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lunedì 21 Giugno 2021

L’economia dei poveri

In breve

  • “L’economia dei poveri, capire la vera natura della povertà per combatterla” è un libro che vuole far riflettere in maniera concreta sul fenomeno della povertà, iniziando dallo sfatare alcune convinzioni erronee.
  • Povertà e fame sono sempre state viste come due metà della stessa medaglia: il problema è la quantità di cibo? I poveri vogliono effettivamente mangiare di più?
  • Prevenire è meglio che curare, ma non secondo i poveri. Diffidenza e limitato accesso all’informazione allontanano i più vulnerabili da soluzioni a portata di mano.
  • Anche quando i tassi di iscrizione scolastica sono elevati non significa che i tassi di alfabetizzazione lo siano altrettanto. Non perdiamo di vista la ricerca del talento.

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Analisi Nel libro “L’economia dei poveri” i Premi Nobel per l’Economia del 2019 Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo ci invitano a ripensare ancora una volta al fenomeno della povertà, problematica per molti insormontabile, ma che in realtà deve essere solo affrontata caso per caso. Combinando ricerca empirica e teorica, i due economisti ci descrivono le abitudini e le realtà dei poveri, spronandoci a porre le domande giuste e a trovare piccole soluzioni dal grande potenziale.

99 CENTESIMI

Nel libro “L’economia dei poveri, capire la vera natura della povertà per combatterla” i coniugi Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo, Premi Nobel per l’Economia nel 2019, elaborano un attento esame della vita economica dei più vulnerabili, tentando di non ricondurre i poveri a una serie di stereotipi o semplici slogan. Frutto di anni di ricerche, di interviste e di lavoro sul campo con attivisti di ONG, funzionari pubblici, operatori sanitari e istituti di microcredito, questo libro rappresenta il tentativo “di tessere una storia coerente che spieghi come vivono realmente i poveri”, persone che hanno i nostri stessi desideri e le nostre stesse debolezze, ma che, a differenza nostra, si devono confrontare con la difficoltà di vivere con soli 99 centesimi al giorno. In queste vite qualunque piccolo costo o piccolo ostacolo che la maggior parte di noi normalmente trascurerebbe si trasforma in una minaccia, in un problema concreto. Per questo motivo i due autori ci spronano a ripensare alla povertà, ancora una volta: abbandoniamo l’idea che sconfiggere la povertà sia un’impresa immane e cominciamo a pensare alla sfida come a un insieme di problemi concreti, che, una volta correttamente identificati e compresi, possono essere risolti uno per uno. Parlare dei problemi del mondo senza discutere di soluzioni praticabili porta alla paralisi anziché al progresso ed è per questo che è fondamentale ragionare sui singoli casi concreti e dare risposte specifiche, senza dimenticare che, in questa sfida, “la speranza è essenziale e la conoscenza cruciale”.

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Fig. 1 – Un gruppo di persone intento a fare acquisti in una strada a Metuge, nel distretto di Pemba in Mozambico

