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mercoledì 23 Giugno 2021

Africa, cosa si cela dietro al bracconaggio

In breve

  • La legislazione vigente a protezione delle specie protette non è sufficiente per frenare attività criminali come il bracconaggio.
  • I prodotti dominanti sul mercato nero di fauna e flora selvatica rimangono zanne di elefante, corna di rinoceronte, palissandro e squame di pangolino.
  • L’Africa registra un infelice primato: è il continente più colpito da pratiche di sfruttamento delle specie protette.
  • Il bracconaggio rappresenta una minaccia multidimensionale alla biodiversità, condizione fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo.

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Analisi – Il mercato di fauna e flora selvatica è a tutti gli effetti un mercato del crimine organizzato che continua a persistere sfruttando i vuoti legislativi lasciati dalla regolamentazione internazionale in materia e le lacune dei sistemi di sorveglianza soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. L’Africa, casa di molte specie carismatiche, è un continente sotto attacco, non solo ambientale.

IL QUADRO ISTITUZIONALE

Per stimare il fenomeno dei cosiddetti crimini di natura, fra cui l’attività di bracconaggio, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) ha utilizzato come parte dell’evidenza i dati relativi ai sequestri globali di fauna e flora selvatica effettuati dalle autorità competenti fra il 1999 e il 2018, rilasciando nel 2020 il secondo World Wildlife Crime Report. Come sottolineato dal report, con l’espressione “wildlife crime” si intendono le attività di prelievo e commercio di fauna e flora selvatica che non rispettano la legge nazionale in materia, implementata in ottemperanza della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). Procediamo con ordine. La CITES è un accordo internazionale fra Governi entrato in vigore nel 1975 con l’obiettivo di assicurare che il commercio internazionale non minacciasse la sopravvivenza delle piante e degli animali selvatici, regolandone il commercio di tutti i prodotti derivati. La Convenzione vanta un’estesa copertura in termini di specie animale (5.800) e di specie di piante (30mila) ed è stata firmata da 183 Paesi che devono attenersi ai doveri derivanti dall’accordo ricevendoli nella propria legislazione nazionale. Nonostante prima della sua entrata in vigore il commercio internazionale di flora e fauna selvatica fosse accessibile a tutti e privo di qualsiasi regola, molti dubbi permangono sull’effettiva efficacia della Convenzione, principalmente per tre motivi: in primo luogo, i milioni di specie non inserite nella CITES continuano a essere oggetto di attività illegali; in secondo luogo, se i prodotti non vengono trasportati oltreconfine, questi non godono di alcuna protezione in quanto non si tratterebbe di commercio internazionale; infine, e sulla scia del secondo punto, i mercati domestici di fauna e flora selvatica sono fuori dalla giurisdizione della Convenzione, dunque non è prevista alcuna sanzione per chi li pratica. Sarà forse per questo che, ad oggi, i crimini contro natura sono il quarto principale mercato criminale e ancora 7mila specie sono minacciate dal bracconaggio e dal commercio illegale.

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Fig. 1 – Un rinocerente privato dei corni dai bracconieri salvato e curato presso una centro veterinario a Bela Bela, a nord di Johannesburg, in Sudafrica

COMPRENDERE IL FENOMENO

Seppur difficili da interpretare singolarmente, i dati relativi ai sequestri hanno la capacità di fornire molte informazioni se aggregati con altri indicatori, favorendo una maggiore comprensione del fenomeno dei crimini di natura in termini di cosa, quanto, dove e a che prezzo viene commerciato. Grazie all’analisi di questi dati è stato, ad esempio, possibile comprendere che i mercati illegali di fauna e flora selvatica non corrispondono perfettamente alle categorie biologiche (alcuni mercati, infatti, commerciano specie differenti e, viceversa, alcune specie alimentano molteplici mercati) e che i prodotti dominanti nel mercato nero sono cambiati nel tempo. Seppur in lieve calo, a oggi è confermata l’infelice sopravvivenza a livello globale dei mercati di palissandro, di avorio, di corni di rinoceronte e di squame di pangolino ai quali si sono recentemente aggiunti in maniera preoccupante nuovi traffici riguardanti i rettili, i grandi felini e le anguille europee. È bene sottolineare che non tutti questi mercati sono interamente illegali: può accadere infatti che alcuni prodotti, sebbene prelevati illecitamente, si inseriscano in mercati legali contaminando l’offerta legittima di alcune industrie, come avviene per esempio con il palissandro e le anguille europee. Il traffico di avorio costituisce, poi, un capitolo piuttosto variegato: in alcuni Paesi, come USA e Regno Unito, è stato attutato un divieto quasi totale su esportazioni e importazioni di avorio, la Cina nel 2017 ne ha vietato il commercio fatta eccezione per quei prodotti classificati come “autentici oggetti di antiquariato”, mentre in Unione Europea è proibita la compravendita di avorio collezionato dopo il 1990. Non esiste, invece, alcun mercato legale di corni di rinoceronte e di squame di pangolino.

