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mercoledì 15 Luglio 2020
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    Speciale COVID-19

    Eravamo le culle della civiltà…

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    …ed ora sembriamo sull’orlo del baratro. Italia e Grecia sono accomunate in queste settimane agitate per essere considerate le “spine nel fianco” dell’Unione Europea. Le crisi politico-economico-finanziarie in cui i due Paesi sono finiti potrebbero, secondo alcune analisi, accendere una miccia che porterebbe all’esplosione della moneta unica. Cerchiamo di effettuare qualche ragionamento a mente fredda sulla situazione

     

    DALLA CULLA DELL’OCCIDENTE… ALLA TOMBA? – Le civiltà greca e romana hanno dato tantissimo alla civiltà occidentale: due lingue che stanno alla base di molti degli idiomi parlati oggi, una cultura vasta in ogni campo del sapere, un modo di pensare, capolavori in architettura e arti figurative. Oggi, per un contrappasso tanto paradossale quanto crudele, potrebbero decretare esse stesse la fine di quello che sembra essere l’apice dell’integrazione politica e istituzionale nel Vecchio Continente, ovvero l’Unione Europea. Italia e Grecia sono nell’occhio del ciclone per le crisi finanziarie che stanno provocando gravi conseguenze non solo a livello interno, ma anche regionale e globale. C’è che dice che i due Paesi potrebbero essere i responsabili di un meccanismo nefasto che porterebbe addirittura alla disgregazione delle istituzioni comunitarie. Uno scenario simile, lo chiariamo subito, non ci sembra possibile. Sempre che si riesca ad imboccare la strada giusta, cosa non facile in questo periodo agitato e convulso.

     

    QUI ATENE – La situazione della Grecia è veramente drammatica, come testimoniano tutti i principali parametri macroeconomici. Per capire come stanno le cose, è sufficiente fare un rapido paragone con l’Argentina del 2001, che esattamente dieci anni fa dichiarò il default sul proprio debito estero, giungendo poi a rinegoziarne solo il 35%. Bene, i fondamentali macroeconomici di Buenos Aires non erano così devastanti come si potrebbe pensare. L’economia era in stagnazione, ma non attraversava una recessione pesante come quella ellenica. Il bilancio dello Stato aveva un deficit contenuto, nell’ordine dell’1-2%, mentre quello greco – sul quale le autorità politiche mentirono – si aggira attorno al 10% del Prodotto Interno Lordo. Continuiamo con la bilancia dei pagamenti: anche in questo caso, quella greca è pesantemente in disavanzo, mentre quella argentina si trovava leggermente in attivo. E concludiamo con il debito: il Paese sudamericano si trovava a fronteggiare un ammontare che aveva raggiunto il 60% del PIL, una percentuale irrisoria in confronto al 160% al quale è arrivato quello greco. Vero è che il debito argentino era cresciuto in termini relativi molto rapidamente in pochi anni, e questa fu una delle cause scatenanti del default, ma vogliamo scommettere che se Buenos Aires si fosse trovata nell’Unione Europea probabilmente non sarebbe fallita? La Grecia si trova oggettivamente in condizioni più gravi, eppure, grazie agli sforzi finanziari della Banca Centrale Europea e a quelli politici attuati dalla coppia “Merkozy”, non è ancora precipitata.

     

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    QUI ROMA – Fino alla fine il Presidente del Consiglio ha cercato di resistere stando al Governo, riducendo in qualche modo la gravità della crisi italiana anche con battute infelici pronunciate davanti ai riflettori di tutto il mondo (come al G-20 di Cannes). Intanto, lo “spread” è schizzato nella giornata di mercoledì 9 novembre fino al livello record di 576 punti base. In pratica, i buoni del Tesoro italiani ieri rendevano il 5,76% (il 7,25% complessivo) in più degli stessi titoli tedeschi, considerati i più affidabili in Europa e quindi utilizzati come parametro di riferimento. Ad un passo dal baratro, considerando che i tassi di interesse oltre la soglia del 6-7% sono considerati praticamente insolvibili, quindi da default. Una situazione resa ancor più paradossale del fatto che i titoli di Stato con scadenza a due anni rendevano più di quelli a scadenza decennale, offrendo alla curva dei rendimenti una forma del tutto innaturale. Il messaggio, però, era chiaro: i mercati, seppur dipendenti da numerose operazioni speculative, non si fidano dell’Italia nel breve termine, ponendo più fiducia verso un futuro lontano di cui nulla al momento si conosce. Il debito pubblico italiano, giunto al livello del 120% del PIL, ammonta a quasi 2000 miliardi di Euro, una cifra molto più elevata in termini assoluti di quella greca e molto più esposta a livello internazionale.

     

    E ALLORA? – Siamo prossimi alla fine? Il think-tank statunitense “Stratfor” sostiene che allo stato attuale delle cose è l‘Italia, e non la Grecia, a costituire la minaccia principale per la stabilità dell’Unione Europea. Tale analisi è condivisibile, in quanto un’uscita “pilotata” di Atene dall’euro potrebbe essere uno scenario sostenibile a causa del peso ridotto dell’economia e del debito ellenico in termini assoluti. La situazione italiana è davvero drammatica, se persino “Il Sole 24 Ore”, che ha sempre rifuggito titoli “urlati” e sensazionalistici, oggi (giovedì 10 novembre) ha aperto con un “FATE PRESTO” scritto a caratteri cubitali, rivolto ai continui balletti tra maggioranza e opposizione parlamentare. Tuttavia, va ricordato che nel 2013 il nostro Paese raggiungerà – o meglio, dovrebbe raggiungere – il pareggio di bilancio, e che l’avanzo primario dovrebbe aumentare al 5,7% del PIL entro quattro anni. Addirittura, in un articolo comparso il 6 ottobre su “Milano Finanza”, il capo-economista di UniCredit Erik Nielsen sosteneva come la “tripla A” garantita al rating del Regno Unito valesse in realtà meno del giudizio rivisto al ribasso per l’Italia. Insomma: è vero, i conti pubblici sono in regola e l’economia reale è ancora robusta. In più, la sopravvivenza dell’Unione Europea è un’esigenza troppo forte e condivisa da tutti i Paesi dell’area perchè Roma possa essere abbandonata a se stessa. Il problema principale è essenzialmente di credibilità delle istituzioni, e dunque di natura politica: se non si provvederà presto a recuperare stabilità e ad imboccare una rotta seria e precisa, allora sì che le cose potrebbero mettersi davvero male.

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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