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giovedì 29 Luglio 2021

Task Force Takuba: il contributo italiano e le circostanze per il suo successo

In breve

  • Il dispiegamento di un contingente di truppe speciali italiane sul suolo maliano è previsto per metà marzo, all’interno della Task Force Takuba.
  • L’impegno italiano nella Task Force riflette l’importanza strategica che l’Italia pone sul Sahel per il contenimento della minaccia jihadista e dei flussi migratori.
  • La Task Force è stata ideata per condurre azioni militari più mirate, meno dispendiose rispetto all’Operazione Barkhane a guida francese.
  • Quello che rimane prioritario è di non lasciare che si crei un vuoto politico e militare che possa dare l’opportunità ad attori come Turchia e Russia di offrire la propria assistenza ai Paesi del Sahel.

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AnalisiIl dispiegamento di un contingente di truppe speciali italiane sul suolo maliano è ormai imminente. L’impegno nella Task Force Takuba riflette l’importanza strategica che l’Italia pone sul Sahel, data la consapevolezza che il contenimento della minaccia jihadista e dei flussi migratori provenienti dalla regione ha un impatto diretto sulla nostra sicurezza nazionale.

L’ITALIA NELLA TASK FORCE TAKUBA

Il dispiegamento di un contingente di truppe speciali italiane sul suolo maliano è ormai imminente. L’arrivo di circa un centinaio di soldati provenienti soprattutto dai reparti d’élite (GOI, GIS, Folgore) è previsto per metà marzo, in seguito al via libera dato dal Parlamento nel luglio scorso. Essi si inseriranno nella Task Force Takuba, creata nel 2019 con guida francese e basata sulla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU n. 2359 del giugno 2017. Il loro obiettivo: assistere, consigliare ed accompagnare militarmente sul campo le forze maliane (ULRI), in coordinamento con le altre forze del G5 Sahel (Burkina Faso, Ciad, Mauritania, Niger), per renderle pienamente autonome nel loro contrasto ai gruppi jihadisti nella regione. Gli italiani raggiungeranno dunque la Task Force in cui sono presenti, oltre ai francesi stessi, estoni, svedesi, greci, olandesi, cechi, belgi, danesi e portoghesi.
Nonostante l’attesa, l’appoggio italiano sarà notevole, diventando il secondo per numero di truppe e mezzi. In base alle indiscrezioni riportate da Difesa on Line e Bruxelles 2, oltre all’invio di un massimo di 200 tra militari e personale di assistenza sarebbero impiegati 20 veicoli terrestri e 8 aerei (di cui quattro elicotteri d’attacco AW-129D Mangusta e 4 elicotteri di trasporto NH-90), per un costo complessivo di 15,6 milioni di euro (nell’arco dell’anno 2021). Tale contribuito dovrebbe aiutare a raggiungere la piena capacità operativa della Task Force, la quale, nonostante la pluralità di partecipanti, stenta ad avere degli effettivi più sostanziali dai Paesi che hanno aderito all’iniziativa.

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Fig. 1 – Il logo della Task Force Takuba, costituita da forze francesi, estoni, svedesi e altre, la cui base militare si trova attualmente a Menaka

PERCHÉ INTERVENIRE NEL SAHEL?

L’impegno italiano nella Task Force riflette l’importanza strategica che l’Italia pone sul Sahel, data la consapevolezza che il contenimento della minaccia jihadista – in cui è attivo lo Stato Islamico del Gran Sahara – e i flussi migratori provenienti dalla regione hanno un impatto diretto sulla nostra sicurezza nazionale. Particolarmente importanti le parole pronunciate dal Generale Graziano, Presidente del Comitato militare UE, in un’intervista a La Repubblica, che sottolineano come “il Sahel è la vera frontiera meridionale d’Europa”. La partecipazione alla Task Force si iscrive nella logica di una politica estera volta a rafforzare l’impegno di stabilizzazione della regione, in cui l’Italia è già presente da protagonista da svariati anni attraverso il suo contributo nelle missioni europee di addestramento come EUTM MALI, EUCAP Sahel Mali/Niger, per non dimenticare l’appoggio all’operazione delle Nazioni Unite MINUSMA.

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Fig. 2 – Il Presidente francese Macron durante un meeting con i leader del G5 Sahel, febbraio 2021

TAKUBA PER RAFFORZARE IL RIDIMENSIONAMENTO DELLA COSTOSA BARKHANE?

