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    L’Australia è decisa a ritirarsi dalla missione internazionale nelle Isole Salomone, a lungo attraversate da una cruenta guerra civile. Tuttavia, senza il sostegno di Canberra, i piccoli Paesi del Pacifico meridionale non riusciranno a garantire il buon esito di un’operazione che, sin qui, ha raggiunto pochi degli obiettivi preposti. Se lasciate sole, le Salomone, ricche di metalli preziosi, rischiano sia di essere preda della Cina, sia di tornare nell’instabilità qualora i signori della guerra trovassero nuovo spazio per i traffici illeciti, favorendo il riacuirsi della lotta indipendentista dell’Isola di Bougainville contro la Papua Nuova Guinea

    IL PIANO AUSTRALIANO – Il 25 aprile, durante la visita alle Isole Salomone, il ministro della Difesa australiano, Stephen Smith, ha annunciato di aver avviato un dialogo con il governo locale per il graduale ritiro dal Paese delle truppe di Canberra, impegnate con altri Stati dell’Oceania in una missione di peace-keeping. L’Australia, infatti, è il maggior contribuente della Regional Assistance Mission to Solomon Islands (RAMSI), un’operazione avviata nel 2003 per tentare di porre fine alla guerra civile nell’arcipelago. Secondo Smith, la missione ha raggiunto la maggior parte degli obiettivi preposti, cosicché è ormai necessario cominciare le consultazioni affinché il governo delle Salomone sia pronto al passaggio di consegne. Tuttavia, il ritiro del contingente internazionale, composto da Australia, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea e Tonga, non rappresenterà la conclusione della RAMSI: considerata l’inesistenza degli apparati militari e di sicurezza nel Paese, Canberra si è già impegnata ad assistere Honiara (la capitale delle Isole) con un Programma di cooperazione per la Difesa. Smith, comunque, ha specificato che ancora non sono state definite scadenze temporali, ma, con ampia probabilità, il ritiro comincerà nel 2003.

    LA COALIZIONE PER LE SALOMONE – La missione RAMSI, denominata anche Helpen Fren, fu la risposta internazionale alla richiesta di aiuto da parte delle Salomone, stremate dalla guerra. All’inizio del 1999, infatti, il Paese fu attraversato dai duri scontri tra i gruppi di etnia Gwale, abitanti l’isola di Guadalcanal, e quelli provenienti dalla vicina Malaita. I primi avevano costituito l’Isatabu Freedom Movement, che agiva violentemente contro gli immigrati dalle altre isole, sostenuti, a loro volta, dagli armati del Malaita Eagle Force. Nonostante i ripetuti tentativi di pacificazione (tra i quali l’istituzione di una commissione per la riconciliazione) la corruzione della politica, dell’amministrazione e delle forze armate non consentiva il ritorno all’ordine. Nel 2003, infine, mentre il Paese era sull’orlo della bancarotta e nelle mani dei signori della guerra locali, il Governatore generale delle Isole, rappresentante della regina Elisabetta II, invocò un intervento internazionale, potere attribuitogli dalla Costituzione. Nel luglio dello stesso anno, quindi, la missione RAMSI fu approvata dal Parlamento delle Salomone: nel Paese sbarcarono 2.200 tra militari e poliziotti da Australia, Fiji, Nuova Zelanda, Papua Nuova Guinea e Tonga, sotto la guida di Canberra. Dopo il 2006, anno segnato dalle diffuse e dure contestazioni dei risultati elettorali, altri membri del Forum del Pacifico meridionale inviarono truppe a sostegno dell’operazione, elevando il numero dei partecipanti a quindici.

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    MISSIONE FALLITA? – La prospettiva del ritiro dalle Isole Salomone non offre certo spunti positivi per il futuro del Paese. Nell’arcipelago, infatti, mancano efficienti apparati di sicurezza, e difficilmente potranno essere costituiti entro un anno. Al momento, solo l’Australia ha dichiarato la volontà di ritirarsi dalla missione, con la Nuova Zelanda su una linea analoga, ma più cauta: il Forum del Pacifico, tuttavia, non avrebbe la capacità di gestire una situazione ancora complessa e lontana dall’ordine. La RAMSI non ha raggiunto, in realtà, tutti gli obiettivi preposti, e il rischio di un riacuirsi delle tensioni è molto probabile. In questo senso, soltanto l’impegno delle due potenze regionali, Canberra e Wellington, potrebbe consentire una maggiore linearità nella gestione della fase di pacificazione. Le tensioni sociali nelle Salomone restano del tutto irrisolte, il processo di disarmo soltanto accennato, e ancora la giustizia non ha attivato alcun procedimento contro molti dei responsabili delle violenze, anche a causa dell’elevato tasso di corruzione e dell’estrema frammentazione dello scenario politico.

    LO SGUARDO LUNGO DELLA CINA – Terminare la RAMSI potrebbe significare lasciare il Paese nell’incertezza, in balìa di due dinamiche internazionali che non sono da sottovalutare. Da un lato, infatti, le Salomone, ricche di oro, rame e nichel, riconoscono solo il governo di Taiwan quale legittimo rappresentante della Cina, cosicché Pechino ha già intrapreso consistenti investimenti di vario genere, sia economici, sia finanziari, per l’avvio delle relazioni diplomatiche e della penetrazione nel Paese. Dall’altro lato, Honiara potrebbe vedere riaperti i contrasti con la Papua Nuova Guinea, sedati nel 2004, se, come alcuni segnali lasciano intravedere, ci fosse un riacuirsi dell’indipendentismo nell’Isola di Bougainville (geograficamente appartenente alle Salomone), con conseguente spostamento di molti rifugiati politici e riacquisto di potere da parte dei signori della guerra locali grazie al traffico di armi e migranti.

    Beniamino Franceschini redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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