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    Dietro le quinte

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    Mentre Pillar of Defence continua, le diplomazie lavorano alacremente e ci si interroga sulla possibilità di intervento di terra a Gaza. Qual’è lo spazio per una tregua che eviti un’escalation come a dicembre 2008? Vi proponiamo altri dieci punti, semplici ed essenziali, per spiegare in profondità quanto sta accadendo

     

    Un’azione diplomatica di Turchia, Qatar, Egitto e USA sta cercando di trovare lo spazio per una tregua tra Israele e Hamas. Gli USA stanno premendo perché Israele non attacchi con le truppe di terra, mentre l’Egitto prova a usare la sua influenza su Hamas per accettare una tregua. In questo quarto giorno di conflitto a Gaza, continuiamo le nostre osservazioni su quello che avviene dietro le quinte.

     

    1) COSA SERVE PER UNA TREGUA? – Perché Hamas e Israele accettino una tregua serve che si verifichino alcune condizioni di base: soprattutto che Israele creda di aver ridotto sensibilmente la capacità offensiva di Hamas e dei miliziani islamici nella Striscia di Gaza in generale.

     

    2) ISRAELE E’ OTTIMISTA – Il Generale Tal Russo, GOC (Comandante) del Comando Sud di Israele, che ha in carico il fronte di Gaza, ha affermato che gran parte del potenziale bellico di Hamas è stato eliminato. Al momento non ci sono dati indipendenti a conferma di ciò se non il fatto che il volume di fuoco dalla Striscia verso Israele è stato riportato essere inferiore ai giorni scorsi. Difficile dire se sia una conferma o una casualità non collegata. Israele ha comunque richiamato 75.000 riservisti.

     

    3) AZIONE DI TERRA SVENTATA? – Se però fosse vero e il potenziale di Hamas fosse davvero stato ridotto sensibilmente, questo aumenterebbe le possibilità che Israele creda di poter ottenere un successo senza necessità di attacco di terra. La probabilità di quest’ultimo dunque si abbassa mentre si alza quella di un possibile cessate il fuoco.

     

    4) DIPENDE TUTTO DALLE PERCEZIONI – Questo perché se Israele ha la percezione di aver raggiunto i propri scopi con le attuali modalità, non riterrà necessario intraprendere un’operazione nella quale il vantaggio militare è tutto dalla sua parte, ma affronterebbe notevoli problemi diplomatici e mediatici. Hamas, dal canto suo, sa che non può opporsi a un attacco di terra (tutti i limiti mostrati nel 2008-2009 dalle sue forze di sicurezza esistono ancora oggi) e dunque preferirebbe conservare le proprie forze, soprattutto per mantenere la forza necessaria a conservare il dominio della Striscia. C’è un motivo per il quale Hamas potrebbe invece pensare il contrario, ovvero sperare nell’attacco di terra israeliano? Sì, la possibilità di attrarre il nemico in un conflitto in città dove le vittime civili sarebbero di più e dunque sconfiggere Israele sul piano mediatico.

     

    5) MA HAMAS NON RISCHIEREBBE L’ANNIENTAMENTO? – Le brigate Izz-ad-Din al-Qassam e le forze di sicurezza subirebbero forti danni come durante Cast Lead, ma una tattica che hanno sempre usato è quella di confondersi tra la popolazione con abiti civili. I principali leader di Hamas inoltre hanno il loro rifugio sotto l’Ospedale al-Shifa, il più grande della Striscia, e dunque non sarebbe possibile arrivare a loro. Israele dunque si limiterebbe a distruggere i principali centri comando di Hamas e i depositi di armi, ma non procederebbe a una bonifica completa della Striscia – servirebbe troppo tempo, che Israele non può permettersi.

     

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    6) QUALCOSA IN PIU’ SU AL-JABARI – Ha fatto scalpore un’intervista del New York Times a Gershon Baskin, negoziatore non ufficiale di Israele con Hamas, il quale ha rivelato che Al-Jabari  (foto a fianco) era in realtà anche l’uomo che aiutava a mantenere i gruppi estremisti sotto controllo e con Baskin stava trattando per una tregua più duratura e a condizioni più favorevoli per Israele. Perché dunque è stato ucciso? Probabilmente bisognerà aspettare mesi per avere la risposta a questa domanda, tuttavia possiamo avanzare due ipotesi.

