utenti ip tracking
martedì 14 Luglio 2020
More

    Speciale COVID-19

    La Germania alla testa del Consiglio dell’Unione Europea

    Analisi - Dopo i sei mesi di Presidenza del...

    Crisi politica e pandemia, il 2020 del Perù

    In 3 sorsi – Il nuovo anno a Lima...

    Serbia: si salvi chi può

    Analisi - Le elezioni parlamentari e quelle per il...

    La crisi nel Messico di AMLO minaccia Trump

    In 3 sorsi – L’epidemia di Covid-19 sta facendo...

    Verso l’attacco di terra?

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Continua l’operazione “Pillar of Defence” (nome confermato dallo stesso governo israeliano) e continuano gli attacchi con razzi di Hamas verso Israele. Si va verso uno scontro di terra? Facciamo un breve aggiornamento ragionato della situazione, in dieci punti

     

    Israele non ha alcun interesse a coinvolgere l’Egitto nello scontro, e anzi l’intenzione di fermare i raid durante la visita del premier egiziano a Gaza voleva essere proprio un segno di rispetto nei confronti del vicino. Questo ha fornito ad Hamas l’opportunità di aprire il fuoco verso Israele in modo più massiccio, cosa che, a sua volta, ha costretto Israele stesso a riprendere i raid anzitempo smentendo le proprie stesse intenzioni.

     

    Osservando quanto avvenuto finora, sono possibili le seguenti considerazioni:

     

    1) SUCCESSO A META’ – Israele ha eliminato buona parte dei razzi a lungo raggio di Hamas, ma non tutti. Il movimento islamico ha infatti potuto colpire vicino a Tel Aviv e Gerusalemme, anche se la precisione è risultata notevolmente scarsa.

     

    2) FUOCO A VOLONTA’ – Hamas dispone ancora di numerosi razzi a breve-medio raggio (si parla di circa 10.000, ma la cifra tonda indica una stima di massima dell’ordine di grandezze più che un valore effettivo), veloci da manovrare, spostare e operare: può quindi mantenere un elevato volume di fuoco che, pur non essendo preciso, ha un forte effetto psicologico.

     

    3) CHI E’ IN VANTAGGIO? PER ORA NESSUNO – Israele non riesce a colpire tutti i lanciarazzi o i depositi degli stessi, cosa che la pone in svantaggio riguardo alla possibilità di terminare velocemente lo scontro. Anche Hamas però è in una situazione simile: può colpire in maniera massiccia vicino alla Striscia, dove Israele è meno vulnerabile, mentre i pochi razzi lanciati più lontano sono appunto troppo pochi per avere effetti considerevoli, spesso vengono fermati dalle difese israeliane prima che colpiscano e non sono precisi, dunque non riescono a colpire dove desiderato, diluendone l’effetto. Anche Hamas dunque non ha modo di obbligare Israele a terminare velocemente lo scontro.

     

    4) “IRON DOME” FUNZIONA PIU’ DEI PATRIOT – Le difese anti-razzi israeliane, il sistema “Iron Dome”, stanno funzionando abbastanza bene. Non sono lo scudo impenetrabile che il governo israeliano sperava, ma hanno comunque eliminato circa 150 ordigni in arrivo su oltre 500. Molti di più di quanto i famigerati Patriot (che in realtà furono poco efficaci) fecero nel 1991 durante la Prima Guerra del Golfo contro i missili di Saddam, ma ancora non sufficienti a fornire una difesa totale.

     

    5) MA LA PAURA RIMANE – Nonostante ciò l’effetto psicologico di vedere razzi cadere a Gerusalemme e Tel Aviv, cuore di Israele, è notevole per la popolazione, che dopo 21 anni di nuovo scopre di non aver alcuna parte del paese “al sicuro”. Difficile però che questo ponga il paese in crisi – semmai rinforzerà la determinazione a vincere (qualunque cosa questo significhi).

     

    content_1278_2

    6) VOLUMI DI FUOCO – Va detto che a fronte di circa 250 raid israeliani sono stati sparati più di 500 razzi palestinesi in 3 giorni: considerando le riserve citate sopra, potenzialmente Hamas potrebbe mantenere lo stesso volume di fuoco per 3 settimane, forse troppo per la leadership Israeliana che vuole mantenere lo scontro il più breve possibile.

     

    7) ATTACCO DI TERRA – Israele si prepara dunque a entrare a Gaza via terra: potrebbe essere solo un bluff, perché i rischi di vittime aumentano, così come l’effetto mediatico contro un nemico, Hamas, che in passato ha spesso cammuffato i propri combattenti da civili o si è nascosto tra essi. Il rischio di vittime innocenti dunque salirebbe molto e sarebbe quasi impossibile impedirlo. Il risultato è che anche un successo dell’operazione israeliana sul campo potrebbe risultare una sconfitta mediatica. Se c’è una cosa che Israele finora non ha mai imparato è proprio gestire la “guerra dei media”, che invece Hamas padroneggia. Tuttavia Netanyahu e Barak potrebbero decidere che l’attacco terrestre sia l’unico modo per eliminare anche i depositi di missili leggeri a corto raggio.

     

    8) CHI C’E’ DIETRO – In questo giocherebbero una forte parte l’attuale capo di stato maggiore delle IDF, Ten. Generale Benny Gantz (foto), e il Comandante delle Truppe di Terra, Generale Sami Turgeman, entrambi favorevoli all’operazione. Gantz in particolare è sempre stato un fautore dell’azione forte contro Hamas fin dai tempi di Cast Lead, quando nel ruolo di Comandante del Comando Sud di Israele aveva contribuito a formularne la strategia.

     

    9) TRUPPE D’ELITE E RISERVISTI – Secondo fonti di intelligence Israele ha schierato al confine con Gaza la Brigata Givati (che comunque è quasi sempre schierata lì vicino) e la Brigata Paracadutisti, due delle unità d’elite del paese. Entrambe avevano già partecipato a Cast Lead. Israele ha anche richiamato 30.000 riservisti. Proprio i riservisti costituiscono un dilemma per Israele: richiamarli aumenta gli effettivi disponibili per operazioni di guerra, ma significa anche togliere forza lavoro al paese e, dunque, bloccarlo almeno in parte. Israele non può permettersi di tenere i riservisti sotto le armi per troppe settimane, quindi si aspetta di risolvere la questione relativamente velocemente. La cosa comunque avrà un ingente costo economico per il paese, comunque vada a finire il conflitto.

     

    10) LA SPERANZA NELLA DIPLOMAZIA – Mentre il conflitto prosegue, la diplomazia prova a lavorare. Non è tanto l’ONU a poter fare qualcosa, ma gli USA e l’Egitto. Quest’ultimo in particolare mostra, come prevedibile, un forte appoggio ad Hamas, ma non gradisce che il movimento diventi troppo potente (potrebbe poi creare problemi anche in Egitto) e l’idea di un conflitto vicino ai propri confini non è per nulla auspicabile. Come in passato, potrebbe dunque presentarsi come mediatore. L’unico problema è che nessuno dei contendenti ora si fida dell’altro o è pronto a fare la prima mossa di distensione.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

    Articolo precedenteNuvole su Gaza
    Articolo successivoAlta tensione

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite