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mercoledì 5 Agosto 2020
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    Speciale COVID-19

    Il Mali e il complesso rapporto Francia-Africa

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    Puoi leggerlo in 3 min.

    Gli attentati che si sono recentemente verificati in Mali riportano alla luce non solo le questioni di sicurezza che interessano il Paese già da qualche anno, ma anche il ruolo che la Francia sta ricoprendo sul territorio africano. In 3 sorsi

    1. I RECENTI ATTACCHI – Nella mattina dell’otto marzo una trentina di razzi ha colpito la base di MINUSMA (la missione delle Nazioni Unite presente in Mali dal 2013) a Kidal. Il bilancio è di otto caschi blu feriti e uno deceduto. Anche se la base si trova in un’area particolarmente instabile, ed è dunque spesso oggetto di attacchi, l’evento desta più stupore del solito, poiché avvenuto a pochi giorni di distanza da un altro fatto violento, un attentato contro un locale di Bamako che ha causato la morte di cinque persone, tra cui un trentenne francese. L’attacco di venerdì è stato rivendicato dal gruppo jihadista Al-Mourabitun – che opera proprio nel Nordest del Paese (di cui fa parte anche Kidal) –, motivato dalla volontà di vendicare gli attacchi che gli infedeli hanno perpetrato contro Maometto e la morte di un combattente del gruppo. Un chiaro monito per la Francia, sia relativamente alle vignette di Charlie Hebdo che per la sua presenza militare in territorio maliano.

    2. LE OPERAZIONI SERVAL E BARKHANE – Era il 2012, e il Mali si presentava come teatro di un conflitto civile che vedeva la contrapposizione tra i gruppi terroristi che miravano alla conquista della parte settentrionale del Paese e l’esercito regolare che cercava di contenerne l’avanzata. All’inizio dell’anno successivo, su richiesta del Presidente Traorè e sotto gli auspici delle Risoluzioni 2056 e 2085 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Francia ha fornito – sotto il nome di Operazione Serval – supporto aereo e terrestre all’Esercito maliano e all’ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale). Il numero massimo di militari francesi  coinvolti durante le tre fasi dell’Operazione (blocco offensiva dei gruppi terroristi, distruzione delle roccaforti terroriste a nord del Niger e ristabilimento della sovranità, trasferimento progressivo del controllo alla missione MINUSMA) è stato di 4500 unità. Nel 2014, si è costituito il cosiddetto G5 Sahel (composto da Burkina-Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger), una forma di cooperazione per rispondere in modo coordinato alle sfide alla sicurezza che interessano l’area – prime tra tutte quelle poste dai gruppi terroristici; la Francia, su richiesta dei Paesi componenti il gruppo, contribuisce attraverso l’Operazione Barkhane – lanciata nell’agosto del 2014 – composta da circa 400 mezzi e 3000 uomini stanziati in Mali e Ciad, ma che possono essere rischierati in zone diverse se necessario.  Ma quali sono le ragioni dell’impegno della Francia nell’area (che, tra l’altro, si estende fino alla Repubblica Centrafricana, in cui sono schierate altre 3000 unità)?

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    Fig. 1  – Il Ministro della Difesa francese Le Drian in mezzo a un gruppo di soldati di stanza in Mali, dicembre 2013

    3. LA FRANCIA E L’AFRICA –  La presenza francese in Mali, e più in generale nella regione sub-sahariana e dell’Africa centrale, si inserisce nel quadro politico più ampio delle relazioni tra il Paese e gli Stati che avevano fatto parte del suo impero coloniale in Africa (vedi Un chicco in più). Complice la profondità del “sistema di colonizzazione” francese, che si strutturava attorno ad una missione di civilizzazione che investiva l’intero sistema politico delle colonie, il legame tra ex-madrepatria ed ex-colonie si è mantenuto molto stretto sia a livello economico che a livello politico praticamente fino ai giorni nostri. Non deve dunque stupire che la maggiore assertività francese degli ultimi anni stia riflettendo questa tendenza, iniziando anche a declinarsi come supporto militare. Nel 2011, il Presidente Sarkozy era stato tra i promotori dell’intervento in Libia, in cui i mezzi francesi hanno avuto un ruolo di punta. E anche sotto la Presidenza Hollande la Francia è rimasta in prima linea nell’area, mobilitando truppe e mezzi per rispondere alle richieste di aiuto nella lotta contro il terrorismo e per implementare le Risoluzioni ONU.

    Giulia Tilenni

    [box type=”shadow” align=”alignleft” ]Un chicco in più

    Al momento della sua massima espansione, l’impero coloniale francese in Africa – che era usualmente distinto in Africa Occidentale francese e Africa equatoriale – comprendeva: Algeria, Benin, Ciad, Congo, Costa d’Avorio, Gabon, Gibuti, Guinea, Madagascar, Mali, Marocco, Mauritania, Niger, Repubblica Centrafricana, Senegal, Tunisia.

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    Foto: abdallahh

    Giulia Tilenni
    Giulia Tilenni

    Laureata magistrale in Relazioni Internazionali a Bologna – dove ha anche completato il Master in Diplomazia e Politica Internazionale, che l’ha portata a Francoforte sul Meno per un tirocinio di ricerca di tre mesi. Dopo una tesi in Studi strategici che analizza l’intervento militare in Libia del 2011 e una ricerca sui velivoli a pilotaggio remoto, è entrata a far parte del Caffè Geopolitico nel team Miscela Strategica.

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