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Quale politica nel ‘Mare Nostrum’?

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Era il 1995 quando, a Barcellona, veniva lanciato il Partenariato euro-mediterraneo (PEM). Quanta strada abbiamo fatto da allora? A che punto è il dialogo tra le due sponde di quello che fu, un tempo, il Mare Nostrum? Senza avere la presunzione di ricostruire tappa per tappa l’intero percorso volto a stabilire una politica multilaterale nel Mediterraneo, proviamo a chiarire alcuni punti fermi e illuminare qualche zona d’ombra in materia di cooperazione euro-mediterranea. Provando ad incoraggiare il nostro Paese verso una politica aperta che guardi sinceramente verso Sud

 

UN QUADRO POLITICO-ISTITUZIONALE ALL’OMBRA DI BRUXELLES – Tutto iniziò quando, nel 1972, l’allora CEE inaugurò la “Politica mediterranea globale”, applicando uno stesso modello di Accordo di Cooperazione ad una serie di partner sud-mediterranei. La modalità era puramente bilaterale, e il rapporto che veniva a configurarsi dopo ogni singolo accordo legava direttamente la CEE e il partner attraverso un impegno a cooperare, soprattutto economicamente. Alla fine degli anni Ottanta, i tempi divennero maturi per introdurre alcune novità nella politica euro-mediterranea, e ampliare la lista degli obiettivi della cooperazione. Non solo economia, commercio e finanza, ma anche democratizzazione e diritti umani, attraverso la nascita di quella cooperazione che i tecnici chiamano decentrata e che gli attivisti chiamano “dal basso”. Nella pratica, si trattava di promuovere un dialogo costante e un confronto aperto tra associazioni della società civile su temi scottanti quali il diritto di voto, la libertà d’espressione o la tutela delle diverse culture (cultural rights).

 

Nel 1995 arrivò il PEM, un paternariato che si sarebbe dovuto sviluppare come foro politico, strategico ed economico sotto l’egida della Commissione Europea, spingendosi dunque oltre la cooperazione intergovernativa e delineando i tratti di una vera e propria comunità euro-mediterranea. Troppo ambizioso? Forse, soprattutto se si fa un bilancio prosaico degli obiettivi raggiunti e quelli mancati. Questi ultimi sembrano pesare molto sul piatto della bilancia, soprattutto se si considera la dimensione istituzionale del partenariato. Addirittura nel 2000 il PEM subì un brusco stop, con tanto di addetti ai lavori pronti a rimandare a tempi futuri la definizione esatta delle aree di interesse del progetto euro-med. Gli ultimi anni hanno dunque portato ad un’involuzione: prima il ritorno al bilaterale, con la Politica Europea di Vicinato (PEV), e poi una timida reinterpretazione in chiave comunitaria di un’iniziativa francese, l’Union Méditerranéenne, che diventa Unione per il Mediterraneo e tenta di riesumare alcune caratteristiche del PEM, prima fra tutte l’impronta multilaterale. In questo quadro istituzionale vanno oggi inserite le numerose variabili emerse all’indomani della primavera araba e a causa della dilagante incertezza economico-finanziaria che ha colpito molti paesi mediterranei. Cosa ci sia, nel futuro del partenariato e delle iniziative che ne hanno seguito la scia, è tutto da vedere. Per ora, gli occhi sono ipnotizzati dalle transizioni di Tunisia ed Egitto e l’attenzione è rivolta ai massacri di Libia e Siria, in attesa che nuovi percorsi politici prendano forma.

 

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L’ITALIA E IL MEDITERRANEO: TRA CRISI E OPPORTUNITA’ – A soli 70 km dalla costa nordafricana emerge dalle acque del Mediterraneo l’isola di Pantelleria. L’Italia è il primo paese che si incontra se si fa rotta verso Nord, inseguendo l’ideale di comunità euro-mediterranea. Talvolta quest’incontro assume tinte acri, come nel caso della cooperazione in materia di immigrazione irregolare (si pensi al trattato italo-libico voluto da Berlusconi e Gheddafi), talaltra ammette toni più speranzosi, come accaduto nel quadro della cooperazione ambientale. Un fatto forse poco noto, ma sicuramente cruciale nel quadro delle relazioni che ci legano ai nostri vicini della sponda Sud. La Farnesina ha avviato da tempo una serie di progetti con i paesi del Mediterraneo, rivolti alla protezione della biodiversità e delle foreste, alla gestione dei cambiamenti climatici, alle problematiche legate a risorse idriche e rifiuti. In particolare, i cambiamenti climatici sono stati inclusi tra le linee guida per il periodo 2009-2011 dalla Direzione Generale per la Cooperazione allo Sviluppo. Anche il Ministero dell’Ambiente è da tempo attivo in questo campo, e alimenta un circolo virtuoso che ruota attorno a temi caldi quali la sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua, le attività di capacity-building e vari altri progetti legati al raggiungimento dei Millennium Development Goals (MDGs) indicati dalle Nazioni Unite. Insomma, per alcuni professionisti e tecnici del campo, la cooperazione non è un’opzione di ripiego, ne’ una modalità discutibile di fare politica, ne’ un’utopia che stride con la realtà.

 

CLUB EURO… O CLUB MED? – L’Italia è un paese “euro”, ma forse è ancor prima un paese “mediterraneo”. Proprio per questo, le opportunità offerte da un dialogo attento e multidimensionale sono molteplici e andrebbero coltivate in vista di una piena ripresa delle relazioni tra le due sponde del Mare Nostrum. In particolare, oltre alle iniziative governative, bisognerebbe potenziare la cooperazione decentrata. In questo momento storico, l’instabilità politica nel Nord Africa e il peso della crisi economico-finanziaria ci allontanano da un progetto multilaterale “dall’alto”, e potrebbero ostacolare anche il regolare corso dei programmi ministeriali. Invece una cooperazione “dal basso”, magari avviando progetti bilaterali a livello locale tra realtà che hanno interessi comuni, potrebbe riuscire laddove l’alta politica al momento annaspa, tessendo autentiche relazioni di buon vicinato tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. In questo l’Italia potrebbe diventare protagonista, continuando a camminare sul percorso tracciato dai Ministeri e coinvolgendo maggiormente gli attori locali: solo così essere un paese mediterraneo diverrà una reale opportunità di crescita e mutual learning.

 

Anna Bulzomi

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