato Islamico il mantenimento di un’ampia area di territorio e perfino la minaccia alla capitale.

    Lorenzo Nannetti

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    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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