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Fig. 2 – Oltre 15 tonnellate di zanne di elefante sequestrate bruciate dalle Autorità kenyote nel Nairobi National Park nel 2015

AFRICA: CUORE DEL BRACCONAGGIO

Secondo le stime del World Wildlife Crime Report si parla di 157mila elefanti uccisi illegalmente in Africa tra il 2010 e il 2018, circa 17mila ogni anno, crimini da cui la più colpita è l’Africa australe. Il 75% dei rinoceronti viventi è invece concentrato nel solo Sud Africa dove si è registrato l’86% dei sequestri a livello globale da parte delle autorità e dove, secondo gli ultimi dati rilasciati, nel 2019 sono stati uccisi illegalmente 600 rinoceronti. L’Africa è il continente più preso di mira dai bracconieri e non è complicato capirne il perché: la combinazione della presenza sul territorio di molte specie carismatiche come l’elefante e il rinoceronte con la fragilità dei sistemi di sorveglianza (spesso corrotti) crea un terreno fertile per le attività di bracconaggio. È stato osservato che la corruzione è a tutti gli effetti un acceleratore dei crimini di natura, prendendo piede a ogni livello della catena di controllo e coinvolgendo molti attori diversi. In un report del 2018, l’OCSE, analizzando i dati sulla corruzione in Kenya, Uganda, Tanzania e Zambia per contrastare il traffico illegale di fauna e flora selvatica, ha concluso che a essere coinvolti non sono solo gli agenti di polizia, ma anche il personale amministrativo dei rispettivi Governi, una parte dell’esercito e una piccola percentuale di ranger. Non è un caso, infatti, che anche i dati relativi ai sequestri nel continente africano siano i più fragili se comparati con quelli delle altre regioni del mondo. Da non sottovalutare è, poi, la spirale criminale che lega le attività di bracconaggio ad alcuni gruppi terroristici africani: non è raro che il traffico illegale di avorio e di corni di rinoceronte venga utilizzato come mezzo per finanziare le milizie armate e per sostenere le campagne del terrore in certe zone del continente.

Fig. 3 – Infografica curata da Francesca Carlotta Brusa, autrice dell’articolo

L’ELEFANTE NELLA STANZA

È ormai un dato di fatto che le pratiche di sfruttamento eccessivo delle specie, fra cui il bracconaggio, rappresentino una minaccia diretta alla biodiversità, la seconda più significativa dopo la distruzione degli habitat per mano dell’uomo, andando a modificare la demografia, la riproduzione e le abitudini della flora e della fauna selvatica. Esistono degli studi secondo i quali l’uccisione degli elefanti da parte dei bracconieri contribuisce ai cambiamenti climatici. I pachidermi, infatti, calpestando gli alberi di altezza inferiore ai 30 centimetri, lascerebbero spazio alla crescita di arbusti più alti e grandi capaci di immagazzinare maggiori quantità di anidride carbonica che, in questo modo, non verrebbe rilasciata nell’ambiente e non contribuirebbe all’innalzamento delle temperature. Inoltre, diradando il sottobosco in maniera naturale, gli elefanti riducono il numero di piante nelle foreste, ma aumentano la disponibilità di acqua e di luce per le piante che rimangono e che, per questo, cresceranno più rigogliose e folte. La presenza degli elefanti nelle foreste del continente ne ha modificato la struttura e le capacità, apportando maggiore equilibrio all’ecosistema africano, equilibrio che andrà perso se questa “specie-chiave” continuerà a scomparire. Un altro aspetto riguarda invece le implicazioni del bracconaggio sull’ecoturismo, fonte di benefici e guadagni per le comunità locali e sostenitore della biodiversità. Un elefante lasciato nel proprio habitat vale circa 1,6 milioni di dollari in termini di entrate economiche derivanti dal turismo (circa 23mila dollari all’anno) di cui una parte viene reinvestita nelle comunità locali e nella conservazione della biodiversità, favorendo lo sviluppo soprattutto di quei Paesi in cui il turismo nelle aree protette contribuisce in buona parte al PIL nazionale. Ridurre l’impatto del bracconaggio sul nostro pianeta alla sola problematica ambientale significa, dunque, non voler vedere l’elefante nella stanza: la perdita di biodiversità è una questione economica, di sviluppo, di sicurezza globale e, non meno importante, di etica.

Francesca Carlotta Brusa

Photo by Frans Van Heerden is licensed under CC0

Francesca Carlotta Brusa
Francesca Carlotta Brusa

Francesca Carlotta Brusa, 24 anni, da Imola, Emilia-Romagna. Giovane laureata in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli a Roma, curiosa lettrice di geopolitica e appassionata di tematiche riguardanti l’agricoltura e lo sviluppo rurale. Amante dell’Africa, del cibo, dei cani e delle passeggiate, ma anche di un sacco di altre cose, fra cui gli Avengers e i libri che si basano su fatti realmente accaduti.

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