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sabato 15 Agosto 2020
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    Scade il limite indicato dalle Nazioni Unite per la risoluzioni delle questioni aperte tra Sudan e Sud Sudan e l’accordo sembra definitivamente irraggiungibile. In Mali si aggrava la crisi umanitaria e si segnala la prima esecuzione per lapidazione. Ancora scontri nel Kivu. Duri scontri inter-tribali al confine tra Etiopia e Kenya. In Somalia si riunisce l’Assemblea costituente. L’ONU sollecita il ritorno alla normalità in Guinea Bissau. Hillary Clinton comincia il viaggio in Africa. In chiusura, cos’è la Conferenza internazionale della regione dei Grandi Laghi

    SUDAN: VERSO IL FALLIMENTO DELLA MEDIAZIONE – Il 2 agosto è scaduto il termine imposto dall’ONU per il raggiungimento di un accordo tra Sudan e Sud Sudan, ma al-Bashir ha rifiutato la proposta di Kiir per un secondo incontro privato. Formalmente il presidente sudanese ha motivato la propria assenza adducendo il precedente impegno assunto per un viaggio a Doha. Tra i due capi di Stato resta aperto ancora il dissidio sulla questione petrolifera: per il transito del proprio oro nero verso Port Sudan, infatti, Juba offre alla controparte $8,18 al barile, mentre Khartoum resta inamovibile dalla richiesta di 32 dollari al barile in greggio. Inoltre, sono del tutto irrisolte le problematiche legate alla sicurezza, alla neutralizzazione del confine, allo status di Abyei e ai diritti di cittadinanza dei rispettivi cittadini nell’altro Paese. Il mediatore ad Addis Abeba, Thabo Mbeki, continua a dichiararsi fiducioso circa il raggiungimento di un accordo in extremis, ma la già scarsa disponibilità di al-Bashir sembra essere svanita in seguito a un duro discorso che Salva Kiir ha tenuto a Juba in arabo, accusando il Sudan di operare attivamente per il fallimento del Sud Sudan e invocando un intervento deciso del Consiglio di Sicurezza contro gli «intransigenti» che vogliono «saccheggiare il petrolio». Resta da chiarire che cosa potrebbe accadere qualora il 2 agosto trascorresse senza alcun colpo di scena: in tale eventualità – assai probabile – la risoluzione 2046, istituente, di fatto, la roadmap, minaccia l’imposizione di sanzioni sulla base dell’art. 41 della Carta delle Nazioni Unite. IL COLLASSO ISLAMISTA DEL MALI – La grave crisi in Mali sta assumendo sempre più i connotati di una completa emergenza umanitaria. Colera, violenze e carestie stanno causando la fuga di decine di migliaia di persone in cerca di un rifugio sicuro nei Paesi confinanti, anch’essi, tuttavia, colpiti dall’allarme alimentare del Sahel. Nel nord, gli islamisti stanno procedendo a una sistematica occupazione del territorio compiuta anche attraverso l’imposizione della shari’a. Ad Aguelhok, una delle prime città conquistate dai tuareg, ma adesso controllate dalla coalizione dei gruppi legati sempre più apertamente ad al-Qaida nel Maghreb islamico, sabato scorso è stata segnalata la prima esecuzione su base shariatica: una coppia di fidanzati è stata lapidata perché accusata di aver avuto contatti fisici prima del matrimonio. Di ritorno dalla Francia, dove era sottoposto alle cure mediche in seguito all’aggressione di maggio, il presidente di transizione maliano, Dioncounda Traoré, ha invocato la collaborazione di tutte le forze sociali, ma le sue parole sono apparse più di circostanza che di reale sprone. Oltretutto, durante l’incontro tra i ministri degli Esteri dei Paesi francofoni, il francese Laurent Fabius ha sollecitato i membri dell’ECOWAS a intervenire militarmente nell’Azawad, ricevendo, tuttavia, una risposta piuttosto fredda. La Comunità dell’Africa occidentale, infatti, ha ancora in mobilitazione 3mila uomini pronti per una missione nel nord del Mali, sebbene l’invio delle truppe sia costantemente rinviato da maggio. Riguardo alle regioni amministrate da Bamako, Amnesty International ha denunciato numerosi casi di rapimenti, torture e sparizioni di persone non allineate alla giunta militare che promosse il colpo di Stato in primavera. In particolar modo, l’Organizzazione cita le testimonianze di soldati incarcerati con l’accusa di aver tentato un contro-golpe a fine aprile e tuttora sottoposti a continue sevizie. ANCORA COMBATTIMENTI NEL KIVU – Violenti scontri sono stati segnalati il 24 e 25 luglio nella Repubblica democratica del Congo, a Rutshuru, a settanta chilometri a nord-est di Goma. Secondo i primi dati, ci sarebbero stati due morti e una cinquantina di feriti, ma a preoccupare sono le migliaia di sfollati in fuga verso i territori vicini. Intanto, Germania, Gran Bretagna e Olanda hanno sospeso gli aiuti e i fondi allo sviluppo destinati al Ruanda, Paese che sosterrebbe Bosco Ntaganda, comandante del gruppo ribelle M23. Dirk Niebel, ministro tedesco allo Sviluppo, ha sollecitato Paul Kagame a collaborare con le Nazioni Unite, affinché il Ruanda dimostri apertamente di non aver favorito gli insorti del Kivu. Comunque, il presidente ugandese, Yoweri Museveni, ha convocato per il 7 e 8 agosto prossimi una riunione della Conferenza internazionale della Regione dei Grandi Laghi per tentare una mediazione. Tuttavia, l’iniziativa non ha ricevuto unanime accoglienza, poiché in molti accusano l’Uganda di sostenere il Ruanda e i ribelli di M23.

