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    Anno nuovo, vecchi problemi

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    Il 2013 potrebbe essere l’anno buono per la Conferenza per la creazione di una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Programmata per il 2012, è stata rimandata al 2013 dopo molte esitazioni. Ma il progetto di una zona libera da armi di distruzione di massa non è per nulla una novità: in questo primo articolo sul tema, andiamo a ritroso nel tempo, per approfondire la travagliata storia di questa proposta

     

    L’ESORDIO – Non da subito si ipotizzò di costituire una WMDFZ (Weapons-of-Mass-Destruction-Free-Zone); nel 1962, il Comitato per la Denuclearizzazione del Medio Oriente, un gruppo di studiosi israeliani, avanzò l’idea di una zona libera dalle sole armi nucleari come soluzione alle “minacce a Israele e alla pace nel Medio Oriente”. Una formalizzazione della proposta si registrò però soltanto nel 1974, quando, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Iran ed Egitto presentarono la risoluzione 3263 e videro approvarla a larga maggioranza.

     

    LO STALLO – La proposta di una NWFZ (Nuclear-Weapons-Free-Zone) nel Medio Oriente fu da allora annualmente approvata in sede ONU e, dal 1980, Israele si unì al resto degli Stati, permettendo così l’adozione della proposta non più tramite voto formale, bensì tramite consensus. Ma alle “parole” non sono sinora seguiti i fatti: nonostante le annuali approvazioni del progetto nulla si è mai mosso sul campo e gli unici contributi sono stati studi e papers sulle possibili modalità di concretizzazione della zona libera da armi nucleari.

     

    I MAGNIFICI ANNI ’90 – L’evoluzione del progetto in WMDFZ avvenne nel 1990, anno in cui il presidente Egiziano Hosni Mubarak decise di collegare il disarmo nucleare della regione a quello chimico e biologico. Questa iniziativa era dovuta alla consapevolezza di Mubarak che il disarmo in anche una sola delle tre citate categorie di armi non convenzionali era inesorabilmente collegato a quello nelle altre due, per via delle dinamiche di sicurezza che coinvolgevano, e coinvolgono tuttora, gli attori regionali. Infatti, gli arsenali chimici egiziano e siriano svolgono una funzione cautelativa nei confronti dell’arsenale nucleare israeliano: l’eccezionalità nella regione del nucleare israeliano ha spinto Damasco e Il Cairo a dotarsi di armi non convenzionali che, sebbene non devastanti quanto l’arma nucleare, potessero creare una situazione di deterrenza nei confronti di Tel Aviv. Un ulteriore prova del legame che gli Stati Arabi avvertono tra i vari arsenali non convenzionali della regione è dato da quanto avvenne nei primi anni ’90 presso la Conferenza sul Disarmo in sede ginevrina: in questi anni si stava portando alla chiusura il negoziato per la Convenzione per la Proibizione delle Armi Chimiche e fu quando il consenso sul testo era quasi raggiunto che Siria ed Egitto vincolarono la propria adesione al trattato all’adesione israeliana al NPT; il risultato è stato la mancata adesione egiziana e siriana alla nascente Convenzione e l’assenza di adesione israeliana al bando del NPT. Dunque, se da un lato la proposta egiziana coglieva un aspetto fondamentale delle dinamiche di sicurezza in Medio Oriente, dall’altro riduceva notevolmente le possibilità di accordo su di un regime di proibizione e verifica degli arsenali non convenzionali. Nel 1992 si lavorò affinché si potesse tenere una Conferenza che parlasse del controllo degli armamenti nella regione sotto gli auspici del Arms Control and Regional Security Group, un organo regionale multilaterale creato durante la Conferenza di Madrid del 1991; tuttavia nel 1992 non ci fu alcuna conferenza per via del disaccordo tra Egitto ed Israele sull’agenda dei lavori, diatriba che fece arenare definitivamente i colloqui già minati alla propria base dall’assenza di Iraq ed Iran. Ultimo accorato richiamo alla cooperazione in quegli anni si ebbe in seno alla Conferenza di Revisione del NPT del 1995, ma all’invito a effettuare passi concreti per un accordo sulla WMDFZ non seguirono i fatti.

     

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    NEL NUOVO MILLENNIO… – Il nuovo millennio si aprì con una nuova dichiarazione presa ancora in seno alla Conferenza di Revisione del NPT (Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari), tenutasi nel 2000. Qui si dichiarò che la risoluzione adottata nel 1995 “sarà valida sino a che i suoi scopi ed obiettivi non saranno raggiunti”. Le buone intenzioni dunque segnano anche gli anni 2000, ma nel decennio seguente la Conferenza di Revisione tutto tacque. Solo nel 2010, ancora durante una Conferenza di Revisione, si decide di approvare un documento indicante in particolare due decisioni: 1) il Segretario Generale delle Nazioni Unite e gli Stati promotori della risoluzione del 1995 (Stati Uniti, Russia e Regno Unito) vengono incaricati di convocare una conferenza nel 2012, in consultazione con gli Stati mediorientali; 2) deve essere individuato un facilitatore con il compito di organizzare la conferenza e di sostenere l’attuazione della risoluzione del 1995. Il facilitatore è stato in seguito individuato nella figura del Vice-Ministro agli Affari Esteri finlandese Jaakko Laajava e la Finlandia scelta come Paese ospitante. Ora però, con una dichiarazione resa il 23 novembre dagli Stati Uniti, la conferenza è stata posticipata a data da definirsi (forse in aprile 2013 secondo quanto affermato da Mosca il giorno seguente), per via della “situazione in Medio Oriente” e per, secondo i russi, l’assenza di diversi Stati interessati tra i quali Israele, a cui Laajava non è ancora riuscito a strappare l’assicurazione di partecipazione.

     

    Matteo Zerini

    Laureato magistrale in Relazioni Internazionali presso la Statale di Milano, frequento ora il master Science & Security presso il King’s College di Londra. Mi interesso soprattutto di quanto avviene in Europa orientale, Russia in particolare, e di disarmo e proliferazione, specie delle armi di distruzione di massa.

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