     

    7) DOPPIOGIOCHISTA? – La capacità di Hamas di controllare le azioni dei gruppi estremisti minori (Jihad Islamica Palestinese, FPLP…) nella Striscia ultimamente era calata. Ne sono prova il maggiore numero di razzi sparati verso Israele negli ultimi due mesi. Al-Jabari aveva perso il controllo della situazione? O faceva il doppio gioco? Israele ce l’aveva con lui perché era stato la mente dietro al rapimento di Gilad Shalit. Finché il soldato israeliano era prigioniero, Al-Jabari era considerato intoccabile, ma con la sua liberazione non lo era più. Se Israele ha pensato che non fosse più utile perché non più in grado di evitare gli attacchi, questo può spiegare la sua uccisione.

     

    8) SCARSA COMUNICAZIONE – C’è però anche da dire che alcuni dipartimenti di sicurezza israeliani si parlano poco, pertanto è possibile che il dipartimento che ha autorizzato l’uccisione di Al-Jabari non fosse al corrente che quest’ultimo fosse in procinto di trattare per un accordo più serio con un altro dipartimento. Non sarebbe la prima volta che accade. Dunque, potrebbe essere stato dovuto alla mancanza di comunicazione tra dipartimenti combinata con il desiderio di eliminare finalmente uno dei numeri uno di Hamas – e vendicare il rapimento Shalit.

     

    9) ANCORA ELEZIONI – A questo aggiungiamo ancora le possibili motivazioni elettorali. Uccidere Al-Jabari costituisce un colpo mediatico ad effetto per Netanyahu, che ora può anche sperare di contare sulla spinta dell’opinione pubblica a favore della sua politica di difesa. Ma allora anche l’intervento di terra potrebbe essere autorizzato per fini elettorali? E’ possibile, ma qui c’è da considerare che una tale mossa potrebbe anche ritorcersi contro se le perdite fossero più alte del previsto o se fosse eseguita con la disapprovazione degli USA – che farebbero poi pesare la propria influenza successivamente. Dunque le considerazioni elettorali potrebbero funzionare anche in senso opposto: come detto prima se pensasse di aver conseguito risultati sufficienti a ridurre la minaccia di Hamas, Netanyahu potrebbe permettersi una tregua vantaggiosa – per Israele e per lui.

     

    10) MA CHI SOSTITUIRA’ Al-JABARI? – In realtà però l’uccisione di Al-Jabari potrebbe risultare un boomerang. Chi lo sostituirà? A meno che egli non fosse davvero diventato un doppiogiochista, Al-Jabari era il miglior interlocutore di Israele con Hamas. Se al suo posto arrivasse qualcuno di più intransigente, Israele potrebbe non avere nessuno con cui accordarsi per controllare i gruppi estremisti nella Striscia, a tutto svantaggio della sicurezza sul lungo termine. Il successo tattico (ovvero in piccolo) della sua uccisione diventerebbe così una sconfitta strategica (ovvero in grande) per la sicurezza di Israele.

     

    Lorenzo Nannetti

    redazione@ilcaffegeopolitco.net

    Lorenzo Nannetti

    Nato a Bologna nel 1979, appassionato di storia militare e wargames fin da bambino, scrivo di Medio Oriente, Migrazioni, NATO, Affari Militari e Sicurezza Energetica per il Caffè Geopolitico, dove sono Senior Analyst e Responsabile Scientifico, cercando di spiegare che non si tratta solo di giocare con i soldatini. E dire che mi interesso pure di risoluzione dei conflitti… Per questo ho collaborato per oltre 6 anni con Wikistrat, network di analisti internazionali impegnato a svolgere simulazioni di geopolitica e relazioni internazionali per governi esteri, nella speranza prima o poi imparino a gestire meglio quello che succede nel mondo. Ora lo faccio anche col Caffè dove, oltre ai miei articoli, curo attività di formazione, conferenze e workshop su questi stessi temi.

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