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    Ad un anno dall’operazione “Piombo Fuso”, Israele effettua altre incursioni nella striscia di Gaza. In Libano, intanto, un nuovo attentato sta facendo rialzare la tensione

     

    L’ANNIVERSARIO – Il 27 dicembre del 2008 l’Esercito israeliano si preparava all’inizio di quella che sarebbe divenuta l’operazione “Piombo Fuso”, una serie di attacchi via aerea, mare e terra che in circa tre settimane portò alla morte di circa 1.400 palestinesi nella Striscia di Gaza. Mentre ancora quella ferita rimane aperta tra gli abitanti della Striscia e, nonostante tutto, Hamas non sembra essere stata sconfitta, anzi potrebbe aver riguadagnato consenso e ricostruito in parte il suo arsenale, il confine israelo-palestinese torna ad essere molto caldo. E così, ad un anno esatto dall’inizio di quella operazione (noi peraltro lo avevamo già preannunciato), il 26 dicembre scorso i soldati israeliani hanno commesso una serie di incursioni nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania, mirate a colpire alcuni militani di Hamas, uccidendo 6 palestinesi e segnando un record che non si raggiungeva proprio dalla fine di “Piombo fuso”: il più alto numero di vittime palestinesi in un giorno solo.

     

    I CONTORNI – Le incursioni del caso hanno nuovamente fatto saltare qualsiasi intento di accordo tra il governo Netanyahu (che, adesso, in un momento di debolezza interna che rischia di portare allo stallo politico del Paese, ha aperto alla rivale Tzipi Livni, proponendole un governo di unità nazionale, probabilmente con la speranza di potersi liberare dei membri più intransigenti e radicali dell’attuale governo) e Abu Mazen, a sua volta ormai quasi spogliato di qualsiasi reale autorità all’interno della popolazione palestinese. Ciò non è un fatto nuovo, ma preoccupa l’escalation cui stiamo di nuovo assistendo, soprattutto se messa in correlazione ad altri avvenimenti che stanno accadendo ai confini dello Stato di Israele. A Gaza, infatti, come dimostrato dalle ricorrenze per la nascita del movimento di Hamas, la popolazione non è ancora così contraria ad esere amministrata dal movimento islamico e i sostenitori sono ancora tanti; in Cisgiordania regna una sorta di caos (neanche tanto) calmo e Fatah non sembra essere in grado di dare la rappresentanza adeguata ai Palestinesi; in Libano il nemico numero uno di Israele, Hezbollah, fa parte del nuovo governo di unità nazionale e, in più, è stato ufficialmente autorizzato dal governo stesso (peraltro in odore di riappacificazione con la Siria, dopo il viaggio compiuto a Damasco dal Primo Ministro filo-occidentale Saad Hariri) ad imbracciare le armi e ricorrere al proprio arsenale ed esercito privato, in caso di “aggressione nemica”, con chiari riferimenti proprio ad Israele.

     

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    TORNA IL TERRORE A BEIRUT – E’ in questo clima che due giorni fa a Beirut un’autobomba è esplosa nel distretto di Haret Hreik, provocando la morte di almeno quattro persone, tra cui due rappresentanti di Hamas, come confermato Osama Hamdan, il capo rappresentante di Hamas a Beirut. Cosa vuol dire tutto ciò? Almeno due cose: che Hamas è in costante contatto con i propri punti di riferimento nella capitale libanese (leggi Hezbollah e, forse ancora più preoccupante, i numerosi campi profughi palestinesi presenti in Libano, su cui le autorità libanesi non hanno diritto di amministrazione), proprio in un momento nuovamente così delicato per i rapporti tra Libano ed Israele da un lato e tra Israele e Palestinesi dall’altro. Inoltre qualcuno sta tentando di alzare il tiro, aspettando che da parte di Hamas o Hezbollah si arrivi ad una reazione che possa scatenare nuove violente repressioni da parte dello Stato di Israele. Lo stesso Walid Jumblatt, capo della comunità drusa libanese e accanito oppositore di Hezbollah, ha condannato l’attentato come possibile opera dei Servizi Segreti israeliani, a riprova delle tensioni che si vivono anche in Libano. Del resto, non si può nemmeno escludere che sia in atto una sorta di strategia della tensione da parte degli stessi movimenti di resistenza ad Israele, atta a provocare un attacco di Tel Aviv, per poter condannare Israele a livello internazionale ed ottenere consensi sul piano interno.

     

    SCENARI PERICOLOSI – Da tempo sia Hamas che Hezbollah sembrano essere pronte ad una nuova guerra contro Israele e, dal suo canto, lo Stato israeliano si sente accerchiato da un Libano con Hezbollah al governo insieme ai sunniti di Hariri, Hamas che sta riarmandosi e la Siria che, tramite il riavvicinamento proprio con il Libano, potrebbe costituire un appoggio importante per Beirut. La notizia dell’attentato di Beirut contro i membri di Hamas e degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non ha avuto molta eco in Occidente, ma in Medio Oriente sono proprio questi i piccoli segnali di una situazione che, pian piano, potrebbe degenerare e portare a conflitti regionali. Con il sistema di alleanze che si sta venendo a creare, però, un eventuale conflitto su piccola scala potrebbe presto allargarsi a tutti e tre gli attori coinvolti (oltre alla Palestina, appunto Libano e, non è escluso, Siria) e gli effetti sarebbero imprevedibili. Basti pensare che, dall’altra parte del Golfo Persico, vi è un Paese, l’Iran, che non sembra avere molto da perdere sia sul piano internazionale, che interno, e potrebbe essere disposto a tutto pur di ricompattare la propria popolazione intorno all’attuale dirigenza…

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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