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sabato 18 Settembre 2021

Siria, i cauti passi filo-americani di Erdogan

In breve

  • Erdogan ha chiesto all’Occidente di aiutare il proprio Paese a risolvere la guerra civile siriana,  cercando di parlare lo stesso linguaggio del Presidente americano Joe Biden.
  • I dossier su Kanal Instabul e sull’Ucraina sono alcune delle mosse turche per avvicinarsi sempre di più alla sponda americana.
  • In Siria, tuttavia, la situazione è più complessa e, per risolvere il conflitto, Erdogan dovrà scendere a patti anche con la Russia.

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In 3 sorsiErdogan cerca l’appoggio degli Stati Uniti e dei Paesi europei per risolvere il conflitto siriano. Ankara cerca sempre di più di presentarsi a Washington come unico argine all’espansionismo russo. Ma i giochi in Siria sono più complessi e, per questo, Erdogan si muove con molta più prudenza.

1. ERDOGAN INVOCA L’AIUTO OCCIDENTALE IN SIRIA

In un articolo di Bloomberg scritto in occasione del decimo anniversario del conflitto in Siria, il Presidente della Turchia Recep Tayyp Erdogan ha chiesto all’Occidente di aiutare il proprio Paese a risolvere la guerra civile siriana. Cercando di parlare lo stesso linguaggio del Presidente americano Joe Biden, il Presidente turco ha posto l’accento sulla necessità di salvaguardare la tutela dei diritti umani dalle angherie dell’esercito del regime di Bashar al-Assad. Nell’articolo – in cui non si cita mai la Russia – Erdogan ha cercato di richiamare l’attenzione dell’Unione Europea e degli Stati Uniti d’America muovendosi in due direzioni. Da un lato agitando il pericolo di nuove ondate migratorie – esattamente come nel 2015, quando l’Unione Europea pagò la Turchia per trattenere dentro i propri confini i profughi siriani – e ponendosi come argine a possibili infiltrazioni terroristiche dal fianco sud-est della NATO. Dall’altro lato dichiarando di essere in sintonia con la ritrovata attenzione verso la protezione della democrazia e dei diritti umani dell’Amministrazione Biden e cercando, quindi, di ergersi come “difensore degli innocenti” e come garante della stabilità. Nelle conclusioni dell’articolo, infatti, Erdogan invita Biden a “rimanere fedele alle promesse della sua campagna elettorale” al fine di “difendere la democrazia“, segnalando in questo modo all’alleato americano di poter contare su Ankara anche in ottica di tutela degli interessi USA.

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Fig. 1 – Recep Tayyip Erdogan, il presidente della Turchia, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, Washington, USA

2. KANAL ISTANBUL E UCRAINA: LE MOSSE DI ANKARA PER AVVICINARSI AGLI USA

I segnali di Ankara per cercare il sostegno di Washington sono molteplici. Uno dei primi passi riguarda l’approvazione da parte della Turchia dei piani di sviluppo del Kanal Istanbul, avvenuta il 27 marzo. Il progetto, una volta terminato, potrebbe avere dei risvolti geopolitici molto importanti per gli Stati Uniti. Il passaggio nello Stretto, infatti, è oggi regolato dalla Convenzione di Montreaux, che permette lo stazionamento nel Mar Nero alle navi militari di Stati che non sono rivieraschi solo per 21 giorni. Con la costruzione del canale cadrebbe questa limitazione, con la possibilità per le navi americane di stazionare più a lungo a un passo dai confini della Federazione Russa. Un piano che si porrebbe in controtendenza con la tradizionale politica dell’equilibrio perseguita da Ankara nella regione, determinando un forte posizionamento filoamericano del Paese anatolico. L’altra mossa di Erdogan, pensata in ottica filo-Usa, è la vendita all’Ucraina dei droni Bayraktar TB2. Questi – fondamentali nel cambiare il corso della guerra in Libia in favore di Ankara – potrebbero essere un elemento decisivo nella deterrenza verso i separatisti filorussi nel Donbass, ma anche verso possibili, seppur difficili, piani di invasione di truppe russe in Ucraina. Scelte, quelle della Turchia in politica estera, che servono a segnalare agli Stati Uniti l’importanza di Ankara come attore geopolitico di riferimento nel contenimento di Mosca. L’obiettivo per la Turchia è anche quello di ottenere da Washington maggiori spazi di manovra in altri fronti dove Ankara è impegnata, Libia su tutti. 

