utenti ip tracking
giovedì 13 Agosto 2020
More

    Speciale COVID-19

    Xenofobia e Covid-19 (II): sinocentrismo e razzismo

    Analisi - Se è vero che all’estero le comunità...

    Bielorussia, la “vittoria” vuota di Lukashenko

    Analisi – Secondo i dati ufficiali, il Presidente bielorusso...

    È arrivato il cigno nero?

    Editoriale -  A gennaio avevamo provato a descrivere come...

    La delicatissima situazione politica interna in Serbia

    Analisi - ln Serbia l'epidemia di Covid-19 appare fuori...

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Sono passati sei mesi dalle elezioni presidenziali in Afghanistan e dopo un duro confronto tra i due candidati rimasti in campo è arrivato il verdetto definitivo che proclama Ashraf Ghani Ahmadzai nuovo Presidente.

    L’AFGHANISTAN FESTEGGIA IL NUOVO PRESIDENTE – La Commissione elettorale indipendente ha messo la parola fine a questa lunga ed estenuante corsa alle elezioni presidenziali che ha rischiato di trasformarsi in un pantano politico da cui sembrava difficile uscire. Attentati terroristici, minacce, brogli, rivendicazioni e un’ingente quantità di denaro messo a disposizione dalla comunità internazionale per il regolare svolgimento delle votazioni sono stati gli ingredienti che hanno lasciato con il fiato sospeso, per molti mesi, sia il Paese, sia i Governi occidentali. Per capire cosa sia accaduto è necessario fare un passo indietro e ripercorrere in sintesi le tappe principali e il caos che le hanno precedute.

    20 MARZO: ATTENTATO ALL’HOTEL SERENA – Il portavoce dei talebani Zabidullah Mujahidi rivendica l’attentato del 20 marzo scorso che ha lasciato una scia di morti e feriti in un centro nevralgico della città, noto punto di ritrovo della comunità internazionale di stanza a Kabul. Mancano 15 giorni alla chiamata alle urne e il messaggio terroristico arriva forte e chiaro: chiunque andrà a votare rischia la propria vita. Nell’attentato rimangono uccisi il reporter afghano Sardar Ahmad dell’AFP (Agence France Press), sua moglie e i suoi due bambini, oltre a 4 stranieri.

    5 APRILE: CHIAMATA ALLE URNE – Dopo un decennio di presidenza a firma Hamid Karzai, il popolo afghano è chiamato a scegliere il nuovo successore. Nonostante le minacce dei talebani l’affluenza alle urne è notevole, segno che gli afghani hanno voglia di voltare pagina e di lasciarsi alle spalle un conflitto che dura da ormai da decenni. Tra i candidati: Adbul Rassul Sayyaf, ex mujaheddin, un islamista radicale sospettato di aver dato ospitalità a Bin Laden; Zamal Rassoul, legato ad Hamid Karzai; Abdullah Abdullah, ex ministro degli Esteri e fedelissimo di Ahmad Shah Massoud, meglio conosciuto come il Leone del Panshir; Ashraf Ghani Ahmadzai, tecnocrate con un passato alla Columbia University di New York, ma appoggiato politicamente, per questa campagna elettorale, da Abdul Rashid Dostum, noto signore della guerra di etnia uzbeka.

    MAGGIO: ALEGGIA L’OMBRA DI GRAVI BROGLILa Commissione elettorale indipendente rende noti i risultati preliminari, dai quali emerge un testa a testa tra Abdullah (44,6% di voti) e Ghani (31,5% di voti), ma nessuno supera il 50%. Il ballottaggio è inevitabile. Il New York Times denuncia brogli elettorali: vengono riportate testimonianze di persone che hanno confessato di avere votato più di una volta. Nel frattempo imperversano in tutto il Paese gli attentati.

