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martedì 20 Ottobre 2020
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    Giamaica in scatola

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    Puoi leggerlo in 9 min.

    Vi raccontiamo una storia particolare e, per noi, inusuale: quelle delle carceri in Giamaica. Aldilà di alcuni interventi di cosmetica esterna, e l’apertura di tre sale computer nel 2005, le strutture rimangono le stesse dei tempi che furono; un po’ per la cronica penuria di fondi, ma soprattutto per la funzione punitiva ad aeternum che devono rappresentare. Con conseguenze nefaste

    L’articolo è stato pubblicato da Flavio Bacchetta su il manifesto

    Dopo un’attesa durata quasi in anno, dalla presentazione della domanda, siamo riusciti a entrarci. L’istituto penitenziario più recente è stato inaugurato in Giamaica nel 2002: l’Horizon Adult Remand Centre, che ospita detenuti in attesa di giudizio. Quando invece parliamo di carceri di massima sicurezza, per i condannati in via definitiva, le strutture risalgono addirittura ai secoli dello schiavismo, come Fort Augusta, il carcere femminile, che fu costruito dagli inglesi nel 1740, originariamente come fortezza di difesa. Di poco più “giovani”, i penitenziari maschili di St Catherine a Spanish Town, e Tower Street a Kingston.

    SPANISH TOWN PRISON – Il 9 ottobre del 2012, una dichiarazione congiunta di vari gruppi umanitari in Giamaica (quali Jamaicans for Justice (JFJ), All-Sexuals and Gays (J-FLAG) e Stand Up for Jamaica) ha evidenziato il malumore generale, suscitato dalla decisione del governo, di unificare il carcere di South Camp Road, come centro di detenzione sia per donne adulte, che ragazze adolescenti. L’annuncio governativo è in netto contrasto con la Convenzione sui diritti dei bambini (CRC), che sancisce la separazione assoluta negli istituti carcerari tra detenuti adulti e minorenni, aggravato dal fatto che tante giovanissime continuano a rimanere ammassate nei lock-up (minuscole celle, situate nelle stazioni di polizia e sedi giudiziarie), in attesa di trasferimento nei carceri maggiori. Questi pertugi, che risalgono anch’essi a tre secoli fa, accolgono 10/15 detenuti per volta, lungo periodi che vanno da qualche giorno fino a diversi mesi. In alcuni casi ricordano la gabbia dello sceriffo dei vecchi film far-west, ma in altri, come all’interno della famigerata police station di Falmouth, sono delle murature quasi totali, tranne un foro di apertura serrato da una grata, dalla quale si protendono, in cerca di spazio vitale, le braccia dei prigionieri. Più stile Conte di Montecristo, in questa circostanza. Promiscuità e sovraffollamento, diretta conseguenza della mancanza di soldi, così come di un certo atteggiamento pressapochista da parte delle autorità, determinano le condizioni di vita della popolazione carceraria. Il DCS (Department of Correctional Services), causa i magri fondi elargiti dal governo, sufficienti appena per l’acquisto di cibo e stipendi alle guardie (entrambi in sofferenza), conta sulle donazioni dei privati, e il supporto di Ong come Stand Up, per cercare di migliorare la vita dei reclusi; quest’ultima, a sua volta, riceve finanziamenti dall’Unione Europea e dalla CVC (Caribbean Vulnerable Communities), oltre che dai suoi iscritti. Una volta varcato il cancello del primo penitenziario, St. Catherine Adult Correctional Centre, noto come Spanish Town Prison, si avverte un tanfo, misto tra umidità di vecchie mura e il sudore della paura, materia prima del sistema carcerario in genere; l’olezzo, accentuato dalla canicola imperante in Giamaica, è il primo segnale che siamo entrati in un altro mondo.

