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giovedì 28 Ottobre 2021

Etiopia, continua la guerra nel Tigrai

In breve

  • Nella regione del Tigrai, in Etiopia, lo scontro tra il Governo centrale e il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai (TPLF) continua e coinvolge anche gli Stati vicini.
  • Stupri, omicidi e violenze di ogni genere affliggono la popolazione da mesi e raramente è concesso ai convogli umanitari l’accesso alla regione.
  • La guerra civile sta avendo ripercussioni nei rapporti tra il Presidente etiope Abiy Ahmed e gli altri leader mondiali sia per i crimini commessi dall’esercito che per la collaborazione con l’Eritrea per la repressione dei tigrini.

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In 3 sorsi – Nonostante il Presidente etiope Abiy Ahmed ritenga conclusa l’operazione nel Tigrai, gli scontri non si fermano. I tigrini hanno cambiato tattica di combattimento, mentre l’esercito nazionale persevera nel commettere omicidi e altre violenze. Data la posizione strategica dell’Etiopia, il conflitto risulta rilevante anche per le sorti della regione del Corno d’Africa.

1. AGGIORNAMENTI DAL FRONTE

A distanza di quattro mesi dalla dichiarazione ufficiale sulla cessazione delle operazioni nella regione del Tigrai, il conflitto tra il Governo centrale, guidato dal Presidente Abiy Ahmed Ali, e il Fronte popolare per la liberazione del Tigrai (TPLF), con a capo Debretsion Getremichael, continua a infuriare.
Le due fazioni sono in lotta da anni e l’ultimo scontro è nato a seguito della vittoria del TPLF alle elezioni regionali del Tigrai, nonostante il Presidente Abiy Ahmed le avesse rinviate a causa della Covid-19.
Il Governo centrale continua a minimizzare la guerra civile che si sta perpetrando, definendola “un’operazione di polizia” e dichiarando di aver debellato definitivamente i ribelli con la presa della capitale tigrina Macallè.
È difficile avere notizie reali e precise riguardo al conflitto, dal momento che il Governo ha bloccato internet e censurato i notiziari. Tuttavia, grazie alle testimonianze dei numerosi esuli e di alcune agenzie non governative, si è certi che i combattimenti non siano affatto conclusi. Gli sfollati e i rifugiati – molti dei quali eritrei ospitati nei campi del Tigrai – denunciano inoltre continui episodi di aggressione e spostamenti forzati da parte dell’esercito nazionale.
Le truppe tigrine hanno evacuato la capitale Macallè e cambiato tattica di combattimento, riorganizzandosi in gruppi di guerriglia sparsi nelle vallate circostanti. Il leader Getremichael, in un’intervista a una rete locale, si è detto sicuro della vittoria dei tigrini e ha sottolineato che il suo esercito non colpisce i civili, al contrario dell’esercito centrale.
Dato il complesso contesto geopolitico del Paese, il conflitto sta oltrepassando i confini nazionali e sta raggiungendo una dimensione regionale. In particolare l’Eritrea sembra avere un ruolo attivo nella repressione dei tigrini, essendosi schierata con il Presidente Abiy Ahmed, anche se Addis Abeba smentisce la cooperazione tra i due Stati.
Da parte del TPLF c’è stato qualche timido tentativo di trattativa, ma le condizioni proposte, ovvero la ritirata dell’esercito nazionale e l’avallo del risultato delle elezioni di novembre, sono assolutamente inaccettabili agli occhi di Abiy Ahmed.

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Fig. 1 – Un carro armato danneggiato sulla strada a nordi Macallè

2. ACCUSE DI GENOCIDIO DA PARTE DEI TIGRINI

A metà marzo si contavano oltre 1.500 vittime e 950mila sfollati, ma i numeri continuano a crescere ogni giorno.
Il leader del TPLF accusa Abiy Ahmed di genocidio e con lui concordano i sopravvissuti agli scontri, che denunciano gli stupri e le violenze subite. Molti di loro non riescono a mettersi in contatto con i familiari da mesi. Lo stesso direttore generale dell’OMS Tedros Ghebreyesus, di origini tigrine, durante una conferenza sulla pandemia ha espresso il cordoglio per la situazione in patria, affermando che lui stesso non sapeva dove si trovassero molti dei suoi familiari.
Pramila Patten, rappresentante speciale del Segretariato Generale sulle violenze sessuali nei conflitti, ha lanciato un appello affinché le parti coinvolte non compiano più stupri, omicidi e altre violenze contro i civili.
Anche l’UNCHR e Oxfam hanno segnalato alla comunità internazionale le terribili condizioni in cui riversa la popolazione della regione del Tigrai, chiedendo ad Addis Abeba di poter accedere ai quattro principali campi di rifugiati per rifornire di materiali sanitari gli ospedali.
Di recente l’ONU è giuntà a un accordo con il Governo centrale per l’ingresso di alcune agenzie umanitarie nella regione, aprendo così uno spiraglio di speranza per i civili.

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Fig. 2 – Donne tigrine rifugiate nel campo di Tenedba a Mafaza, in Sudan

3. LE REAZIONI DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE

A seguito delle molteplici accuse di crimini di guerra compiuti dall’esercito nazionale l’opinione dei leader mondiali nei confronti del Presidente Abiy Ahmed è cambiata radicalmente, nonostante solo tre anni fa avesse vinto il Premio Nobel per la Pace per gli accordi di Gedda con l’Eritrea.
Questa guerra civile non sta solo deteriorando i rapporti tra le numerose etnie dell’Etiopia, ma anche quelli con i Paesi vicini, a causa dell’aumento dei rifugiati e persino delle conseguenze sull’impegno militare di Addis Abeba nel Corno d’Africa contro la minaccia comune jihadista, a partire dalla Somalia.
Volendo incoraggiare un percorso di conciliazione, l’Unione Africana ha invitato tutte le parti ad adoperarsi per allentare le tensioni.
Anche la nuova Amministrazione statunitense si è dimostrata più attenta alla vicenda di quanto non lo fosse stata quella dell’ex Presidente Trump. Il Dipartimento di Stato ha infatti rilasciato un documento nel quale vengono elencate le violenze che si stanno compiendo nel Tigrai e il Presidente Biden ha chiesto all’Eritrea di ritirare le proprie truppe.
L’Unione Europea sostiene la richiesta degli Stati Uniti e ha rinnovato il blocco del fondo di circa 90 milioni di euro per l’Etiopia fino a quando non concederà libero accesso al Tigrai al personale umanitario.
L’inviato speciale dell’UE per l’Etiopia ha lanciato l’allarme per un’imminente crisi umanitaria che coinvolgerà anche l’Europa con nuovi flussi di rifugiati se il conflitto non si fermerà al più presto.

Alessandra De Martini

Tigray, Ethiopia” by Rod Waddington is licensed under CC BY-SA

Alessandra De Martini
Alessandra De Martini

Classe 1996, mi sono laureata in Relazioni e Organizzazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Trento e al momento frequento il corso di laurea magistrale in investigazione, criminalità e sicurezza internazionale presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Sono appassionata di geopolitica, ma amo anche imparare nuove lingue e viaggiare. Per questo motivo, durante il percorso universitario, ho cercato di combinare le mie passioni partecipando all’Erasmus, ad alcuni progetti della Diplomatic  Academy e ad un progetto di volontariato in Colombia. Nel tempo libero mi piace leggere thriller, fare jogging ma soprattutto giocare con il mio cagnolino!

 

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