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    Questo piano non s’ha da fare

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    L’ECOWAS ha elaborato un piano per un intervento militare in Mali, ma il presidente Traoré e il capo della giunta militare, Sanogo, lo respingono, chiedendo che alle truppe straniere non sia consentito l’accesso alla capitale e che i tempi dell’operazione siano decisi dall’esercito maliano. Per risposta, i Paesi dell’Africa occidentale hanno definito «insensate» le posizioni di Bamako. In Africa centrale, si continua a combattere contro Joseph Kony con 2.500 militari in più. Raggiunto un accordo nella miniera di Marikana, in Sudafrica. Ucciso il portavoce di Boko Haram. Il Sudan blocca il sito You Tube per evitare la diffusione di “Innocence of Muslims”

     

    MALI: RESPINTO IL PIANO ECOWAS – Giovedì scorso, i Capi di Stato Maggiore dei Paesi ECOWAS si sono incontrati ad Abidjan per definire un progetto di intervento armato in Mali. Il governo di Bamako, infatti, aveva sollecitato sin da agosto la convocazione di una conferenza specifica che conducesse all’approvazione di una missione militare contro gli insorti dell’Azawad. Nel frattempo, nel nord del Mali, continuano gli scontri tra tuareg e miliziani islamisti di gruppi direttamente o indirettamente legati ad Ansar Dine e al MUJAO. Allo stesso modo, non cessano né la distruzione sistematica di monumenti storici pre-islamici o dell’Islam tradizionale locale, né l’imposizione della legge shariatica. In un secondo meeting, sabato 15, la discussione è stata tra i Ministri degli Interni e della Sicurezza dell’ECOWAS, con lo specifico scopo di trattare argomenti correlati alla lotta al crimine e al terrorismo. Tuttavia, il piano proposto dalla Comunità dell’Africa Occidentale non ha trovato il favore del presidente maliano, Dioncounda Traoré, cosicché, prima alcune fonti diplomatiche, quindi il capo di Stato del Burkina Faso, Blaise Compaoré, hanno criticato la posizione di Bamako. Nel contempo, Amadou Aya Sanogo, il capo della giunta militare che a marzo spodestò l’allora presidente Amadou Toumani Touré, è intervenuto specificando che le truppe dell’ECOWAS potranno intervenire «solo quando l’esercito del Mali ne avrà bisogno […] e avendo presente che sarà loro precluso l’ingresso nella capitale». La Comunità dell’Africa Occidentale ha definito «irrealiste e irresponsabili» le posizioni degli esponenti maliani, poiché la presenza di un coordinamento della missione nella capitale sarebbe indispensabile. In questo senso, il presidente Compaoré, in visita a Parigi, ha ammesso l’assenza di un accordo tra l’ECOWAS e Bamako, invitando però il Mali a non considerare i Paesi vicini come «mercenari, bensì come compagni d’armi».

     

    RINFORZI CONTRO KONY – In Africa centrale continua la caccia a Joseph Kony e ai miliziani del Lord’s Resistance Army. Martedì 18 settembre, la Regional Task Force (RTF) dell’Unione Africana ha annunciato che agli uomini già impegnati nelle operazioni si aggiungeranno 2mila soldati ugandesi e 500 sud-sudanesi, che saranno alloggiati alla base di Yambio, nel Sudan del Sud. Il capo dell’Ufficio Regionale per l’Africa centrale dell’ONU, Abu Mussa, e l’inviato speciale dell’Unione Africana, Francisco Madeira, hanno mostrato apprezzamento per l’impegno posto dagli Stati coinvolti nell’effettivo tentativo di catturare Joseph Kony e costringere alla resa i suoi uomini, ponendo, però, l’attenzione sulla necessità di sopperire alle carenze logistiche ed economiche della Task Force. La RTF è stata avviata nel marzo del 2012 da Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan e Uganda, con il sostegno di ONU e UA, per fermare le scorribande dell’LRA, una formazione militare che agisce nell’ampia regione comprendente la quasi totalità dei Paesi su indicati e che è accusata di aver commesso crimini spaventosi, dalle uccisioni in massa, fino al rapimento di centinaia di bambine e bambini allo scopo di renderli soldati o schiavi sessuali. Per dovere di cronaca, è necessario citare, tuttavia, che alcuni opinionisti ritengono che la missione armata contro Kony sia solo un pretesto per modificare determinati assetti politici internazionali, indicando, invece, nell’attuale presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni, il vero autore di molte delle brutalità attribuite all’LRA.

     

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    RAGGIUNTO L’ACCORDO A MARIKANA – Martedì notte è stato raggiunto un accordo che pone fine allo sciopero di sei settimane dei lavoratori della miniera di Marikana, in Sudafrica. Secondo quanto stabilito, i minatori, in base agli incarichi, otterranno aumenti salariali tra il 18% e il 22%, ossia di cifre tra i 1000 e i 2000 rand (90-180 euro), in aggiunta a un bonus di R2000 una tantum al rientro a lavoro, previsto per il 20 settembre. Presso la miniera, il 16 agosto scorso, nel momento più tragico della protesta, erano stati uccisi dalla polizia 34 operai, mentre altre dieci persone, tra manifestati e Forze dell’Ordine, erano morte nei giorni precedenti. Dietro la vicenda, comunque, si defila un fitto groviglio di politica e affari: basti pensare che il sindacato dei minatori ha subìto una dura scissione che potrebbe compromettere addirittura la rielezione del presidente sudafricano, Jacob Zuma.

     

    UCCISO IL PORTAVOCE DI BOKO HARAM – La squadra speciale antiterrorismo della Nigeria ha annunciato di aver compiuto un’irruzione nella base centrale di Boko Haram a Kano, inferendo un duro colpo al gruppo islamista. Nell’operazione è rimasto ucciso Abu Qada, uomo chiave, nonché portavoce, dell’organizzazione. In un primo momento, la dinamica degli eventi non era stata chiara, poiché si parlava anche di un conflitto a fuoco avvenuto tra alcuni membri delle forze di sicurezza e la scorta all’auto sulla quale Abu Qada stava viaggiando con la famiglia. Tuttavia, la Joint Task Force ha confermato di aver condotto un blitz nel rifugio di Boko Haram grazie a informazioni raccolte dopo alcuni fatti di sangue nella regione attorno a Maiduguri.

     

    IL SUDAN BLOCCA YOU TUBE – Nonostante non sia giunta alcuna conferma ufficiale da parte delle Autorità, il Sudan ha imposto alla National Telecommunication Corporation (NTC) di interrompere l’accesso al sito internet You Tube, nel tentativo di prevenire la diffusione di “Innocence of Muslims”, il video che ironizza sulla figura di Maometto e che ha scatenato, anche a Khartoum, violente proteste. La notizia è stata riportata dal “Sudan Tribune” e confermata dai cittadini intervistati dal giornale: il filtro a You Tube, infatti, sarebbe attivo dal 16 settembre. Il giorno prima, durante le violenze contro l’ambasciata statunitense a Khartoum, il bilancio era stato di due morti e alcune decine di feriti.

     

    Beniamino Franceschini

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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