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    Se si vuole valutare attentamente la situazione afgana e trarne indicazioni su come l’Italia si debba comportare di conseguenza, è necessario tenere in conto che l’Afghanistan è una realtà complessa inserita in un contesto, se possibile, ancor più complicato. Le diverse etnie presenti sul territorio e non sempre in sintonia tra loro, i vicini che si giocano sul campo afgano una partita che influirà sulla loro posizione nello scacchiere mondiale e le decisioni che sono state prese e saranno prese dalle forze della missione ISAF determineranno il futuro di questo Paese

     

    Articolo pubblicato in occasione della Conferenza/Dibattito “L’Italia e il mondo nuovo”, @LiquidLab – Firenze, Novoli 10 maggio ore 10-13 – http://www.liquidlab.it/eventi/litalia-e-il-mondo-nuovo/

     

    PUZZLE ETNICO – Nel 1880 l’Emiro di ferro, Rahman Khan, salì al potere cercando di imporre in tutto l’Afghanistan la sua legge e di evitare fastidiosi e inutili intermediari, che da sempre erano il perno della vita politica afgana, attorno al quale ruotava il potere centrale. Eliminò figure assimilabili a governatori di regioni e provincie, anziani che costituivano i consigli dei villaggi e dei vari gruppi sparsi sul territorio. Nei suoi quindici anni di governo dovette affrontare una cinquantina di rivolte popolari e uccise approssimativamente centomila persone. Il risultato fu, ad ogni modo, un deciso indebolimento delle autonomie regionali e un accentramento delle decisioni politiche a Kabul.  La questione dell’equilibrio tra potere centrale e autonomie locali è uno dei problemi che ci si pone nel valutare la stabilità passata, odierna e futura del Paese, se non addirittura la sua sopravvivenza. Esiste una composizione etnica molto variegata dei 30 milioni di afgani. Più del 40% è di etnia Pashtun concentrati a sud e a est, oltre ad alcune enclave situate nel nord del Paese. Gli altri maggiori gruppi etnici sono i Tagiki locati nel nord-est e a ovest (intorno ad Herat), gli Uzbeki nel nord-ovest e il popolo Hazara nel centro dell’Afghanistan. Secondo l’antropologo Thomas Barfield le varie etnie non sono solidali tra loro, anche se durante le guerre civili che hanno caratterizzato la storia afgana le linee di demarcazione sono state tracciate più dalla condizione socio-economico-culturale che dalla provenienza etnica (per esempio sia nel 1929 che nel 1978 si sono contrapposti gli ambienti urbani più riformisti e quelli rurali più conservatori). Il caso talebano è parzialmente differente perché legato all’origine rurale ma principalmente Pashtun del movimento. La domanda che ci si pone è “per mantenere il Paese stabile è meglio avere un potere centrale forte oppure un sistema di autonomie che mitighino i contrasti trai diversi gruppi sul territorio?”. Sicuramente la differenza culturale, religiosa, sociale ed economica non ha un effetto coesivo, anche se molti studiosi sono più preoccupati dei Paesi confinanti e della loro ingerenza piuttosto che della questione etnica in sé.

     

    VICINI DI CASA – In un articolo di Michael Hart pubblicato sul National Interest, ufficiale della Royal Air Force britannica, è descritto in maniera dettagliata il probabile impatto dei Paesi che circondano l’Afghanistan sul destino di quest’ultimo. I Paesi aventi maggiori contatti etnici, culturali, religiosi ed economici sono Iran, Pakistan, India e parzialmente Turchia, Russia e Cina. L’Iran ha sempre giudicato l’Afghanistan governato dai talebani come una seria minaccia per la propria sicurezza. Teheran non ha mai fatto mistero di avere numerose truppe dislocate sul confine afgano e di aver sostenuto economicamente e militarmente l’Alleanza del Nord. Inoltre ha la possibilità di sfruttare la sua influenza sulla comunità sciita e sulla provincia occidentale di Herat e nella regione centrale di Hazarajat. Infine l’Iran è diventato territorio in cui numerosi afgani arrivano come rifugiati, e questo sicuramente potrebbe essere una leva politica che Teheran può utilizzare con Kabul per essere ascoltato. Sul Pakistan si potrebbe aprire un’analisi infinita, se si considerano le relazioni a dir poco travagliate di quest’ultimo con gli Stati Uniti. In questa sede basti pensare ai contatti tra i talebani afgani e i servizi di intelligence pakistani (ISI), i quali sarebbero ben contenti di trovare un Afghanistan meridionale e orientale dominato dalle forze talebane e fortemente influenzato dall’ISI. Anche l’India è molto interessata alla sorte dell’Afghanistan per diversi motivi. Innanzitutto con una sua presenza in territorio afgano accerchierebbe il rivale storico pakistano. Realisticamente si potrebbe appoggiare alle popolazioni uzbeke e tagike per contrapporsi ai talebani e alla minoranza separatista Baluci, fortemente presente in Afghanistan, per agire contro il Pakistan. Inoltre potrebbe porre un freno ai militanti del Kashmir che si addestrano proprio in territorio afgano (Lashkar-e-Taliba per citare un esempio). Turchia e Russia hanno interesse nell’affermarsi come potenze dominanti nell’area, sfruttando i loro collegamenti con Uzbeki e Tagiki e la loro influenza politica (soprattutto russa). Infine la Cina vede l’Afghanistan come una miniera da cui importare le materie prime di cui ha estremamente bisogno e cercherà di utilizzare la minoranza degli Ugiuri in Badakhshan a proprio vantaggio. Ad ogni modo si è cercato di indirizzare positivamente l’influenza dei Paesi vicini avviando il “processo di Istanbul”, scaturito dalla conferenza di inizio novembre 2011 sulla sicurezza e cooperazione “In the heart of Asia”, il cui obiettivo dichiarato è la stabilizzazione e la cooperazione nella regione.

