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sabato 15 Agosto 2020
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    Vandali africani

    In breve

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    In attesa dell’avvio del terzo round di negoziazioni tra Sudan e Sudan del Sud, Juba propone a Khartoum un dialogo diretto, senza la mediazione dell’Unione Africana. In Mali, il rischio per la distruzione dei monumenti storici è sempre più reale, al punto che l’UNESCO inserirà Timbuctu e la Tomba di Askia nell’elenco dei siti a rischio. Due attentati a chiese a Garissa causano diciassette morti e spingono il Kenya nel terrore. In Sudan centinaia di manifestanti protestano contro l’aumento dei prezzi e chiedono la cacciata del governo. Tra Repubblica democratica del Congo e Ruanda si rischia il conflitto. In Zimbabwe continua la ricerca dei diamanti insanguinati. Nel Regno Unito crea scalpore il caso di un omosessuale camerunense richiedente asilo. Il grano etiope in Arabia Saudita. In chiusura, la situazione degli omosessuali in Africa

    DIALOGO DIRETTO TRA JUBA E KHARTOUM? – Anche la seconda fase di negoziazioni tra Sudan e Sudan del Sud non ha consentito di raggiungere gli obiettivi preposti, cosicché un terzo round partirà il 5 luglio. Tuttavia, a sorpresa, da Juba è arrivata una proposta a Khartoum: continuare il dialogo a porte chiuse, senza la presenza dell’Unione Africana. Il Sudan del Sud ha presentato un progetto che prevede la completa demilitarizzazione delle aree contese e la creazione di amministrazioni congiunte per il loro governo, fintanto che i negoziati diretti non decideranno il nuovo confine tra i due Stati. In questo senso, il rischio è di non rispettare il termine perentorio del 2 agosto imposto dalla roadmap dell’ONU: «Il ritardo sulla tabella di marcia, – ha detto Pagan Amum, capo della delegazione di Juba ad Addis Abeba, – è solo dovuto al fatto che il Sudan non considera il piano delle Nazioni Unite un punto di partenza, ritenendo prioritaria la questione della sicurezza». Amum, tuttavia, accusa anche l’Unione Africana di non aver ancora invitato i diretti interessati alle negoziazioni su alcuni temi tuttora irrisolti, tra i quali il petrolio, le riparazioni, lo status dei rifugiati. Thabo Mbeki, il mediatore dell’Organizzazione di Addis Abeba, al momento si è limitato a commentare la proposta del Sudan del Sud sollecitando Juba e Khartoum «a mostrare maturità e serietà nella gestione delle trattative, tenendo ben presenti i tempi imposti dalla roadmap».

    ALLARME PER I TESORI DEL MALI – Il presidente dell’Assemblea generale dell’ONU, il qatariota Nassir Abdulaziz al-Nasser, ha condannato la distruzione degli antichi monumenti nel nord del Mali per opera dei gruppi islamisti della regione. Molto preoccupante è la situazione di Timbuctu, patrimonio UNESCO che vede le proprie ricchezze minacciate dalla furia vandalica di queste settimane, tant’è che, in brevissimo tempo, questa città entrerà ufficialmente nella lista dei siti in pericolo. L’attenzione è rivolta anche alla Tomba di Askia, il complesso in fango nella regione di Gao costruito dal primo imperatore Songhai alla fine del ‘400 e comprendente, oltre alla celebre struttura piramidale altra diciassette metri, anche due moschee e un cimitero, esempio dello stile islamico del Sahel. Inoltre, la Corte penale internazionale ha riconosciuto che la distruzione volontaria di simboli d’interesse storico, religioso e culturale possa essere considerato un crimine di guerra. Tuttavia, i pronunciamenti della comunità internazionale difficilmente potranno salvare i tesori del Mali.

    TERRORE IN KENYA – Due attentati hanno scosso il Kenya: domenica, due chiese della città di Garissa sono state prese d’assalto da gruppi di uomini armati che, dopo aver lanciato delle granate sui fedeli, hanno aperto il fuoco indiscriminatamente. Il bilancio, al momento, è di 17 morti e oltre cento feriti. I terroristi potrebbero avere legami con al-Shabaab, sebbene le Autorità siano ancora caute nell’attribuire la piena responsabilità dei fatti al gruppo islamista somalo.

    PROTESTE IN SUDAN – In Sudan continuano le dure proteste a Khartoum e in altre città del Paese in seguito alle misure adottate da al-Bashir per il contenimento del debito pubblico. Per la seconda settimana consecutiva, centinaia di persone sono scese in piazza invocando la caduta del governo e manifestando contro l’incremento diffuso dei prezzi. In alcune zone del Sudan sono state registrate azioni di sabotaggio o interruzione delle vie di comunicazione, mentre non sono noti gli esiti delle operazioni di repressione da parte delle forze di sicurezza. I resoconti parlano di decine di arresti e di feriti, talvolta anche di qualche morto: l’unica certezza è che le Autorità abbiano reagito con durezza, oscurando anche alcuni siti internet informativi.

