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    L’oro nero del Corno d’Africa

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    La compagnia Horn Petroleum ha avviato una campagna di trivellazioni nella regione autonoma somala del Puntland. Il rischio del terrorismo e dei conflitti clanici è elevatissimo, ma il petrolio potrebbe essere anche fattore di benessere e coesione sociale, come sostenuto dal presidente Farole e da molti attivisti sociali. Nel frattempo, la comunità internazionale fissa lo sguardo su riserve petrolifere calcolate tra i 6 e i 10 miliardi di barili: Gran Bretagna, Turchia, Etiopia e Kenya difficilmente vorranno esserne esclusi

    PETROLIO NEL PUNTLAND – Alla fine di gennaio, la Horn Petroleum Corporation, controllata dalla Africa Oil, ha annunciato di aver intrapreso sondaggi petroliferi nella Dharoor Valley, territorio posto sotto il controllo del Puntland. Al momento, le operazioni riguardano il solo pozzo Shabeel-1, profondo 3.800 metri e che, secondo la stima della compagnia, potrebbe valere 300 milioni di barili a fronte dei 6 miliardi che si ritiene possano giacere sotto le aride regioni del nord-est somalo. Qualora i sondaggi andassero a buon fine, altri stabilimenti saranno costruiti nel Nugaal. Il progetto è stato intrapreso nel 2005, dopo che ogni trivellazione era stata interrotta con la caduta di Siad Barre nel 1991. Il principale deterrente alle estrazioni non solo petrolifere, ma anche minerarie, è tuttora l’instabilità della Somalia, dal pericolo del terrorismo, fino all’estrema frammentazione clanica della società. Non a caso, Abdirahman Mahmoud Farole, presidente del Puntland, nell’affermare che la presenza dei pozzi e delle attività a esse connesse condurranno a un alleviamento delle condizioni di povertà della popolazione, ha invitato le fazioni a superare le rivalità e le diffidenze per consentire alla regione di godere a pieno dell’opportunità.

    CONFLITTI DI COMPETENZA – Certo è che il percorso verso la ripresa dell’estrazione petrolifera non è stato semplice, anche a causa dei conflitti di competenza tra i vari soggetti territoriali nei quali è divisa la Somalia. Secondo la legge, infatti, ogni governo regionale può legittimamente gestire le risorse minerarie e di oro nero purché i contratti di sfruttamento siano approvati da quello che attualmente è il Parlamento provvisorio federale, e i proventi siano divisi tra Mogadiscio e le autonomie locali. Nel 2006, tuttavia, il Puntland concluse un accordo con la Horn Petroleum e la Range Resources (detentrice della maggioranza dei diritti) sulla base del quale il 51% degli utili delle attività estrattive sarebbero spettati a tali compagnie. Le Istituzioni federali di transizione espressero le proprie perplessità circa la ripartizione dei proventi, quindi contestarono la firma in forma segreta del contratto tra il Puntland e le società petrolifere, aprendo una crisi politica che si è risolta solo recentemente.

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    IL PETROLIO: AUMENTO DELL’ISTABILITÀ? – La presenza del petrolio in Somalia potrebbe aprire scenari tra loro diametralmente opposti, soprattutto se si considera che in sei mesi il mandato del governo provvisorio terminerà e, pertanto, nonostante l’iter per la nuova organizzazione statale sia definito, esiste il rischio concreto che possa aprirsi una fase di vacuum politico. Da un lato, infatti, le estrazioni potrebbero complicare la situazione: alcune fonti, per esempio, riportano intensi movimenti di miliziani nelle zone attorno ai giacimenti. L’impatto di rinvigoriti interessi economici internazionali potrebbe essere devastante per equilibri strutturalmente sempre sull’orlo del collasso. Secondo “The Observer” (26 febbraio), la Gran Bretagna starebbe negoziando segretamente con la Somalia delle opzioni vantaggiose riguardo allo sfruttamento del sottosuolo, offrendo in cambio l’assicurazione dell’impegno negli ambiti della sicurezza e dell’aiuto umanitario: la conferenza appena conclusasi potrebbe essere stata organizzata appositamente per mostrare la presenza di Londra nel Corno d’Africa. Tuttavia, il Regno Unito non è l’unico a volgere lo sguardo verso la regione, poiché, se la Turchia sta cercando alacremente di penetrare in Somalia, allo stesso modo Etiopia, Kenya e Uganda, i Paesi maggiormente esposti nel sostegno militare a Mogadiscio, non accetteranno certo passivamente le manovre straniere.

    IL PETROLIO: VETTORE DI BENESSERE? – Dall’altro lato, però, il petrolio potrebbe addirittura rappresentare un fattore aggregante, la sottile linea lungo la quale corre la possibilità di un vantaggio condiviso, e sulla quale, quindi, a tutte le parti in causa conviene restare senza mostrare segni di bellicosità. In poche parole, le attività estrattive potrebbero rappresentare un’opportunità di arricchimento tale che le varie fazioni, sia locali, sia internazionali, potrebbero preferire una spartizione delle risorse, creando una stabilità che a nessuno converrebbe mettere seriamente in discussione senza rischiare di demolire il sistema. In entrambi i casi, tuttavia, la Somalia ricoprirebbe nella partita solo il ruolo della scacchiera, imprescindibile per il gioco, ma statica e spesso preda anche delle proprie pedine. Beniamino Franceschini redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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