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    Sale la tensione

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    Cina e Vietnam – Ormai da quasi due mesi la situazione che avevamo già descritto in un precedente articolo del “Caffè” è tornata ad accendersi nel Mar Cinese Meridionale. Da più di vent’anni i rapporti tra Pechino e Hanoi non erano così tesi. Infatti, se in passato la dirigenza vietnamita aveva scelto la strada della diplomazia, delle risposte pacate, se non addirittura del silenzio, questa volta ha deciso di reagire con una vera e propria dimostrazione di forza.

    I TRASCORSI – Sempre lo stesso terreno di gioco: il fazzoletto di mare che dalle coste Cinesi si allunga verso sud e lambisce la penisola Vietnamita a ovest e le Filippine a est e per poi proseguire a mo’ d’imbuto verso le coste Malesi.

    Le acque intorno agli arcipelaghi Parcel e Spratleys sono oggetto di contenzioso con la Cina, non solo da parte del Vietnam ma anche da Filippine, Taiwan e Brunei.

    I paesi dell’ASEAN, che di fronte alle super potenze emergenti in Asia cercano di ritagliarsi un po’ d’indipendenza puntando su integrazione, crescita rapida, sfruttamento delle materie prime e bassi costi del lavoro, sono ovviamente interessati a difendere gli ampi giacimenti di gas e petrolio, che questo mare sembra celare.

    La Cina però non sembra d’accordo. Nonostante il suo territorio sia una delle più grandi miniere per ogni tipo di commodities, la sua strategia di massiccia espansione prevede, quando possibile, l’acquisizione – forzata o meno – di tutte le riserve limitrofe, anche a costo di tensioni con le popolazioni delle zone in questione. Inoltre per Pechino il Mar Cinese Meridionale è “mare nostrum” anche solo in virtù della denominazione, motivo che ha spinto Filippine e Vietnam a cambiarne la nomenclatura ufficiale rispettivamente in Mare delle Filippine Occidentale e Mare dell’Est.

    LO SCHIAFFO CINESE – A fine del maggio scorso una nave vietnamita della compagnia statale PetroVietnam, intenta nell’attività di rilevazione sismica è stata gravemente danneggiata da navi di sorveglianza della marina cinese. Questo è accaduto dopo che ripetutamente Hanoi aveva lamentato invasioni cinesi nelle acque di sua pertinenza sotto forma di missioni esplorative. Si trattava, di fatto, di imbarcazioni da pesca imbottite però di militari e tecnici, impegnati, si dice, nella ricerca di idrocarburi.

    LA RISPOSTA DI HANOI – A giugno il governo vietnamita aveva deciso di riconoscere apertamente l’esistenza di scaramucce con il potente vicino. Un notevole passo avanti rispetto alla precedente strategia del silenzio e un appello indiretto all’aiuto degli Stati Uniti. In seguito Hanoi ha scelto il segnale forte e ben definito delle esercitazioni militari, che si sono svolte di frequente nei mesi di giugno e luglio nelle acque contese.

    Infine, a grande sorpresa, il governo ha tollerato le manifestazioni di molti cittadini, le cui voci solo qualche mese prima sarebbero state prontamente tacitate per evitare le ritorsioni del minaccioso vicino.

    Sul fronte opposto, la Cina ha definito la reazione vietnamita inappropriata e ha affermato di essere intervenuta solo in difesa dei suoi pescatori.

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    L’INTERVENTO USA – E’ chiaro che questa escalation rompe equilibri ben più ampi di quello tra Vietnam e Cina. Dalla parte di Hanoi stanno non solo i paesi ASEAN, ma soprattutto gli Stati Uniti.

    Washington, formalmente super partes, anche a causa dei complessi e delicati rapporti economici che la legano a Pechino, è sempre stata presente nel Sudest Asiatico e la sua marina ha affiancato le Filippine e il Vietnam in esercitazioni congiunte proprio nel Mar Cinese Meridionale.

    Essendo tradizionalmente interessati a contenere l’espansione cinese, gli Stati Uniti hanno sempre appoggiato i paesi del Sudest Asiatico. In questo quadro l’alleanza tra ASEAN e USA si è rafforzata in virtù della condivisione d’intenti geopolitici e militari nella zona. Washington usa l’ASEAN come cuscinetto per non agire direttamente contro Pechino e alcuni paesi dell’ASEAN si permettono di alzare la voce, sicuri del sostegno americano.

    Secondo l’ultima dichiarazione del segretario generale dell’ASEAN, Surin Pitsuwan, entrambi i fronti sembrano intenzionati a mantenere rapporti pacifici e a cooperare in vista di una soluzione condivisa. A questo proposito lo scorso 20 luglio a Bali hanno firmato una dichiarazione che regola le attività di pesca e rilevazione nella zona.

    Tuttavia la strada verso un accordo chiaro sulla divisione delle acque e sullo sfruttamento dei relativi giacimenti sembra ancora in salita: la Cina è sempre più forte e ha già alle spalle successi/soprusi come quello Tibetano; mentre gli Stati Uniti si trovano in palese difficoltà sia sul piano domestico, che su quello internazionale.

    Valeria Giacomin

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Valeria Giacomin
    Valeria Giacomin

    Laurea Triennale in Finanza presso l’università Bocconi nel 2009, Double Degree in International Management con la Fudan University di Shanghai tra il 2009 e 2011 e master di secondo livello in Economia del Sud Est Asiatico presso la SOAS di Londra nel 2012. Più di due anni in giro per l’Asia e gran voglia di avventura. Tra il 2010 e il 2012 ho lavorato in Vietnam come analista, a Milano come giornalista e a Città del Capo presso una compagnia e-commerce.
    Le mie aree d’interesse sono il commercio internazionale, business development e dinamiche di globalizzazione nei paesi emergenti, in particolare nel settore delle commodities agricole.
    Dal 2013 sono PhD Fellow in Danimarca presso la Copenhagen Business School. Sto scrivendo la mia tesi di dottorato sull’evoluzione del mercato dell’olio di palma in Malesia e Indonesia e più in generale seguo progetti di ricerca sul settore agribusiness in Sudest Asiatico.

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