     

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    DOTE OCCIDENTALE – Pensando al futuro dell’Afghanistan non si può prescindere dalle decisioni che verranno prese dalla NATO e dai suoi partner nella missione ISAF. In un articolo apparso lo scorso settembre su Foreign Affairs, David Rodriguez, a capo dell’International Security Assistance Force Joint Command tra il 2009 e il 2011, sintetizza bene i principi che sottendono l’azione ISAF degli ultimi anni in Afghanistan. Ci sono quattro principi guida, secondo Rodriguez, che hanno portato la missione internazionale sulla buona strada.

     

    –      Il primo è l’utilizzo di un approccio solido e concreto, partendo dalla creazione e rafforzamento delle autorità locali e dalla promozione di una buona governance sin dai livelli più bassi.

     

    –      Il secondo è la concentrazione delle operazioni nelle aree chiave, riducendo il dispiegamento di forze sui due terzi del territorio che non includono i più importanti centri commerciali, le principali strade di collegamento e le zone più densamente popolate.

     

    –      La terza linea guida riguarda la razionalizzazione degli sforzi, da incanalare unicamente nel raggiungimento degli obiettivi della coalizione.

     

    –      L’ultimo è la considerazione dell’uccisione di civili, della criminalità organizzata e della corruzione all’interno dell’apparato istituzionale afgano come pericolosi per la stabilità del Paese al pari della presenza talebana sul territorio.

     

    Negli ultimi due anni sono state organizzate diverse conferenze tra i ministri degli esteri dei Paesi NATO e di quelli facenti parte della missione ISAF con lo scopo di determinare i diversi passaggi, che dovrebbero portare al ritiro dei contingenti stranieri dal territorio afgano e all’affidamento della sicurezza interna alle forze militari e di polizia afgane. Per la missione guidata dalla NATO la data fondamentale resta il 2014. Sia a livello ufficiale che in tutti i think tank si ragiona in termini pre-2014 e post-2014. Nei fatti il processo di transizione è già stato avviato. Si tratta sostanzialmente di creare condizioni tali da non permettere che l’Afghanistan diventi uno stato fallito non appena la maggior parte dei contingenti internazionali lascerà il Paese. Le conferenze di Londra (gennaio 2010), Tallinn (aprile 2010) e quella più importante di Kabul (luglio 2010) si sono occupate principalmente della fase di Inteqal (parola che in lingua dari significa transizione). È stato avviato il cosiddetto “processo di Kabul” che complessivamente si occupa di diversi temi tra cui economia e questioni sociali, ma soprattutto determina il passaggio di responsabilità della sicurezza del Paese alle forze locali. Il compito principale delle forze NATO-ISAF è diventato quello di affiancare e addestrare i militari e gli agenti di polizia (attualmente circa il 95% delle unità afgane è affiancato da forze della coalizione). Una volta che il grosso delle truppe internazionali si sarà ritirato sorgeranno i problemi maggiori. Tra tutti la gestione delle piccole unità rimaste sul territorio per continuare l’addestramento e l’attività di consulenza. Infatti si renderà necessaria la concentrazione delle forze solo nei grossi centri perché i costi e l’amministrazione di team, formati da poche persone, sparse in tutto il Paese sarebbe pressoché impossibile. Inoltre sorge il grosso problema, per Kabul, di come mantenere un grosso esercito e corpo di polizia. Secondo studi della Banca Mondiale le uscite supereranno le entrate nei prossimi dieci anni di circa il 25% (circa 7 miliardi di dollari l’anno), considerando la previsione ottimistica di un tasso di crescita dell’economia afgana di circa il 5-6% l’anno. Sono questi alcuni dei temi che saranno discussi il 20 di maggio durante la conferenza di Chicago che, insieme a quella di Bonn del dicembre 2011, occupano i rappresentanti dei vari Paesi ad elaborare strategie che vanno ben oltre il 2014, cercando di tracciare un quadro di lungo periodo realistico che porti ad un Afghanistan stabile, sicuro e sviluppato.