    Lock-upCHE  NUMERI – Prima del nostro tour, un colloquio con il Sovrintendente, Mr. Reuben Kelly, il dinamico direttore del penitenziario, abile a destreggiarsi, tra le quotidiane problematiche che il suo ostico mandato prevede. I dati che snocciola, con inaspettata trasparenza, sono inquietanti. L’istituto ospita 1120 detenuti, rinchiusi in celle, che vanno da una a tre persone, 720 in totale. Oltre un migliaio di reclusi, che sono costretti a spartirsi cinque latrine, e due docce, situate lontano dalle stesse. Non esiste distinzione tra condannati all’ergastolo e reati lievi, tranne una security section, un reparto di sicurezza, avvolto da filo spinato, dove sono isolati i detenuti più pericolosi. Quasi tutti allegramente insieme, tranne i detenuti omosessuali, che, a causa della sempiterna omofobia che affligge la Giamaica, vivono in un settore separato, per la loro stessa sicurezza. Così come sono mescolati detenuti sani a circa 50 sieropositivi, una quarantina di malati mentali, 200 diabetici, oltre a numerosi casi di scabbia. Tranne le cure generiche, nessuno di questi prigionieri è affidato a un regime sanitario particolare, e, specie nel settore gay, i casi di sieropositività sono a rischio di aumento. La precarietà delle misure igieniche, è il tasto su cui preme maggiormente il direttore, che ci invita ad aiutarlo nella costruzione di una ventina di bagni nuovi. Racconta degli allagamenti del sistema fognario interno, dovuti al malfunzionamento delle pompe di drenaggio, e il conseguente riversamento dei liquami, soprattutto nelle aree di lavoro, dove i forzati operano senza alcun refrigerio, a causa dell’assenza di pale al soffitto, con l’unico ventilatore rotto.

    LA GIORNATA TIPO – La permanenza in cella è obbligatoria dalle 18 alle 6 del mattino. Per il resto della giornata sono previste sei ore di lavoro, e le rimanenti si dividono tra pasti, e tempo “libero”.  Quando usciamo sul cortile, non sono ancora le dieci, ma il sole è già perpendicolare al terreno; 38° all’ombra. Magari ce ne fosse. Reticolati ovunque; in mezzo a due di questi, un corridoio in terra battuta, dove alcuni reclusi giocano a calcio. La gente ciondola in giro, si respira un’aria di rassegnazione, cementata da una routine, che non sgarra di un millimetro. Il tam-tam silente che intuiamo è: white men in visita, fate i bravi, che magari qualcosa esce anche per voi. Però c’è sempre qualcuno che stona nel coro. Mark Levy, della gang “One Order”, condannato per estorsione, ci mostra un rigonfiamento mostruoso, che lo tortura da nove mesi dietro la nuca, sembra un linfoma. Nessuno si è preso la briga di visitarlo, nonostante l’evidenza del male. Le guardie che ci scortano nervose, lo allontanano. L’emergenza sanitaria che affligge il penitenziario è la più grave. Oltre alla promiscuità tra reclusi sani e quelli affetti da patologie, si alternano solo due medici, presenti saltuariamente. La beffa è che, proprio dirimpetto al carcere, sarebbe disponibile l’ospedale pubblico di Spanish Town, ma, per misure di sicurezza, è vietato il ricovero dei detenuti fuori dal carcere; per cui bisogna aspettare che uno specialista sia disponibile a visitare i malati sul posto. E’ il turno delle cucine:4 steam units (unità a vapore) di cui solo due funzionanti. Pavimento in condizioni pietose, l’unto è talmente spesso, che rischiamo di scivolare più volte; la dieta carceraria: breakfast mattutino, a base di riso, callaloo (gli spinaci locali), cabbage (cavolo) dumpling (focacce di farina impastata) e yam (tubero caraibico). Si passa poi al dinner (che accomuna pranzo e cena), si consuma verso le 15.30. Nella media, consiste in chicken back (dorso di pollo) riso e corn beef (carne in scatola). E’ l’ultimo pasto della giornata. Va un po’ meglio nel reparto bakery, il forno; ben tenuto e spazioso, offre una discreta varietà di doughnuts, ciambelle decorate con zucchero e marmellata. Il profumo che emana, annulla il lezzo precedente della cucina. Sembra un privilegio, lavorarci dentro.