    CRISI TRA CONGO E RUANDA – In aprile, nella Repubblica democratica del Congo, i soldati al comando del generale Bosco Ntaganda (ricercato dalla Corte penale internazionale) si sono ribellati, causando una serie di scontri nella regione del Kivu orientale che potrebbero ampliarsi in una vera e propria guerra. Da subito, Kinshasa ha accusato il Ruanda di sostenere gli insorti, poiché questi, fino alla tregua del 2009, erano parte del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo, un gruppo armato a maggioranza tutsi. Interpellata dal Congo, l’ONU ha intrapreso una serie di indagini che hanno condotto al rapporto del 29 giugno, nel quale si dichiara che le prove dell’operato del Ruanda siano manifeste e che, oltretutto, il Paese sia anche intervenuto militarmente con le proprie forze per assistere gli insorti in alcune operazioni. Da parte sua, il Ruanda ha respinto ogni accusa, annunciando però che, stanti le violenze nel Kivu contro i propri simboli e cittadini, non è escluso un intervento «protettivo»: i presupposti per un conflitto, purtroppo, ci sono tutti.

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    INTRIGO IN ZIMBABWE – La scorsa settimana, “Il Caffè Geopolitico” aveva riportato la vicenda della società mineraria Anjin, una compagnia dello Zimbabwe la cui proprietà è divisa tra ambienti della Difesa e investitori cinesi. A far emergere il caso di malaffare è stata la ong Global Witness, che, pochi giorni fa, ha ricostruito gli stretti legami tra i servizi segreti dello Zimbabwe e i flussi di denaro provenienti da varie parti del mondo (soprattutto da Hong Kong) utilizzati per finanziare Robert Mugabe e il suo controllo sul Paese. Global Witness, tuttavia, prosegue oltre e in un lungo dossier giunge a sostenere che parti di quei fondi dovrebbero essere destinati a interventi durante un’eventuale turno elettorale nel 2013, probabile se il piano della Comunità di sviluppo sudafricana per la democratizzazione dello Zimbabwe, il cui garante è Jacob Zuma, riuscisse a raggiungere gli obiettivi preposti. Al momento, comunque, sebbene le informazioni di Global Witness sembrino verosimili – coincidono, infatti, con alcuni sospetti di lunga data – non ci sono conferme in merito.

    LONDRA INCERTA SULL’ASILO A UN OMOSESSUALE CAMERUNENSE – Il caso di Valéry Ediage Ekwedde potrebbe scatenare qualche tensione diplomatica tra Regno Unito e Camerun. L’uomo, infatti, è attualmente detenuto presso un centro per immigrati irregolari nei pressi dell’aeroporto di Heathrow dopo essersi vista respinta la richiesta di asilo e dopo che, in maggio, era stato sbarcato dall’aereo che avrebbe dovuto riportarlo a Yaoundé per le sue violente proteste a bordo. Il problema è che Ekwedde è gay, e in Camerun l’omosessualità subisce «uno stigma sociale pervasivo, discriminazioni e molestie, così come il rischio della prigione» (la definizione è del rapporto 2011 del Dipartimento per i Diritti umani USA), al punto che, durante l’anno scorso, secondo Amnesty International, almeno tredici persone sarebbero state arrestate nel Paese con tale accusa. Ekwedde si è dichiarato preoccupato per la propria incolumità qualora fosse ricondotto in Camerun, ma le Autorità di frontiera britanniche si sono giustificate sostenendo che «non ci siano prove credibili dell’omosessualità» dell’uomo. Nel frattempo, l’opinione pubblica si mobilita e la diplomazia di Londra attende istruzioni.

    IL GRANO ETIOPE IN ARABIA – Cronicamente carente d’acqua, l’Arabia Saudita è costretta a investire all’estero per ottenere la quantità sufficiente di prodotti agricoli. Per motivazioni geografiche, oltre che culturali, Rihad rivolge il proprio sguardo verso l’Africa e, in questo contesto, l’Etiopia è uno dei maggiori partner commerciali: i sauditi hanno investito più di 100 milioni di dollari per coltivare grano, orzo e riso su terre concesse in affitto da Addis Abeba. In una recente intervista, il ministro dell’Agricoltura arabo, Fahad bin Abdulrahman Balghuniam, ha confermato questo legame tra il proprio Paese e l’Etiopia: «L’Africa, – ha detto il membro del governo saudita, – ha bisogno di investimenti e di partner. A Rihad crediamo fermamente di essere soci affidabili, poiché abbiamo il favore dei vertici africani: con tutta l’umiltà, siamo molto orgogliosi di questa fiducia». Riguardo alle accuse circa violazioni dei diritti dei lavoratori perpetrate dai sauditi, Balghuniam ha risposto con decisione: «Non ho mai sentito parlare di espropri da fonti attendibili. Un conto è leggere un articolo, un altro contro è andare a vedere di persona. Se qualcuno può mostrarci un chiaro episodio di esproprio o di land grabbing o di situazioni simili causato da investitori sauditi, per favore lo indichi». Le vie degli investimenti agrari in Africa sono molteplici.

    Beniamino Franceschini redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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