     

    LA POSIZIONE ITALIANA – Il nostro Paese ha chiaramente partecipato alla missione rimanendo nei contorni dell’ISAF, stabiliti in sede NATO. Quello che si è fatto e quello che si farà non si discosta quindi molto dalle indicazioni rese note più volte dal segretario Rasmussen. L’Italia ha però affrontato la missione con l’impronta tipica della sua proiezione verso l’esterno. Oltre alla cooperazione allo sviluppo, incentrata soprattutto sulla creazione di infrastrutture e la fornitura dei servizi essenziali alla popolazione (assistenza sanitaria e scolastica su tutto), uno degli aspetti più rilevanti è stato il contributo delle forze italiane alla sicurezza e all’ordine pubblico. Rispetto ad altri contingenti, l’impiego dei 4.200 militari italiani ha consentito di sfruttare un background socio-culturale unico nel panorama militare, che da sempre caratterizza le missioni italiane all’estero. La presenza dell’Arma dei Carabinieri, in particolare di unità come la CC Trainig Unit-Adraskan, la Police Operational Mentoring Liaison Team situata a Herat e il numeroso personale dislocato nei vari centri di addestramento della polizia afgana sta ottenendo risultati di grande rilievo. Infatti il pattugliamento in piccole unità ha reso la presenza italiana meno invasiva e l’abitudine dei carabinieri ad essere il primo e principale contatto con la gente ha permesso un più agevole inserimento all’interno del tessuto sociale afgano, consentendo inoltre di creare un rapporto di fiducia irrinunciabile, dato l’obiettivo di collaborare con le forze locali per la costruzione di un apparato di sicurezza valido ed efficiente. Solo dopo l’incontro a Chicago del 20 maggio si conosceranno più in dettaglio gli impegni militari italiani in Afghanistan dopo il 2014. Per ora l’Italia partecipa al percorso di transizione formando e addestrando i militari e i corpi di polizia afgani e garantendo la sua presenza sul territorio per contribuire attivamente alla sicurezza di infrastrutture, villaggi e città.

     

    Per ciò che concerne il lato civile dell’impegno italiano nel Paese è necessario considerare da un lato la cooperazione allo sviluppo e dall’altro le opportunità per le imprese italiane. Se si guarda agli scambi commerciali e agli investimenti diretti esteri l’Italia non è posizionata molto bene. I dati ufficiali del Ministero dello Sviluppo Economico segnalano una perdita di posizioni e quota di esportazioni verso l’Afghanistan a fronte di un piccolo aumento nella posizione relativa alle importazioni da quest’ultimo verso l’Italia. Per quanto riguarda il valore dell’interscambio tra Italia e Afghanistan, si è passati da 36,2 milioni di euro del 2009 (di cui 36 milioni è l’export dell’Italia) ai 26,5 milioni del 2010 (di cui 25,9 milioni è l’export italiano) per attestarsi a 28,4 milioni nel 2011 (con 27,3 esportati dall’Italia). I settori di maggior interesse sono sicuramente quello energetico (Eni, Enel e Terna sono coinvolti in vari progetti) e delle infrastrutture, quello agroalimentare e quello relativo all’estrazione e alla lavorazione del marmo dalle ricche cave afgane. Solo per citare alcuni esempi Enel e Terna hanno “illuminato” lo stadio di Herat, Eni si è interessata della costruzione di due centrali termoelettriche e più in generale al progetto Tapi, il gasdotto che andrà a collegare Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India; l’impegno italiano è sottolineato anche dalla partecipazione alla costruzione dell’aeroporto internazionale di Herat (un terminal è stato inaugurato lo scorso anno intitolandolo al Cap. Ranzani) e ad alcune strade di collegamento. Le opportunità economiche sono state sostenute politicamente sia dal governo Berlusconi che dall’attuale governo Monti. Nel 2011 il ministro dello sviluppo economico, Paolo Romani, ha compiuto diversi viaggi in Afghanistan, accompagnando alcune delegazioni di imprese italiane e di rappresentanti di Confindustria: la visita più importante è stata quella dell’aprile 2011 in cui Romani ha incontrato il suo omologo Shahrani e il governatore di Herat, Daub Saba. L’attuale governo ha firmato il 26 gennaio di quest’anno, alla presenza del presidente Monti e del presidente Karzai, un accordo di partenariato e cooperazione di lungo periodo tra Italia e Afghanistan. Il trattato è il primo di una serie che il Presidente afgano sottoscriverà con diversi governi europei, in ottica di garantire l’afflusso di capitali e merci per la ripresa e lo sviluppo economico del Paese centroasiatico. Lo slogan con cui il presidente Karzai sta promuovendo il suo tour è “garantire sicurezza per favorire lo sviluppo e garantire sviluppo per favorire la sicurezza”. Un circolo virtuoso che ci si augura non venga spezzato.

     

    Davide Colombo
    Davide Colombo

    Sono laureato in Relazioni Internazionali con una tesi sulla politica energetica. Ho frequentato un master in Diplomacy. Mi interesso e scrivo soprattutto di Stati Uniti. Le opinioni espresse negli articoli sono personali.

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