    Corridoio-CelleLA RETE, LA RADIO, LA SCUOLA – Dal 2005, alcuni penitenziari giamaicani, quali Spanish Town, Tower Street, e Rio Cobre Juvenile, sono collegati in rete. Spanish Town ha 11 computer, però manca ancora la stampante. I reclusi possono svolgere ricerche e tenersi aggiornati, anche se vige il divieto di scambiare email con l’esterno, e di utilizzare i social networks. Sul retro della sala informatica, dal 2009, trasmette la stazione radio, FREE FM 88.9, dai tre istituti menzionati. E’ completa di mixer e trasmettitore, relativamente nuovi. La scuola è divisa in due sezioni, con turni differenti. Sez. 1: dalle 10 alle 11.30 – Sez. 2: dalle 12 alle 14.00. Dalle 14 fino alle 17, si tengono consulti con il personale di custodia e lo psicologo. Il problema rimane quello dello spazio: solo 140 detenuti hanno la possibilità di accedere agli studi, anche a causa della penuria di libri testo, soprattutto matematica, biologia, inglese, educazione civica; carissimi. Di conseguenza, il lusso di un approfondimento culturale, è ristretto al 10% dei reclusi. D’altra parte, anche nella Giamaica libera, l’istruzione non è certo una priorità della Ruling Class, nei confronti dei suoi subordinati, così la media nazionale di coloro i quali possono permettersi un’education completa, si riflette inevitabilmente nel mondo sommerso delle carceri. Meno male che c’è la radio, almeno quella. Le famiglie possono ascoltare la voce dei reclusi in streaming. Scuola, computer, stazione radio, così come il laboratorio musicale di Tower Street, sono a carico totale di Stand Up, e delle Ong a essa collegate.

    L’UOMO IN SCATOLA – La giornata di vita pseudo normale, nei penitenziari dell’isola, termina alle 18. Nelle 12 ore successive, l’uomo smette di esser tale; subentra la notte, e con essa, lo stato bestiale che lo accompagnerà fino al mattino successivo. Le celle sono divise in quattro sezioni, allineate. Iniziamo con la sezione A-1; c’è uno stretto corridoio, sul quale si affacciano le inferriate delle celle; entriamo in una a caso, dopo aver chiesto il permesso al suo occupante.  Dobbiamo abbassarci, per varcare l’entrata, la cui altezza non arriva a 1.50. Quello che appare alla vista, è un ambiente di 4×2, privo di mensole; gli oggetti personali del condannato sono sparsi alla rinfusa sul pavimento. Le pareti sono talmente in cattive condizioni, che in diversi punti sono rabberciate con pezzi di compensato. Non esiste areazione, né prese per eventuali ventilatori, l’unica apertura è quella delle sbarre. Cerchiamo un water, o almeno una turca per i bisogni. Nulla. Sia per le dimensioni, che per la conformazione, ricorda una scatola. Ci sono scatole da uno, e scatoloni più grandi, nei quali si “accomodano” tre detenuti. Chiediamo al suo inquilino come fa per le esigenze fisiologiche; dalle 6 di sera, alle sei del mattino successivo, non è consentito servirsi delle rade latrine esterne. L’uomo ci mostra un giornale, e una busta nera di plastica, quella che in Giamaica chiamano scandal bag. Il recluso deve defecare nella carta, con la quale le feci sono avvolte, e depositarle poi nella busta, fino al giorno dopo. Per urinare, una bottiglia. Per le abluzioni, un secchio d’acqua; date le ristrette dimensioni dell’ambiente, i secchi sono allineati fuori; una fila interminabile di recipienti, di plastica variopinta. Sono l’unica nota di colore, che ravviva il grigiore circostante. Secondo i detenuti, grazie alla moltitudine di gatti randagi presenti nel comprensorio, i topi sono rari. In compenso, quando la luce del giorno muore, spuntano i cockroaches, gli scarafaggi caraibici. Sono dei mostri alati, con antenne e zampe pelose, e dimensioni che possono arrivare ai 10 cm. La notte nell’oscurità, invadono le pareti, al punto tale che queste sembrano muoversi di vita propria. Le loro feci causano svariate infezioni. I loro fruscii, la colonna sonora del condannato.

