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    Per la Casa Bianca la scelta della linea da seguire in Afghanistan è un vero e proprio dilemma. Washington attenderà il risultato del ballottaggio tra Karzai e Abdullah, mentre si moltiplicano le sfide da vincere contro i traffici criminali

    IL “FRONTE BIDEN” – A seguito delle richieste del Generale McChrystal, 40.000 uomini in più da destinare al fronte afghano, si sarebbe aperto a Washington un secondo fronte guidato dal vicepresidente Joe Biden e sostenuto da molti Congressmen Democratici, ansiosi di porre fine all’intervento statunitense in Afghanistan e di vedersi riconfermato il posto alle prossime elezioni nel 2010. Sia il vice di Barack Obama che molti parlamentari sostengono che riconfermare ed aumentare l’impegno statunitense in Afghanistan sarebbe uno sforzo eccezionalmente costoso e sanguinoso, oltre che inutilmente lungo. Senza contare che la vera minaccia per l’Occidente, secondo Biden, non sarebbe il paese intero, quanto più Al Qaeda, gruppo terrorista sparso in maniera disomogenea sul territorio e che ha inoltre subito gravi perdite durante gli attacchi aerei degli ultimi mesi. Proprio questo particolare potrebbe rivelarsi fondamentale e sembra poter essere il punto di forza della strategia presentata da Biden nelle scorse settimane. Continuare a tenere sotto pressione i gruppi di terroristi pianificando attacchi aerei mirati e ritirando al contempo le truppe di terra dispiegate sul campo: questa la possibile nuova strategia per l’Afghanistan ed il Pakistan, perché non bisogna dimenticare che alcune delle regioni di confine tra i due paesi sono de facto nelle mani dei terroristi o dei guerriglieri talebani.

    INEFFICIENZE E TRAFFICI CRIMINALI – E’ molto probabile che la Casa Bianca decida di non prendere decisioni così importanti fin dopo il ballottaggio del 7 novembre tra il presidente uscente Karzai, accusato di aver perpetrato brogli elettorali in tutto il paese per garantirsi la rielezione, e il Ministro degli Esteri Abdullah Abdullah, suo più temuto concorrente. Il governo afghano si è fin qui mostrato corrotto ed inefficiente, altra considerazione che a Washington negli ambienti governativi viene presentata spesso come parziale giustificazione per il ritiro delle truppe impegnate. In realtà però l’Afghanistan non è solo un problema di tipo strategico o militare. La pubblicazione dell’ultimo rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per le Droghe e il Crimine  (UNODC) riporta all’attenzione dell’intera comunità internazionale un problema che troppo spesso passa in secondo piano, schiacciato tra notizie di incremento delle truppe o nuove strategie per pacificare una regione lacerata da scontri e attentati. Il traffico di droga e la coltivazione dell’oppio sono tra i mali che affliggono l’Afghanistan da sempre, ma che sembrano essere diventati fenomeni in continua espansione nonostante le campagne lanciate dalle più svariate agenzie internazionali. Da quanto di apprende dal rapporto UNODC i signori della droga avrebbero infatti visto salire i loro guadagni dopo l’invasione delle Forze Armate statunitensi e delle missioni NATO. I talebani, infatti, guadagnano attualmente con la tassazione ed il traffico di droga una cifra che si avvicina ai 125 milioni di dollari all’anno. Un incremento notevole degli introiti se si pensa che dieci anni fa i capi talebani guadagnavano infatti tra i 75 e i 100 milioni di dollari imponendo illecitamente imposte sul commercio di droga. 

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    RICADUTE GEOPOLITICHE – Sebbene siano stati approntati i più svariati programmi per la lotta alla produzione di oppio e al traffico di eroina non sembrano esserci stati miglioramenti di sorta in passato e la situazione rischia anzi di divenire sempre più ingovernabile. I soldi legati al traffico di droga servono infatti a finanziare una miriade di gruppi combattenti, una sorta di esercito la cui struttura è sempre più complessa e le cui truppe sempre più sparse nella regione. Secondo lo studio UNODC i fondi raccolti con il narcotraffico servono a finanziare le forze ribelli del Baluchistan, regione del Pakistan, il Partito Islamico del Turkmenistan e il movimento indipendentista islamico dell’Uzbekistan. Il rafforzamento di cellule islamiche o movimenti estremisti nei paesi della zona potrebbero creare ulteriore instabilità, senza contare che gli stessi talebani riescono a finanziare le loro attività terroristiche in tutto il paese grazie agli introiti legati alla tassazione delle attività illegali. L’Afghanistan rischia quindi di trasformarsi in un fallimento strategico-militare che potrebbe avere pesanti ripercussioni lontano dai confini regionali. I progetti di tipo militare da parte degli Stati Uniti e della NATO serviranno a poco se non si riuscirà a bloccare un fenomeno che ha risvolti politici, economici e culturali di gran lunga più importanti. La Casa Bianca dovrà quindi decidere quale sarà il futuro impegno statunitense, nel paese in primo luogo e successivamente nella regione, senza dimenticare che la pianificazione strategica dovrà essere supportata da programmi a lunga scadenza, di tipo economico e socio-culturali. 

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    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

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