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    Alla conquista di Goma

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    Si aggrava la situazione nel Congo orientale: i ribelli di M23, sostenuti dal Ruanda, hanno conquistato alcune posizioni strategiche e si dirigono verso la città di Goma. L’ONU risponde duramente ponendo i carri armati a guardia della zona, mentre Ban Ki-Moon tenta una negoziazione con Joseph Kabila e Paul Kagame. In Mali, la distruzione dei patrimoni UNESCO, soprattutto a Timbuctu è ormai irreparabile: adesso sono minacciati i manoscritti. Sudan e Sudan del Sud raggiungono alcuni accordi su Abyei. Dubbi sugli attentati nello Stato del Plateau, in Nigeria. Gli USA chiedono chiarezza sulle proteste in Sudan. Thomas Lubanga condannato dalla CPI a 14 anni per l’impiego di bambini soldato. Dure contestazioni a Jacob Zuma dai dissidenti fedeli a Julius Malema. La sperimentazione delle nuove pompe idriche in Africa orientale. In chiusura, alcuni dati sui child soldiers

    L’ONU PRONTA ALLO SCONTRO – Continuano le tensioni in Congo, nel Nord Kivu, dove gli insorti di M23, gruppo guidato dal generale Bosco Ntaganda, ricercato dalla Corte penale internazionale e sostenuto dal Ruanda, stanno minacciando di assaltare la città di Goma. Le Nazioni Unite, tuttavia, hanno risposto duramente, dichiarandosi pronte a difendere la regione: attorno all’abitato, infatti, sono stati schierati i carri armati del contingente internazionale. Nel frattempo, Ban Ki-Moon ha contattato sia il già presidente congolese Joseph Kabila, sia il ruandese Paul Kagame, spronandoli ad assumere ruolo attivo nella soluzione della crisi. Il Segretario Generale si è detto preoccupato dall’appoggio esterno che M23 sta ricevendo, soprattutto perché i miliziani possono contare su un costante rifornimento di armi e mezzi che ha permesso loro di conquistare in breve tempo Bunagana, alla frontiera con l’Uganda, e alcuni avamposti (poi abbandonati) a breve distanza dalla stessa Goma. Gli appartenenti a M23 sono militari, per lo più di etnia tutsi, che hanno disertato, richiamandosi, nel nome, all’accordo di pace del 23 marzo 2009, mai davvero entrato in vigore. L’ONU ha mostrato in un apposito rapporto che effettivamente i guerriglieri siano sostenuti attivamente dal Ruanda.

    LA DEMOLIZIONE DI TIMBUCTU – La distruzione di Timbuctu è ufficialmente cominciata. La moschea di Djinguereber, costruita nel 1327, è stata presa d’assalto, e il suo cimitero monumentale raso al suolo come gli altri della città. Sorte analoga è spettata al mausoleo di Sidi Yahya, una moschea del XVI Secolo la cui porta d’accesso al santuario, secondo la tradizione, non doveva esser aperta prima della fine dei tempi. Dopo ingenti danni, gli islamisti hanno offerto all’imam locale un indennizzo di 50mila CFA (tra i 75 e gli 80 euro), sostenendo di aver voluto solo abbattere il «mistero idolatrico della porta che non poteva essere spalancata». La violazione dei patrimoni UNESCO segue il proclama del miliziano di Ansar Dine Oumar Ould Hamah, che, ai primi di luglio, dichiarò che i suoi uomini non avessero alcuna colpa, poiché essi riconoscono solo «il tribunale della divina corte della shari’a. La distruzione è un ordine divino, è il nostro profeta che disse che qualsiasi costruzione sopra a una tomba dovesse essere abbattuta. Dobbiamo terminare quest’opera, affinché le nostre future generazioni non si confondano, venerando i santi come se fossero Dio». L’allarme, adesso, è esteso anche ai manoscritti, testimonianze religiose e laiche della storia non solo del Mali, ma di tutta l’Africa: gli islamisti hanno manifestato l’intenzione di distruggere questo patrimonio culturale.

    SPERANZE DI ACCORDO SU ABYEI – Alcuni segnali di distensione sembrano giungere tra Sudan e Sudan del Sud, che, in settimana, hanno trovato un accordo per la firma dei trattati sulla Commissione militare congiunta d’osservazione (JMOC) e sulla Commissione congiunta per la supervisione di Abyei (AJOC). Il primo di questi documenti prevede che un eguale numero di militari di Khartoum e di Juba costituiscano una forza per la sicurezza e la pace nella città contesa, mentre il secondo consente un costante controllo dell’equilibrio tra i due Paesi nella regione, svolgendo la funzione di meccanismo di garanzia. Il segretario dell’Unione Africana, Jean Ping, ha espresso la propria soddisfazione, incoraggiando le parti a compiere passi in avanti per realizzare un servizio di polizia unitario ad Abyei e una task-force intergovernativa per l’assistenza umanitaria e il supporto dell’AJOC. Oltre a ciò, l’Organizzazione con sede ad Addis Abeba ha sollecitato la necessità di procedere alla restaurazione degli organi di autogoverno della città. Abyei, importante centro petrolifero, avrebbe dovuto scegliere a quale Paese appartenere tramite uno specifico referendum, che, però, non si è mai tenuto. Un arbitrato ha affidato la città al Sudan del Sud, ma al-Bashir, per risposta, ordinò la sua occupazione e la distruzione di gran parte del centro urbano. Attualmente, la sicurezza è garantita da un contingente di 3.800 soldati etiopi sotto mandato ONU, sebbene né il Sudan, né il Sud Sudan abbiano ancora ritirato le proprie truppe.