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    LA REPRESSIONE VIOLENTA DI AL-BASHIR – Continuano le manifestazioni contro i rincari e le misure di austerità in Sudan. Dopo la manifestazione degli avvocati, la città di Nyala, in Darfur, resta ancora uno dei centri maggiori delle proteste diffuse esplose a metà giugno. La repressione di Khartoum non ha allentato la propria forza, tanto che martedì 31 luglio tra otto e dodici persone, per lo più giovani studenti, sono morti in seguito al massiccio impiego di gas e pallottole di plastica da parte della polizia. I gruppi di opposizione hanno parlato della vicenda definendola «una reazione criminale e premeditata», mentre il segretario generale del movimento armato Sudan People's Liberation Movement North, Yasir Arman, si è appellato a Hillary Clinton, affinché durante la visita in Africa il Segretario di Stato «lanci un messaggio chiaro e deciso ad al-Bashir contro l’uccisione di manifestanti innocenti». Nel frattempo, l’ONU ha esteso per un altro anno la missione congiunta con l’Unione Africana in Darfur, dispiegando fino a 16.200 soldati e 2.310 uomini con funzioni di pubblica sicurezza. MIGLIAIA DI PROFUGHI IN ETIOPIA – Duri scontri intertribali si stanno verificando nella regione di Moyale, al confine tra Etiopia e Kenya. Da un lato, il conflitto è tra Borana etiopi e Garri, mentre dall’altro lato i Borana kenioti stanno combattendo contro i Gabra. In entrambi i Paesi, la causa degli scontri è strettamente connessa ai dissidi sulla ripartizione delle terre. Secondo la Croce Rossa del Kenya, oltre 20mila persone avrebbe varcato il confine provenendo dall’Etiopia, mentre, all’inizio dell’anno, in 40mila avevano compiuto il tragitto inverso.

    LA COSTITUENTE SOMALA – Mercoledì scorso, a Mogadiscio, gli 825 membri dell’Assemblea costituente si sono riuniti per cominciare la discussione sulla bozza costituzionale. Gli anziani delle tribù hanno approvato a metà luglio un testo provvisorio, quindi hanno nominato i delegati che approveranno, entro il 20 agosto, la nuova Costituzione somala. Tuttavia, resta ancora primaria la questione della sicurezza: tra sabato e domenica, infatti, le milizie di al-Shabaab hanno sferrato una serie di attacchi nella regione Gedo, nel sud-ovest del Paese. Le forze etiopi e somale hanno respinto i guerriglieri, ma non si hanno certezze né sulla dinamica degli eventi, né su eventuali morti.

    L’ONU: GOVERNO UNITARIO IN GUINEA BISSAU – Il 30 luglio, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha sollecitato le forze politiche e sociali della Guinea Bissau a cooperare per superare la fase d’emergenza e costituire un governo col maggior consenso possibile. Le Nazioni Unite hanno anche richiamato ECOWAS e Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese, affinché queste sostengano il percorso verso la normalità della Guinea Bissau dopo il colpo di Stato militare del 12 aprile scorso. HILLARY CLINTON IN AFRICA– Il segretario di Stato USA, Hillary Clinton, sarà in Africa dal 31 luglio al 10 agosto per illustrare le linee indicate dal presidente Barack Obama circa il rafforzamento dei rapporti con il continente nero. La prima tappa del viaggio sarà in Senegal, quindi Clinton sarà in Sud Sudan, Uganda, Kenya, Malawi e Sudafrica. Il Segretario di Stato incontrerà, oltre alle personalità a capo dei suddetti Paesi, anche Nelson Mandela e il presidente somalo Sheikh Sharif. Beniamino Franceschini redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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