IL PROBLEMA DELLA FAME

All’insegna di questo proposito i due economisti si interrogano sulle cosiddette trappole della povertà, sull’efficacia degli aiuti internazionali e sulle politiche adottate dai Governi, rimarcando che ciò che conta non è tanto la provenienza del denaro, ma la sua destinazione: scegliere il giusto tipo di progetti da finanziare e capire come amministrali al meglio è la vera questione. Partiamo dal problema della fame. Per molti occidentali povertà è pressoché sinonimo di fame, convinzione suggellata (e istituzionalizzata) dalle Nazioni Unite, che nel 2000 hanno posto come primo Obiettivo di sviluppo del Millennio (MDG) l’eliminazione della povertà estrema e della fame. Non è sorprendente, quindi, che la maggior parte degli sforzi dei Governi per aiutare i più vulnerabili “si fondi sull’idea che questi abbiano disperatamente bisogno di cibo, e soprattutto di cibo in quantità”. Eppure, consapevoli che le più recenti carestie sono state causate non dalla mancanza di cibo, bensì da fallimenti istituzionali, non è questo che i due ricercatori hanno osservato nella realtà: nella maggior parte dei casi, infatti, le persone che vivono con 99 centesimi al giorno non sembrano comportarsi come se fossero affamate. Se così fosse i poveri spenderebbero ogni centesimo disponibile in cibo e calorie, ma i dati raccolti sulle condizioni dei poveri in diciotto Paesi indicano che gli alimenti rappresentano dal 36% al 79% dei consumi delle famiglie rurali e dal 53% al 74% delle famiglie urbane ed è stato dimostrato che la spesa alimentare aumenta in misura meno che proporzionale al crescere del reddito disponibile. Inoltre il denaro speso per l’acquisto di cibo non viene usato per massimizzare l’apporto di calorie (potenzialmente utili a migliorare la salute personale e la propria produttività sul lavoro), ma per acquistare alimenti più costosi e appetitosi, scelti unicamente sulla base del sapore e non per l’apporto nutritivo o per la convenienza del prezzo. Perché? Cosa c’è di più importante del cibo? I due autori partono dall’assunzione che i poveri sanno quello che fanno: se mangiando di più diventassero effettivamente più produttivi sul lavoro così da guadagnare uno stipendio più alto, molto probabilmente lo farebbero, ma non c’è ragione di farlo se i datori di lavoro non sanno che un lavoratore ben nutrito è più produttivo e se, inoltre, pagano a tutti lo stesso salario fisso (è dimostrato che nei giorni in cui lavorano a cottimo i lavoratori assumono il 25% di cibo in più). In aggiunta non è molto facile venire a conoscenza del valore e dei benefici che alimenti a base di iodio o di ferro apportano alla crescita e alla salute: sono differenze non molto pronunciate e dall’effetto a lungo termine, tanto da poter passare inosservate. Esistono, poi, beni più importanti del cibo: è ampiamente documentato che i poveri nei Paesi in via di sviluppo si spendano somme ingenti per matrimoni, doti, battesimi e funerali (non stupisce che il Re dell’Eswatini e il South African Council of Churches abbiano tentato di porre un limite alle spese per i funerali a partire dal 2002) e, in generale, è risultato evidente che si dia grande priorità a tutto ciò che rende la quotidianità più piacevole (un televisore o un cellulare), scegliendo di vivere il presente e di non sacrificarsi troppo per un futuro che non si sa immaginare. Tutto ciò non esclude comunque il fatto che i poveri abbiano problemi di nutrizione, ma è bene comprendere che questi riguardano per lo più la qualità del cibo e non la sua quantità: non è offrendo ai poveri maggiori quantità di cibo che li si convincerà a mangiare meglio, ma investendo sulle categorie che possono apportare reali benefici sociali (mamme in gravidanza e bambini) e individuando modi per arricchire gli alimenti considerati appetitosi con elementi nutritivi addizionali, nonché nuove varietà di colture nutrienti e gustose da coltivare negli ambienti più disparati (un esempio è la nuova patata dolce arancione ricca di beta-carotene introdotta in Uganda e Mozambico).