    INCERTEZZA SUGLI AUTORI DEGLI ATTENTATI Boko Haram ha rivendicato gli attentati che hanno causato 90 morti nel fine settimana nello Stato del Plateau, in Nigeria: «Vogliamo informare il mondo del nostro compiacimento per il successo degli attacchi che abbiamo lanciato a Brakin Ladi e Riyom contro cristiani, forze di sicurezza e membri del Parlamento. Continueremo a cacciare i rappresentati del governo ovunque essi siano: non avranno mai più pace». Tuttavia, alcune indiscrezioni riportano che la polizia non sia certa della responsabilità di Boko Haram nella strage. Non è escluso, infatti, che il coinvolgimento del gruppo islamista sia stato richiesto dai Fulani, etnia nomade dalla quale proverrebbero gli attentatori del Plateau. L’azione sarebbe stata condotta come rappresaglia contro gli agricoltori dello Stato, accusati di togliere spazi alla pastorizia. Tuttavia, un parlamentare, Bitrus Kaze, ha incolpato mercenari stranieri, provenienti dal Ciad, che, comunque, avrebbero agito per conto dei Fulani. Ancora, pertanto, le indagini sulle stragi di sabato e domenica proseguono senza certezze.

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    GLI USA: CHIAREZZA SULLE REPRESSIONI IN SUDAN – Anche gli Stati Uniti intervengono in merito alla repressione violenta delle rivolte in Sudan. Il Dipartimento di Stato ha chiesto a Khartoum di verificare se davvero le notizie di manifestazioni pacifiche sedate con brutalità siano vere. In realtà, i primi sommovimenti risalgono alla metà o alla fine del mese scorso, ma, comunque, in conseguenza all’annuncio del 16 giugno da parte di al-Bashir circa il taglio ai sussidi per carburanti e generi alimentari di prima necessità. Secondo le accuse, le forze di polizia sudanesi avrebbero impiegato grandi quantitativi di proiettili di plastica e gas lacrimogeni, incarcerando poi oltre duemila attivisti, tra i quali, il 10 luglio, il capo del Sudan's Liberal Democratic Party, Mayada Abdalla Souar Eldahab. Washington ha chiesto delucidazioni riguardo alle indiscrezioni sull’uso della tortura nei confronti dei manifestanti fermati, ma il direttore generale della polizia sudanese, Hashim Osman Osman, ha negato che durante le «circoscritte e sporadiche proteste di alcuni studenti» ci siano stati degli arresti. Per il 16 luglio, comunque, è prevista una manifestazione generale degli avvocati per sollecitare il governo al rispetto delle leggi e della Costituzione.

    CONDANNA A 14 ANNI PER LUBANGA – La Corte penale internazionale ha condannato il 10 luglio Thomas Lubanga a 14 anni di carcere. In marzo, Lubanga era stato ritenuto colpevole dell’impiego di bambini soldato tra il 2002 e il 2003. In un comunicato dell’ufficio del Procuratore, si legge che «i giudici della Corte penale internazionale hanno inviato un chiaro messaggio agli autori dei crimini: non resterete impuniti», mentre il Pubblico Ministero ha ricordato che la condanna non ha evitato che in Congo la violenza tornasse nuovamente a livelli drammatici, citando direttamente la necessità di catturare Bosco Ntaganda, capo di M23.

    CONTESTAZIONI A ZUMA – In Sudafrica, a Limpopo, cinque giovani dell’African National Congress Youth League, sostenitori dell’espulso Julius Malema, sono stati arrestati durante le dure proteste contro la visita del presidente, Jacob Zuma. Martedì scorso, trecento manifestanti si sono radunati di fronte alla sede di una conferenza del partito, scontrandosi prima contro la sicurezza della manifestazione, quindi scatenando una guerriglia urbana che le forze di polizia hanno sedato con fatica. I contestatori accusano Zuma di aver espulso Malema per non avere potenziali rivali nella gestione personalistica del potere.

    LE POMPE IDRICHE “INTELLIGENTI” – Un gruppo dell’Università di Oxford, nel Regno Unito, ha proposto al Kenya di sperimentare un nuovo modello di pompe idriche a mano contenenti dei dispositivi per l’invio di informazioni specifiche, quali eventuali guasti, carenza d’acqua, statistiche sui prelievi. Questi dati, secondo i ricercatori, sarebbero utili per capire il modo di impiego delle risorse idriche, nonché per intervenire prontamente con riparazioni o sostituzioni. La sperimentazione della “smart handpump” partirà in settanta villaggi kenioti ad agosto, dopo che il prototipo già è stato sperimentato nel 2011 in Zambia. Una seconda fase, in caso di esito positivo, coinvolgerà lo stesso Zambia, il Malawi e il Sudan del Sud.

    Beniamino Franceschini

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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