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    ‘Giocare’ alla guerra

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    Le recenti dichiarazioni di Hugo Chávez circa la possibilità di una guerra con la Colombia hanno suscitato scalpore e preoccupazione. Le minacce, che siano vere oppure no, sono comunque un duro colpo all’integrazione regionale

     

    CHIAMATA ALLE ARMI – Per chi non lo conoscesse, “Aló Presidente” è il programma televisivo che ha per unico protagonista il Presidente del Venezuela Hugo Chávez, che ad ogni puntata monopolizza per ore ed ore il piccolo schermo con monologhi fiume sugli ormai consueti temi: il socialismo, bolivarismo, l’avversione agli Stati Uniti. Nella puntata di domenica scorsa, tuttavia, il leader di Caracas si è spinto oltre alla tradizionale retorica, giungendo a paventare la possibilità di una guerra contro la confinante Colombia e invitando le truppe a prepararsi ad ogni evenienza.

     

    Trattasi di delirio o di un’ipotesi da prendere seriamente in considerazione? Probabilmente, come sempre, in medio stat virtus. Bisogna innanzitutto comprendere cosa c’è alla base di questa crisi dei rapporti bilaterali. I rapporti tra Colombia e Venezuela non sono mai stati idilliaci e sono peggiorati notevolmente da quando al potere nei due Paesi ci sono rispettivamente il più fidato alleato di Washington in Sudamerica, ovvero Àlvaro Uribe, e il più aspro critico, Hugo Chávez. Le relazioni si sono deteriorate ulteriormente nel corso di quest’ultimo anno, in seguito a reciproche accuse legate a dispute di frontiera implicanti il passaggio di persone e merci illecite (guerriglieri marxisti delle FARC appoggiati da armi provenienti dal Venezuela, infiltrazione di paramilitari colombiani, traffico di stupefacenti, ecc. Cfr. Venti di guerra da sud). Caracas è arrivata al punto di bloccare le importazioni dalla Colombia, penalizzando non solo quest’ultima ma anche sé stessa in quanto strettamente dipendente dalle merci in arrivo da oltre confine. Nelle ultime settimane, fatti poco chiari avvenuti in prossimità della frontiera che hanno portato all’uccisione di otto colombiani e due militari venezuelani.

     

    IPOTESI PLAUSIBILE? – Questi, dunque, gli antefatti che hanno portato Chávez a minacciare i propri vicini colombiani. Che, in tutta risposta, non hanno accettato di prendere parte all’escalation di violenza (per ora fortunatamente solo verbale) e si sono limitati a diramare un comunicato governativo ufficiale nel quale si afferma che “la Colombia non ha mai intrapreso né mai intraprenderà atti aggressivi” nei confronti di altri Stati.  Tuttavia, molte nazioni sudamericane hanno manifestato preoccupazione nei mesi scorsi per l’accordo militare stipulato dalla Colombia con gli Stati Uniti per la concessione a questi ultimi di sette basi sul proprio territorio, ufficialmente a scopi esclusivamente interni di lotta al narcotraffico e alla guerriglia di estrema sinistra. Inutile dire che le critiche più dure sono giunte proprio dal Venezuela, che non crede alla versione di Bogotá e ritiene invece che le basi siano il prodromo per un ritorno dell’ “imperialismo” statunitense nella regione. Chávez si è però trovato abbastanza solo nel lanciare questi attacchi, in quanto gli altri Stati della regione, Brasile in primis, si sono limitati ad esprimere delle perplessità e a chiedere dei chiarimenti sull’accordo militare. In più, va ricordato che il Venezuela è il grande sconfitto della crisi honduregna, risolta (anche se solo provvisoriamente, visto che la questione non è ancora chiusa) dalla mediazione degli USA: l’approccio oltranzista del caudillo di Caracas non ha pagato. Insomma, l’innalzamento della tensione nella regione fa dunque parte della strategia di Chávez di ottenere la leadership politica nella regione, o quantomeno di impedire che si formi un blocco omogeneo sotto l’egida del Brasile. Inoltre, va tenuto in considerazione il fatto che a primavera 2010 si svolgeranno in Venezuela le elezioni legislative: con un’economia in difficoltà per il calo del prezzo del petrolio e l’inflazione galoppante e un tasso di criminalità in continua crescita, il consenso attorno a Chávez si sta erodendo. La retorica bellicista, come molti esempi storici rivelano, può essere un utile “collante patriottico”  a disposizione di regimi autoritari in difficoltà.  Un intervento militare, alla luce di questa lettura dei fatti, rimane dunque un’ipotesi altamente improbabile, che va liberata dalla “tara” della tradizionale retorica aggressiva del Presidente venezuelano.

     

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    IMPLICAZIONI REGIONALI E INTERNAZIONALI – Una guerra tra Venezuela e Colombia scatenerebbe un vero e proprio pandemonio a livello quantomeno regionale: gli Stati confinanti (Brasile ed Ecuador in primis) non potrebbero certo rimanere inerti in caso di un conflitto aperto. Così come neppure gli USA, che per ragioni di alleanza non potrebbero esimersi dallo schierarsi al fianco di Bogotá. Al fianco di Caracas potrebbero schierarsi partner strategici ed economici come Russia e Iran, e in questo caso il conflitto assumerebbe addirittura proporzioni mondiali.

     

    Fermiamoci qui: la fanta-geopolitica non è il nostro pane. Occorre misurarsi coi fatti e le risorse in gioco e a disposizione degli attori: nessuno ha veramente intenzione di impegnarsi in una guerra, mentre è nell’interesse di Chávez, per le ragioni citate nel paragrafo precedente, tenere alta la tensione. Tale comportamento allontanerebbe ulteriormente il Venezuela dal Brasile, dove il Senato ha deciso di sospendere il voto finale per l’ammissione di Caracas nel Mercosur, ma potrebbe provocare anche l’allontanamento di alcuni partner “consolidati”: il boliviano Evo Morales ha criticato implicitamente le dichiarazioni dell’ “amico” Hugo, sostenendo che dovrebbe essere il popolo colombiano, e non una potenza esterna, a ribellarsi all’ “imperialismo a stelle e strisce”.

     

    In ogni caso, se il Venezuela proseguirà su questa strada, i progetti di integrazione regionale ad ampio spettro saranno destinati a nuovi fallimenti. A questo punto, la palla passa prima di tutto al Brasile: dopo il mezzo fallimento nella questione honduregna, Lula è chiamato a misurare le proprie ambizioni di leadership politica regionale, e globale, con questa nuova crisi. Se saprà risolverla con i mezzi della diplomazia, avrà vinto la partita; in caso contrario, Chávez potrà continuare a “giocare” pericolosamente alla guerra.

     

    Davide Tentori
    Davide Tentori

    Sono nato a Varese nel 1984 e sono Dottore di Ricerca in Istituzioni e Politiche presso l’Università “Cattolica” di Milano con una tesi sullo sviluppo economico dell’Argentina dopo la crisi del 2001. Il Sudamerica rimane il mio primo amore, ma ragioni professionali mi hanno portato ad occuparmi di altre faccende: oggi infatti lavoro a Roma presso l’Ambasciata Britannica in qualità di Esperto di Politiche Commerciali. In precedenza ho lavorato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dove mi sono occupato di G7 e G20, e a Londra come Research Associate presso il dipartimento di Economia Internazionale a Chatham House – The Royal Institute of International Affairs. Sono il Presidente del Caffè Geopolitico e coordinatore del Desk Europa

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