    BarbedFenceLowUNA STORIA – La sezione B-1 è anche peggio; il fetore ammorba l’aria, e lo stato esterno delle celle, causa gli intonaci marciti dalla muffa, inenarrabile. Ascoltiamo vari racconti dai reclusi; colpisce uno in particolare: Clifton Wright è un gigante nero, alto oltre due metri. Ricorda un giocatore della NBA. Condannato a morte per omicidio nel ‘83, la sua sentenza è stata sospesa. Un verdetto emesso dopo un processo allucinante, durante il quale il giudice ha ignorato il fatto che Clifton fosse già rinchiuso in cella per furto d’auto al momento della morte della sua presunta vittima, un uomo che egli non conosceva, con cui aveva in comune proprio quell’auto, che il meccanico di entrambi gli aveva prestato. Versione corroborata da ben tre agenti di polizia. Un errore giudiziario così clamoroso da provocare un’inchiesta esterna finita nel dimenticatoio. Storie giamaicane. In Giamaica, l’ultima condanna a morte è stata eseguita nel 1988, ma ci sono ancora detenuti in lista d’attesa. In seguito alle pressioni della Convenzione Americana sui Diritti Umani, che lo Stato ha ratificato, queste condanne sono state sospese, ma non annullate, perché la nazione caraibica si rifiuta di aderire al protocollo sull’abolizione della pena di morte, e alla giurisdizione di IACHR (Inter-American Commission of Human Rights). Mr. Wright ha sempre sostenuto la sua innocenza, per cui, secondo la legge giamaicana, non ha diritto a Parole (libertà vigilata, dopo aver scontato un certo periodo) per avere negato la colpevolezza. Allo stato attuale, l’uomo è senza difesa; i suoi legali lo hanno mollato da tempo, appena finiti i soldi. In Giamaica non esistono tre gradi di giudizio, come in Italia. Uno solo, e se un detenuto vuole appellarsi deve avere molto denaro per sostenere la costosa procedura legale. La storia di Clifton assomiglia sinistramente a quella di Hurricane Carter, il campione nero dei pesi medi, condannato ingiustamente e riconosciuto innocente dopo 20 anni di detenzione, ma lui lo ha superato; sono 33 anni che è rinchiuso là dentro. L’orrore e il marcio di schiavismo e colonialismo sono resilienti nel tempo, come quando si calpesta una cicca di gomma, sputata da qualcuno. Per quanto ci si affanni per grattarla via, rimane sempre qualche filamento impigliato nelle tacche della suola. L’upper-class, anglofona, che possiede la Giamaica, ha tanta ricchezza tra le mani, ma non investe sul rimodernamento delle proprie obsolete strutture coloniali, e poco comunque sulle infrastrutture. Però soprattutto non investe a livello dignità umana. E uno dei marchi d’infamia più gravi è quello di permettere che un uomo, innocente o colpevole che sia, debba essere bestialmente degradato a defecare in un giornale, magari per il resto della sua vita.

    Flavio Bacchetta

    Flavio Bacchetta
    Flavio Bacchetta

    Ho lavorato come agente di commercio in Italia, alternando la mia attività con il lavoro di fotoreporter free lance. Ho collaborato con il settimanale L’Espresso, Panorama, Oggi e altri ancora, tramite l’agenzia di Milano Laura Ronchi. Dal 1994 ho aperto nei Caraibi una mia azienda, che si occupa della produzione e distribuzione di prodotti grafici ricavati dalle mie immagini. Ho collaborato anche con quotidiani caraibici, quali The Gleaner in Giamaica, fornendo loro testi e foto. Scrivo sulla politica e i problemi sociali delle Americhe, dal 2010, come collaboratore esterno di quotidiani nazionali italiani, quali il Manifesto, e magazine online. Il Fatto Quotidiano ospita anche un mio blog di opinioni.

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