Fig. 2 – Grafico curato da Francesca Carlotta Brusa, autrice dell’articolo

IL PROBLEMA DELLA SALUTE

“Nonostante l’abbondante disponibilità di soluzioni a portata di mano, dai vaccini alle zanzariere, che potrebbero salvare molte vite a un costo irrisorio, le persone che utilizzano queste tecnologie di prevenzione sono pochissime. Gli operatori sanitari pubblici, che nella maggior parte dei Paesi hanno il compito di fornire servizi sanitari di base, vengono spesso ritenuti colpevoli di questo fallimento, ma molti di loro ribadiscono che utilizzare tali soluzioni a portata di mano sia molto più difficile di quanto non sembri”. Dei 9 milioni di bambini che ogni anno muoiono prima dei cinque anni, per circa uno su cinque la causa è la dissenteria. Esiste una soluzione che potrebbe salvare molti di questi bambini, ovvero una miscela reidratante orale a base di sale, zucchero e cloro (SRO), uno strumento di prevenzione molto efficace e praticamente gratuito, ma utilizzato da pochissime mamme, la maggioranza delle quali, invece, ritiene che la SRO sia un rimedio inutile e pretende una cura per antibiotico o per via endovenosa una volta in ospedale. In Zambia, grazie all’operato dell’organizzazione Population Service International (PSI) al prezzo corrispettivo di 0,18 dollari una famiglia di sei persone può acquistare soluzione al cloro in quantità sufficiente per purificare l’acqua utilizzata giornalmente e prevenire la dissenteria, ma solo il 10% delle famiglie ne fa uso. Lo stesso ragionamento vale per il problema della malaria: il caso del Kenya dimostra che, nonostante le zanzariere vengano messe a disposizione gratuitamente o a prezzi sussidiati, la domanda rimane molto bassa. Qualcosa non torna. Sarebbe sbagliato pensare che i poveri non abbiano a cuore la propria salute, perché, come dimostrano i dati raccolti nei diciotto Paesi di analisi, spendono una parte considerevole del proprio reddito per le cure mediche. Ma in che modo? Molto spesso i poveri scelgono cure costose anziché misure di prevenzione a buon mercato e tendono a evitare il servizio sanitario pubblico, preferendo la cura alla prevenzione. Molti dei vantaggi a basso costo, infatti, si ottengono grazie alla prevenzione, ma la tendenza dei Governi a complicare il sistema, gli alti tassi di assenteismo e la scarsa motivazione tra gli operatori sanitari pubblici ne impediscono il decollo. Le zanzariere e le miscele a base di cloro non vengono, però, distribuite dal Governo e anche quando le infermiere del servizio sanitario nazionale si presentano al lavoro, il numero dei pazienti non cambia. Una prima ipotesi, quindi, potrebbe essere quella secondo la quale la gente è soggetta a un effetto di “costo sommerso psicologico”: si è più propensi a usare qualcosa per la quale si è pagato un prezzo elevato. Ci si chiede: “Gratuito significa di scarso valore?”. Un’altra motivazione è l’accesso limitato alle informazioni: la maggior parte dei poveri non ha la conoscenza e la fiducia nel personale medico necessaria per comprendere che prevenire con una miscela a base di cloro è meglio che curare con iniezioni di antibiotici. Il tema dei vaccini rappresenta, poi, un capitolo a parte. I poveri sembrano disposti a intraprendere il processo di vaccinazione, ma non a completarlo (il tasso di vaccinazione completa non supera il 38%). Anche laddove i genitori sono pienamente convinti dei benefici, la valutazione è procrastinata sulla base di una valutazione che contrappone vantaggi futuri a costi certi immediati. Che fare? Secondo Abhijit V. Banerjee e Esther Duflo un punto di partenza naturale è erogare servizi di prevenzione gratuiti (o addirittura premiare le famiglie che ne usufruiscono) e rendere tali servizi un’opzione di default, così che chi vuole procedere diversamente è costretto a impegnarsi attivamente per trovare un’alternativa. Bisogna scoprire i “pungoli” adatti al contesto dei Paesi in via di sviluppo.

Fig. 3 e Fig. 4 – Grafici curati da Francesca Carlotta Brusa, autrice dell’articolo