    15 GIUGNO: RITORNO ALLE URNE – Il ritorno al voto per 8 milioni di afghani è segnato da un’impressionante escalation di violenza. I morti sono circa 230 e i feriti circa 150 nel solo giorno delle votazioni. Lo stesso Abdullah subisce, ai primi di giugno, un grave attentato a Kabul, da cui però esce illeso. Decine le persone alle quali vengono, per ritorsione, amputate le dita. Ma gli afghani non si lasciano spaventare e mostrano, con orgoglio, la mano sporca di inchiostro (segno del voto effettuato). L’affluenza femminile è numerosa e molte dunque le donne che affrontano lunghi e pericolosi viaggi per raggiungere Kabul. Le ore di fila davanti ai seggi elettorali sono parecchie, ma la gente dimostra, ancora una volta, la volontà di cambiare la situazione dell’Afghanistan.

    Embed from Getty Images

    LUGLIO: «NON ACCETTO IL VERDETTO» – Queste le durissime parole di Abdullah quando il 7 luglio vengono resi noti i risultati del ballottaggio che vede Ghani in testa (56,3% dei voti). Il Paese si spacca a metà e inizia un duro contrasto politico e verbale tra i due candidati, che rischia di dare il via a violenti scontri etnici. Il Segretario di Stato USA, John Kerry, vola a Kabul e grazie a un difficile lavoro diplomatico si raggiunge l’accordo per un nuovo conteggio di tutte le schede elettorali con la supervisione delle Nazioni Unite.

    SETTEMBRE: «UN NUOVO GOVERNO IN TEMPI RAPIDI» – «Un nuovo Governo in tempi rapidi è necessario affinché si possa discutere di una presenza NATO in Afghanistan». Queste le parole del ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini al vertice NATO tenuto il 5 e 6 settembre. Lo stallo politico in cui si trova l’Afghanistan rischia infatti di creare un clima di forte instabilità anche in vista del ritiro delle forze ISAF, che il 31 dicembre lasceranno definitivamente il Paese. Passano pochi giorni e arriva l’ennesimo colpo di scena: l’annuncio di Abdullah che rivendica, nuovamente, la vittoria elettorale. E intanto a Kabul, mentre i due candidati si contendono la poltrona di Presidente, secondo indiscrezioni giornalistiche del New York Times spirano pericolosi venti di un golpe militare.

    21 SETTEMBRE: VINCE GHANI – La notizia che giorni fa era stata diffusa su tutti i giornali grazie a indiscrezioni trapelate da fonti anonime è diventata ufficiale. La novità importante è che Ghani e Abdullah, in presenza dell’uscente presidente Karzai, hanno firmato un’intesa per la costituzione di un Governo  di unità nazionale nel quale Abdullah sarà chiamato a nominare un chief executive con poteri analoghi a quelli di un Primo Ministro. La comunità internazionale, ma soprattutto gli Stati Uniti, attendono ora che il nuovo Presidente metta fine anche alla questione relativa alla sicurezza in Afghanistan, ponendo la firma sull’accordo bilaterale che permetterà agli USA di mantenere una presenza militare nel Paese dopo il 2015.

    Barbara Gallo

    [box type=”shadow” ]Un chicco in più

    Abbiamo raccontato la storia di queste elezioni grazie anche a Emanuele Giordana, giornalista esperto di Afghanistan e membro del nostro Comitato scientifico. Potete leggere qui i suoi articoli dal campo.

    Ecco inoltre alcuni suggerimenti per comprendere la storia dell’Afghanistan:

     

    Barbara Gallo
    Barbara Gallo

    Ha conseguito la Laurea in Sociologia con una Tesi sulle donne afghane. E ciò non ha fatto che aumentare la sua passione e il suo amore per quelle terre belle e selvagge e per quelle popolazioni fiere e coraggiose. Collabora con Archivio Disarmo perché sogna la pace e con la Fondazione Pangea perché sogna un futuro migliore per le donne. Attualmente vive e lavora come giornalista pubblicista a Roma.

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    1 commento

    Comments are closed.