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    USA 2016, gioie e dolori del Super Martedì

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    Caffè Americano  Il Super Martedì si è concluso. Questi i risultati. Per i repubblicani, Donald Trump conquista Arkansas, Georgia, Virginia, Alabama, Vermont, Massachusetts e Tennessee. A Ted Cruz vanno Texas, Alaska e Oklahoma. Marco Rubio vince in Minnesota. Per i democratici, Hillary Clinton trionfa in Georgia, Virginia, Alabama, Tennessee, Arkansas, e Massachusetts, Texas e Samoa. Mentre il suo rivale, Berine Sanders, conquista Vermont, Oklahoma, Colorado e Minnesota.

    VALANGA TRUMP – Confermando i sondaggi, il miliardario newyorchese, Donald Trump trionfa in ben sette Stati, riuscendo ad imporsi soprattutto nei territori meridionali: ricchi di delegati e fondamentali per vincere la nomination. Adesso il magnate può concretamente sperare nella vittoria finale. Ma l’establishment del partito non sembra gradire molto. Tanto più che il fronte centrista appare drammaticamente debole: non soltanto colui che dovrebbe essere il suo rappresentante, Marco Rubio, ha ottenuto nel Super Martedì un risultato quasi catastrofico (aggiudicandosi un solo Stato e piazzandosi terzo in diversi territori), ma la compagine moderata soffre di un profondo frastagliamento. Il governatore dell’Ohio, John Kasich, si rifiuta di ritirarsi, mentre il governatore del New Jersey, Chris Christie, ha dato inopinatamente il proprio endorsement a Donald Trump. Ed ecco che allora comincia a circolare la voce, secondo cui Mitt Romney potrebbe scendere in campo. L’idea sarebbe quella di un federatore centrista che possa attuare ciò in cui Rubio sembra aver ormai miserevolmente fallito: fermare il fulvo magnate. Anche se non è chiaro quale apporto possa concretamente dare un politico che ha conosciuto già la sconfitta elettorale per ben due volte: nel 2008, in sede di primarie, e nel 2012, alla general election.

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    Fig. 1 – Ted Cruz sembra essere rimasto l’ultima speranza dell’establishment repubblicano per contrastare il “ciclone” Trump 

    CRUZ È VIVO – Occhio poi a Ted Cruz. L’ultraconservatore evangelico non ha trionfato soltanto nel suo Texas (Stato di cui è senatore) ma anche in Oklahoma e Alaska. E’ vero: questi ultimi non sono territori di decisiva importanza ma simili vittorie testimoniano comunque come Cruz sia ancora in vita e  abbia tutta l’intenzione di mettere i bastoni tra le ruote al miliardario newyorchese. E difatti, non ha perso tempo per riprendere ad attaccarlo, tacciandolo di essere un conservatore fittizio. Trump, dal canto suo, non può ignorare il pericolo di Cruz e proprio per questo nelle ultime settimane ha iniziato una parziale virata al centro su diverse tematiche (come la sanità), per distanziarsi maggiormente dal rivale ultraconservatore. Ma la sfida rimane aperta. Anche se il punto fondamentale sta nel fatto che Trump sembri capace di attrarre voti trasversali (dai laici ai più religiosi), mentre Cruz apparirebbe eccessivamente schiacciato sulle posizioni degli evangelici (ricalcando un po’ quello che fu il ruolo di Mike Huckabee nel 2008 e di Rick Santorum nel 2012).
    La situazione in termini di delegati è al momento la seguente: 316, Trump. 226, Cruz. 106, Rubio. Il quorum necessario per conquistare la nomination è di 1.237. Proprio per questo si rivelerà adesso decisivo uno Stato come la Florida: dove non soltanto sono messi in palio numerosi delegati ma il sistema della loro attribuzione è quello uninominale (il cosiddetto winner takes all). E al momento, i sondaggi vi danno Trump in testa al 40%, con buona pace di Rubio (che del Sunshine State è senatore), attualmente inchiodato al 20.

    IL TRIONFO DI HILLARY – Hillary Clinton vince in Georgia, Virginia, Alabama, Tennessee, Arkansas, e Massachusetts, Texas e Samoa. L’ex first lady conferma dunque la sua forza negli Stati meridionali, in particolar modo tra le minoranze etniche. Hillary si prepara adesso ai prossimi appuntamenti elettorali da una posizione di netto vantaggio, sperando di sfruttare adeguatamente la spinta di queste vittorie. Bernie Sanders tuttavia non cede. E sfatando previsioni sfavorevoli, riesce a conquistare comunque quattro Stati. Si tratta di territori tendenzialmente a maggioranza bianca: fattore che mette nuovamente in luce la sua strutturale incapacità di attrarre i voti degli afroamericani, scontando al contempo una scarsa notorietà mediatica negli Stati meridionali. Brutte notizie, soprattutto pensando a uno Stato importante come la Florida, in cui il voto delle minoranze risulta storicamente fondamentale.

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    Fig. 2 – Hillary Clinton è avviata verso la nomination democratica

    La situazione in termini di delegati è al momento la seguente: Hillary in testa a quota 1.000. Segue Sanders con 349. Il quorum per vincere la nomination è qui di 2.382. Attenzione però, non è tutto oro quel che luccica. 457 dei delegati di Clinton sono superdelegati (che non dipendono dai voti popolari ma dal partito democratico). Laddove, i superdelegati a favore di Sanders risultano al momento 22.

    Stefano Graziosi

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    Le importanti primarie della Florida si terranno il 15 marzo [/box]

    Foto: cornstalker

    Stefano Graziosi
    Stefano Graziosi

    Nato a Roma nel 1990, mi sono laureato in Filosofia politica con una tesi sul pensiero di Leo Strauss. Collaboro con varie testate, occupandomi prevalentemente di politica americana. In particolare, studio le articolazioni ideologiche in seno al Partito Repubblicano statunitense.

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    1 commento

    1. Bah, l’elettorato medio americano deve essere proprio incavolato.
      Alla fin fine meglio un intransigente come Trump che una intrigante come la
      Clinton.
      Ma per noi servi non cambierà un granchè.

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