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Fig. 2 – Un membro dei servizi di sicurezza curdi, noto come “Asayish”, in un punto di controllo nel quartiere di al-Tay della città nord-orientale di Qamishli in Siria

3. IN SIRIA IL GIOCO È PIÙ COMPLESSO

L’intervista di Erdogan segnala la volontà del Sultano di cercare una sponda negli Stati Uniti – coinvolgendo i Paesi europei in quanto satelliti dell’impero americano – per tutelare gli interessi turchi in Siria più che per cercare una soluzione al conflitto. Se finora la Turchia si è mossa di concerto con Russia e Iran (come nei colloqui di Astana) per trovare un equilibrio nel marasma siriano, adesso il cambio tattico di Biden verso un dialogo con l’Iran nella regione impone ad Ankara di aprire agli USA. Un segnale è arrivato proprio nella provincia siriana nord-occidentale di Idlib, dove Ankara è presente militarmente attraverso i suoi proxy del Syrian National Army (SNA), una coalizione di gruppi filo-turchi che si oppongono ad Assad. La Turchia in questi mesi sta spingendo affinché le correnti più estremiste, come l’ex branca siriana di al-Qaeda Hayat Tahir al-Sham (HTS), moderino la loro retorica radicale e si liberino delle fazioni jihadiste più intransigenti. Ci sono proprio stati dei contatti tra HTS e le milizie pro-Ankara del SNA per discutere sulla sicurezza delle zone ancora sotto controllo dei ribelli. Inoltre i toni usati da Erdogan nell’articolo – esortare l’Occidente a essere parte della soluzione in Siria “con il minimo costo e col massimo impatto” – ricordano le prime fasi della Guerra Fredda, quando il Paese anatolico offriva la propria sfera d’influenza ai leader americani per garantire i loro interessi nella regione. L’obiettivo di Erdogan in Siria, però, non parrebbe solamente intestarsi il ruolo di argine alle pretese internazionali del Cremlino. La strategia per la Turchia, infatti, impone di mantenere la fascia di sicurezza all’interno del nord della Siria per neutralizzare la minaccia posta dai curdi. Per far ciò Erdogan deve scendere a patti con Putin, entrato in Siria nel settembre 2015 e destinato a rimanerci, come illustra la volontà di ampliare lo scalo di Tartus. Un gioco di equilibrio, quello della Turchia, che anche in Siria mostra al tiepido alleato americano di essere in grado di infastidire i russi, ma che ha bisogno del loro consenso per tutelare la profondità strategica ottenuta lungo il confine turco-siriano.

Vittorio Maccarrone

Immagine di copertina: Photo by sulox32 is licensed under CC BY-NC-SA

Vittorio Maccarrone
Vittorio Maccarrone

Catanese di nascita, ho conseguito la laurea specialistica all’Università di Pavia (città d’adozione) in World Politics and International Relations con tesi sulla guerra in Siria. Durante il periodo accademico colgo l’opportunità fornita dal progetto Erasmus per ben tre volte: Atene e Budapest sono le mete che scelgo per due tirocini in organizzazioni internazionali e non governative, mentre Gent mi accoglie per il periodo di studio all’estero. Seguo molto sia la politica interna che quella estera. Nelle dinamiche internazionali pongo particolare attenzione al martoriato Medio Oriente. Sono un accanito sostenitore del Calcio Catania, un fervente amante dello sport, appassionato di fotografia, aspirante giornalista e sì… bevo una modesta quantità di Caffè giornaliera!

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