IL PROBLEMA DELL’EDUCAZIONE

L’aspetto forse più bizzarro relativo al mondo dell’istruzione è che il problema dell’apprendimento non assume un ruolo di primo piano nelle dichiarazioni internazionali. Gli Obiettivi di sviluppo del Millennio non specificano che i bambini dovrebbero imparare qualcosa a scuola, ma soltanto che devono completare un ciclo di istruzione di base. L’ipotesi implicita – spiegano gli autori – è che l’apprendimento scaturisca naturalmente dall’iscrizione a scuola, ma purtroppo le cose non sono così semplici. Aver reso l’istruzione primaria gratuita in diversi Paesi africani tra cui il Kenya, l’Uganda e il Ghana ha avuto un notevole successo, tanto che tra il 1999 e il 2006 i tassi di iscrizione alla scuola primaria nell’Africa subsahariana sono aumentati dal 54% al 70% e simili progressi si sono ottenuti con la scuola secondaria. Se però si indaga su ciò che effettivamente i bambini imparano a scuola si scopre che il tasso di assenteismo dei professori in Uganda è pari al 27% e che in Kenya il 27% dei bambini di quinta elementare non sa leggere un semplice paragrafo in inglese e il 23% un testo in kiswahili (le due lingue utilizzate nella didattica), mentre il 30% non sa svolgere una divisione. Le opinioni sono contrastanti: da un lato, secondo alcuni, questi risultati inglobano tutto ciò che c’è stato di sbagliato nelle politiche scolastiche degli ultimi decenni, sostenendo che la qualità dell’istruzione è bassa perché i genitori non se ne interessano abbastanza, coscienti del fatto che gli effettivi “rendimenti dell’istruzione” sono scarsi. Non servono politiche dell’istruzione: basta investire nelle imprese che richiedono forza lavoro qualificata, così da creare un fabbisogno di risorse istruite che spingerà i genitori ad avere a cuore la qualità dell’educazione dei propri figli. Dall’altro lato si ritiene che il Governo debba rendere finanziariamente vantaggioso per i genitori mandare i figli a scuola attraverso lo strumento dei trasferimenti monetari condizionati: offrire denaro alle famiglie a patto che i figli frequentino regolarmente la scuola. I due Premi Nobel affermano che, sulla base dell’osservazione di entrambi i fenomeni non c’è una ragione per la quale le strategie di domanda e offerta debbano escludersi a vicenda: tutta l’istruzione ha una sua utilità. Ciò su cui i due economisti si concentrano è piuttosto quella che loro chiamano la “maledizione delle aspettative” da parte di genitori e insegnanti sui risultati degli allievi. I genitori investono tutte le risorse di cui dispongono nell’istruzione del figlio che considerano più promettente piuttosto che distribuire l’investimento su tutti i figli, mentre gli insegnanti tendono a ignorare i bambini che rimangono indietro, valutando inutile l’insegnamento ai bambini appartenenti alle classi sociali più povere. Il risultato è un enorme spreco di talento. Fra tutti coloro che abbandonano gli studi tra la scuola primaria e il college e tra quelli che non iniziano nemmeno a studiare, molti sono vittime di errori di valutazione: dei genitori che rinunciano troppo presto, dei docenti che non si sforzano di istruirli o della loro stessa diffidenza. “La combinazione di obiettivi irrealistici, aspettative inutilmente pessimistiche e incentivi sbagliati per gli insegnanti impedisce ai sistemi scolastici nei Paesi in via di sviluppo di assicurare a tutti un insieme di competenze di base e individuare il talento”. Dunque – concludono gli autori – riconoscere che le scuole devono essere al servizio degli alunni che ci sono e non di quelli che forse vorrebbero avere potrebbe essere il primo passo verso la creazione di un sistema scolastico che dia a tutti i bambini un’opportunità nella vita.

Fig. 5 – Grafico curato da Francesca Carlotta Brusa, autrice dell’articolo

Francesca Carlotta Brusa

Rural Children in Malawi” by Widad_UCT is licensed under CC BY-SA

Francesca Carlotta Brusa
Francesca Carlotta Brusa

Francesca Carlotta Brusa, 24 anni, da Imola, Emilia-Romagna. Giovane laureata in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli a Roma, curiosa lettrice di geopolitica e appassionata di tematiche riguardanti l’agricoltura e lo sviluppo rurale. Amante dell’Africa, del cibo, dei cani e delle passeggiate, ma anche di un sacco di altre cose, fra cui gli Avengers e i libri che si basano su fatti realmente accaduti.

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