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lunedì 3 Agosto 2020
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    Speciale COVID-19

    Cosa sta succedendo in Mali

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    Dalla scorsa settimana la Francia è apertamente impegnata in una missione militare in Mali a sostegno del Governo di Bamako. L’intervento, inserito nella cornice delle Risoluzione n. 2085 dell’ONU, mira a evitare l’ampliamento del rischio jihadista nel Sahel occidentale, regione che versa in condizioni terribili. Tuttavia, il rischio principale è che i raid aerei non siano sufficienti a risolvere la questione, favorendo anzi una dispersione dei combattenti in un’area desertica ampia oltre 800mila chilometri quadrati: l’intervento di terra, però, potrebbe condurre a scenari difficilmente prevedibili

     

    I PRODROMI DELL’INTERVENTO – Il Mali è ormai sull’orlo del totale collasso da quasi un anno e mezzo. Alla fine del 2011, infatti, nelle terre dell’Azawad, la regione desertica nel nord del Paese, i tuareg si ribellarono al Governo di Bamako, reclamando il diritto all’indipendenza. Nel marzo 2012 le forze regolari maliane assunsero il potere, accusando il presidente Traoré di non essere in grado di gestire l’emergenza militare. In breve tempo il fronte tuareg, alleato con un’eterogenea coalizione islamista della quale erano parte Ansar Dine, Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e il Mouvement pour l’Unicité e le Jihad en Afrique de l’Ouest (MUJAO), riuscì ad avanzare verso Gao e Timbuctu, occupando ampi territori. Bamako precipitò nel caos, mentre dal nord furono riportati casi di applicazione della legge shariatica e di distruzione degli antichi monumenti di santi e re maliani, ritenuti esempi di idolatria. L’alleanza fra tuareg e islamisti, però, ha mostrato più volte segni di rottura, tanto che non sono mancati i casi di scontri tra le due fazioni. L’ECOWAS si è occupata della vicenda, dichiarandosi sin da subito pronta a un intervento, ma in realtà tergiversando tra incertezze politiche e rischio di allargamento del conflitto.

     

    FRANCAFRIQUE, SICUREZZA E URANIO – In quanto già potenza coloniale nella regione, la Francia continua a essere un punto di riferimento per i Paesi del Sahel occidentale. Nei mesi scorsi, Hollande non aveva nascosto la propria disponibilità a inviare un sostegno militare al Mali, avendo l’approvazione di ampia parte delle forze politiche, ma, al contempo, comprendendo la complessità di un intervento che avrebbe potuto innescare meccanismi imprevedibili. Giovedì 10 gennaio, conquistata dai ribelli la città di Konna, Parigi ha avviato le operazioni su richiesta del presidente Traoré, dopo aver consultato altri attori internazionali (Germania, Regno Unito e Stati Uniti) e aver avuto il riconoscimento che l’intervento fosse condotto in attuazione della Risoluzione ONU del dicembre scorso. Per essere più precisi, però, Hollande è stato forse costretto ad annunciare pubblicamente la missione dopo che lo stesso Traoré aveva citato la presenza di soldati stranieri nella battaglia di Konna. Di fronte al pericolo internazionale della creazione di una piattaforma jihadista nella regione, la Francia è intervenuta sia in quanto attore ancora primario nel Sahel occidentale – da ricordare il concetto di Françafrique – sia perché sono molto forti gli interessi transalpini in Mali, a cominciare dalle concessioni sull’estrazione di bauxite e uranio.

     

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    GLI ASPETTI LOGISTICI – La missione è attualmente condotta principalmente con l’impiego di forze aeree, ma in Mali sono stati dispiegati circa 550 soldati, quattrocento a Bamako e 150 a Mopti, un porto strategico sul fiume Niger. Anche l’ECOWAS ha confermato l’impegno a inviare un proprio contingente, pur senza ulteriori specificazioni, poiché solo il Burkina Faso ha allertato 500 uomini, mentre non è chiaro se sul campo siano già nigeriani e senegalesi. Hollande, comunque, non ha posto limiti di tempo all’intervento, dichiarando che esso sarà protratto «finché sarà necessario». Secondo alcune fonti francesi la fase attiva dell’operazione dovrebbe essere di 4-6 mesi, mentre gli analisti statunitensi propendono per un anno. Una maggiore lunghezza della missione, però, andrebbe a tutto vantaggio degli insorti e renderebbe le conseguenze umanitarie irreparabili. Parigi, infine, è riuscita a convincere l’Algeria a concedere il diritto di sorvolo del proprio spazio aereo all’aviazione transalpina.

     

    NOTE SULLE PROSPETTIVE – Il contesto rende necessario tener presenti tre punti. Innanzitutto il rischio che il Mali divenga davvero una fortezza jihadista nella regione: la diaspora di al-Shabaab, infatti, potrebbe favorire la creazione di un ponte dell’islamismo combattente dallo Yemen al Sahel occidentale, passando per Nigeria e Repubblica Centrafricana. In questo senso, ed ecco il secondo punto, un intervento a sostegno del Governo di Bamako era imprescindibile, ma, sebbene all’interno della Risoluzione n. 2085 dell’ONU, la Francia ha agito consultando solo alcuni dei maggiori attori internazionali e riproponendo gli schemi classici della Françafrique. Ad averne detrimento sono sia l’immagine della missione, facilmente identificabile da parte di alcuni osservatori quale intervento post-coloniale, sia la stessa comunità di sicurezza europea, del tutto superata dalla Francia. Da un punto di vista militare, il rischio è l’escalation: non sarà possibile, infatti, tenere sotto controllo una zona desertica di 800mila chilometri quadrati e “delimitata” da frontiere permeabili senza impiegare forze di terra. L’Azawad potrebbe divenire rapidamente il nuovo fronte jihadista, portando a compimento uno dei principali obiettivi di Al-Zawahiri, ossia lo spostamento in Africa della lotta islamista. L’impiego di raid aerei può favorire l’abbandono delle roccaforti da parte dei ribelli, ma non la loro sconfitta, poiché il deserto del Mali settentrionale offre riparo e vie di fuga in abbondanza. Si potrebbe pertanto assistere a un impiego costante di forze speciali, cosicché la priorità sarebbe la sicurezza delle frontiere, al fine di evitare il cosiddetto “effetto afghano”, cioè la creazione di reti per il trasferimento di veterani del jihad internazionale.

     

    Beniamino Franceschini

    redazione@ilcaffegeopolitico.net

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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