Il mese scorso il Presidente Macron avrebbe preso in considerazione la possibilità di un ridimensionamento dell’Operazione Barkhane (missione unilaterale francese lanciata nel 2014 in Mali), poiché agli occhi dell’opinione pubblica (al 51%) sarebbe ritenuta troppo costosa al livello umano, economico e quindi anche politico in vista delle elezioni presidenziali. Tale prospettiva di riadeguamento francese ci segnala, come del resto ce lo ricordano le esperienze in Afghanistan, i rischi di condurre una guerra con mezzi tradizionali in conflitti asimmetrici, oltre che gli effetti collaterali di un protratto protagonismo militare solitario. Proprio per questo la Task Force è stata ideata per condurre azioni militari più mirate, meno dispendiose e soprattutto per condividere il peso politico e militare dell’intervento tra i Paesi europei.
Takuba non dovrà però rimanere una piattaforma assestante e neppure una forza complementare di Barkhane. Per rivelarsi un progetto di valore aggiunto per gli sforzi della comunità internazionale nella lotta al terrorismo nella regione dovrà realmente trasmettere savoir-faire per rendere le forze militari maliane, ma anche degli altri Paesi Sahel G5, autonome e resilienti. A tal fine sarà importante che si segua una linea strategica dettata da un approccio integrato insieme alle altre operazioni civili e militari europee e africane nel Sahel. Sarà un’altra sfida, considerati i vincoli legali dell’UE, quella di investire nell’ammodernamento delle strutture di Command and Control (C2) e dei dispositivi di sicurezza delle Forze Armate come il fornimento di equipaggiamento letale e non-letale che spesso scarseggia e ostacola significativamente le capacità operative degli eserciti locali.

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Fig. 3 – Una mappa che mostra la disposizione delle forze francesi nel Sahel, febbraio 2021

IL SUMMIT DI N’DJAMENA: VERSO UN CAMBIO DI STRETEGIA NEL SAHEL?

L’esito della Task Force Takuba, come per altre missioni di mantenimento della pace nel Sahel, dipenderà soprattutto dal sostegno da parte dei Governi della stessa regione. Oltre agli episodi di instabilità politica che mettono spesso a repentaglio le attività internazionali di peace-making – come successo dopo il colpo di Stato in Mali l’estate scorsa – sono emersi alcuni punti di tensione dal Summit di N’Djamena tenutosi il 16 febbraio tra i leader del G5 e il Presidente francese, che vi ha partecipato per videoconferenza. Alcuni capi di Stato del G5 hanno lasciato intendere di voler aprirsi al dialogo per negoziare con i gruppi jihadisti, una prospettiva sulla quale la Francia è del tutto contraria. I leader del G5 avrebbero inoltre espresso un’insoddisfazione sui risultati raggiunti dalla strategia francese – che di fatto detta la strategia europea nel Sahel – per aver privilegiato soluzioni militari a scapito di quelle orientate allo sviluppo, considerando del resto che i gruppi jihadisti continuano a controllare vaste aree e a mietere vittime con attentati sempre più violenti. D’altro canto, Macron ha tirato dritto, annunciando che la Francia non ridurrà il suo effettivo militare nell’immediato, e anzi proseguirà l’offensiva contro gli insorti fino a “decapitare i gruppi di Al-Qaeda”, che nel 2020 hanno subito importanti perdite, come spiega Le Figaro. La sfida è già chiaramente complessa, ma lo diventerebbe ancora di più se vi si aggiungessero divergenze di natura politica sui rapporti tra la coalizione G5 Sahel e i Paesi UE che la sostengono dal 2014.
Ad ogni modo ciò che rimane critico dal punto di vista della sicurezza europea è di non lasciare che si crei un vuoto politico e militare che possa dare l’opportunità ad attori come Turchia e Russia di offrire la propria assistenza ai Paesi del Sahel – che pongono ben meno vincoli su molti aspetti. La Task Force Takuba va dunque nella giusta direzione nel dare un ulteriore slancio politico europeo in un formato che possa fornire risposte militari sul campo più rapide. Se Takuba riuscirà a raggiungere i suoi obiettivi, solo la storia ce lo saprà dire, ma il fatto di vedere una partecipazione allargata di Stati UE, tra cui alcuni che di solito non si avventurano così a “sud”, ci segnala che, forse, sulla sfida del Sahel si stia formando una consapevolezza europea comune.

Giorgio Trichilio

Immagine di copertina: Photo by Somchai Kongkamsri is licensed under CC0

Giorgio Trichilo

Nato in Francia nel 1997, sto attualmente conseguendo la laurea specialistica in Studi sulla Sicurezza Internazionale offerta congiuntamente tra la Scuola Superiore Sant’Anna e l’Università di Trento. Appassionato di storia, nutro un particolare interesse per la politica e l’economia internazionale. Ho inoltre ottenuto una laurea in Politics, Philosophy and Economics presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma.

 

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