utenti ip tracking
domenica 17 Ottobre 2021

Il voto in Catalogna: rimane aperta la frattura tra Barcellona e Madrid

In breve

  • La regione catalana dal 2017 risulta ancora divisa per la questione indipendentista.
  • Il 14 febbraio, dopo gli accesi dibattiti sulla possibilità di rimandarle al mese di maggio a causa della pandemia, si sono tenute le elezioni parlamentari.
  • Si sono aggiudicati il numero maggiore di seggi il partito indipendentista ERC e il socialista PSC, che però non ha i numeri per ottenere la maggioranza.

Dove si trova

Ascolta l'articolo

In 3 sorsi – Il referendum sull’indipendenza del 2017 in Catalogna aveva affermato la vittoria dell’indipendentismo. Le elezioni regionali dello scorso 14 febbraio hanno ribadito la vittoria degli indipendentisti, ma la frattura della società rimane una questione irrisolta. 

1. GLI ESITI

Domenica 14 febbraio in Catalogna si sono tenute le elezioni regionali per il Parlamento. I seggi, per un totale di 135, vengono assegnati sulla base della legge elettorale che utilizza il metodo d’Hondt, un modello matematico usato nei sistemi proporzionali per attribuire i seggi (il totale dei voti di una lista si divide per una serie di coefficienti fino ad arrivare al numero di seggi da distribuire). Rispetto agli esiti del voto si registra una parità dei seggi ottenuti dagli indipendentisti e dai socialisti. Il Partito dei socialisti della Catalogna (PSC), rappresentato dal candidato Sanità Salvador Illa, Ministro della Salute del Governo Sanchez, ha registrato un aumento di consensi e di voti rispetto al 2017, passando da 17 a 33. Questo dato rappresenta un buon risultato per il partito, ma non basta a ottenere la maggioranza. Hanno conquistato 33 seggi anche gli indipendentisti di ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), risultato che apre la possibilità di formare un Governo indipendentista con gli altri partiti dello stesso fronte: Junts per Catalunya, che ha ottenuto 32 seggi, e Candidatura d’Unitat Popular (CUP), che ne ha ottenuti 9. Con questa unione il fronte indipendentista arriverebbe a una maggioranza di 74 seggi. L’ipotesi di una coalizione con le altre parti separatiste è sostenuta soprattutto dall’esponente di ERC, Pere Aragones, che ha annunciato che non si alleerà con i socialisti, ma punterà a formare una maggioranza con CUP e Juntos, mettendo da parte le divergenze. Per la prima volta riesce a superare la soglia di sbarramento del 3% anche il partito di estrema destra Vox, che ha ottenuto 11 seggi.

Embed from Getty Images

Fig. 1Le immagini del voto durante la pandemia

2. LE DIVERGENZE DELLA SINISTRA

Pere Aragones ha dichiarato di voler instaurare quanto prima un dialogo con i leader di Juntos per Catalunya e di Candidatura d’Unitat Popular (CUP), per formare un esecutivo favorevole all’autodeterminazione della Catalogna. ERC si pone alla guida dell’intesa di governo, ma tra i tre partiti rimangono ancora delle questioni aperte. Prima fra tutte la contrapposizione tra Juntos e ERC: stando alle dichiarazioni della prima forza, Esquerra ha abbracciato una posizione più moderata, abbandonando la linea dura sulla questione dell’indipendentismo. In particolare si rimprovera al partito di Aragones la scelta di apertura e dialogo nei confronti di Madrid. La stessa divisione interna della sinistra rispecchia anche la spaccatura dell’opinione pubblica, che nei sondaggi di dicembre 2020 si confermava ancora divisa: il 49,9% dei catalani è contrario alla secessione dal Regno di Spagna, mentre il 45,1% è favorevole. A differenza di Juntos, che continua a sostenere l’indipendenza e la convocazione di un nuovo referendum su spinta del Presidente esiliato Puigdemont, gli indipendentisti di ERC sono coscienti del calo di consensi nell’opinione pubblica rispetto alla questione secessionista.

Embed from Getty Images

Fig. 2 – I leader di ERC, Pere Aragones e il suo vicepresidente, mentre festeggiano l’esito delle elezioni

3. LE QUESTIONI SULLO SFONDO

Il voto catalano si colloca in un contesto che è ancora ben poco sereno: dal 2017 la questione indipendentista è il tema principale della regione e questa mancanza di dinamismo crea una paralisi rispetto alla società catalana. La spaccatura è stata definita dalla stampa spagnola “desgarro”, cioè “lacerazione” e il decennio all’insegna del separatismo viene chiamato “década perdida”. I dieci anni persi ai quali si riferiscono i media comprendono l’arco temporale dal 2012 ad oggi, segnato dalla perdita di rilievo in Unione Europea della regione, dalla scelta delle imprese di delocalizzare i propri stabilimenti e dalla frattura sociale tra le due metà catalane. Ad appesantire il clima, le elezioni sono state segnate da una scarsa partecipazione. Si è registrato un crollo dell’affluenza rispetto alle elezioni del 2017, causato dall’impatto della pandemia da coronavirus: la percentuale dei votanti ha superato di poco il 53%. In vista delle elezioni si è anche discusso a lungo sulla possibilità di rimandare le urne. Difatti il Governo catalano aveva deciso di rinviare le elezioni regionali al 30 maggio, per la grave situazione dei contagi che sta vivendo la Spagna. Tuttavia la possibilità è stata esclusa dal Tribunale superiore di giustizia della Catalogna, che ha decretato il voto per il 14 febbraio.

Alessandra Fiorani

Catalunya/Catalonia” by M McBey is licensed under CC BY

Alessandra Fiorani
Alessandra Fiorani

Nata il giorno di Natale del 1997 in un piccolo paesino della Tuscia, mi sono laureata in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali – curriculum Investigazione e Sicurezza nel 2019. Ho poi intrapreso una specializzazione all’Università Internazionale di Roma sotto la facoltà di Scienze Politiche al Corso magistrale in Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale; è qui che è sbocciata la mia passione per la geopolitica.

Inoltre, pochi sanno di me che sono un’appassionata di criminologia, criminal profiling e serial killer.

Ti potrebbe interessare
Letture suggerite