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    In Mali non è mica finita…

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    Il Mali è scomparso dai mezzi d’informazione italiani, eppure la guerra continua e, anzi, si prospetta l’inizio di una seconda e più delicata fase per la liberazione dell’Adrar degli Ifoghas, nel nord-est del Paese. Nel frattempo, resta ancora alta l’attenzione sul Niger e sulla rete dell’islamismo combattente nel Sahel.

     

     

    A che punto è la guerra in Mali?

    In un mese le truppe francesi, con la partecipazione del contingente composto da vari Paesi africani, hanno riconquistato gran parte del Mali settentrionale. Talvolta, l’avanzata degli alleati di Bamako non ha incontrato resistenza, come a Timbuctu, mentre in altre circostanze l’opposizione degli islamisti è stata più intensa. Adesso il fronte si sta spostando verso l’Adrar degli Ifoghas, un massiccio montuoso nel nord-est del Mali che si estende per quasi 250mila chilometri quadrati. La gestione dell’area sarà molto complessa, sia per la natura geomorfologica, che favorisce le imboscate, sia perché si suppone che vi siano tenuti prigionieri sette cittadini francesi. Dalla prima settimana di febbraio, l’Adrar degli Ifoghas – terra abitata da tuareg – è stato più volte colpito dall’aviazione transalpina, mentre sul campo le forze speciali francesi stanno agendo congiuntamente a quelle del Ciad. Tuttavia, le operazioni hanno subìto un rallentamento, proprio perché la conformazione della regione avvantaggia gli insorti, cosicché è più difficile individuare gli obiettivi da colpire. Nel frattempo, si sta prospettando un nuovo rischio: l’insubordinazione delle truppe maliane. L’8 febbraio, infatti, un gruppo di “Berretti Rossi”, un’unità speciale fedele all’ex presidente Touré (deposto nel marzo 2012) avrebbe attaccato una base delle forze governative a Bamako.

     

     

    Qual è la reazione degli islamisti?

    Il 9 febbraio, nei pressi di Gao, è stato compiuto il primo attentato suicida in Mali dall’arrivo delle truppe straniere, causando il ferimento di un soldato francese. Gli islamisti hanno dichiarato di aver disseminato mine antiuomo in vaste aree dell’Azawad, quindi hanno minacciato di intensificare il ricorso ad attacchi suicidi. Il pericolo è maggiore con l’avanzata verso l’Adrar degli Ifoghas, laddove sarebbe complesso limitare il fenomeno. Quanto agli sviluppi sul campo, la problematica maggiore per il contingente straniero è l’impossibilità di conoscere accuratamente il numero delle forze avversarie in campo, il loro armamento e le loro posizioni.

     

     

    È davvero probabile che la missione francese ceda il passo a un intervento dell’ONU?

    La Francia e gli Stati Uniti si stanno muovendo proprio per sollecitare il Palazzo di Vetro a rompere gli indugi. Parigi, che avrebbe già speso più di 70 milioni di euro per la “Opération Serval”, ha intenzione di cominciare il ritiro delle truppe già da marzo, prospettiva che, considerato lo stato dell’avanzata sull’Adrar degli Ifoghas, senza contromisure potrebbe vanificare quanto ottenuto. Hollande e Obama (quest’ultimo tramite il vicepresidente Biden) stanno cercando di convincere le Nazioni Unite ad assumere il controllo diretto delle operazioni militari, un’opzione che, tuttavia, andrebbe in senso contrario rispetto alla Risoluzione n. 2085 del 2012, la quale permetteva l’istituzione di una forza d’intervento africana. Il Mali, da parte sua, sarebbe contrario alla presenza di soldati stranieri nel sud del Paese, preferendo che essi fossero schierati per lo più a difesa delle frontiere settentrionali e occidentali. Hervé Ladsous, sottosegretario generale dell’ONU per le operazioni di peacekeeping, propenderebbe invece per l’invio di caschi blu (circa 8mila, quanti i soldati francesi, ciadiani e dell’ECOWAS attualmente impegnati in Mali) solo una volta conclusa “Serval”.

     

     

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    Fonte: Magharebia, licenza CC.

    Come mai si cita sempre più frequentemente l’eventualità di un ampliamento del conflitto al Niger?

    Innanzitutto è necessaria una premessa. Contrariamente a quanto spesso è affermato, in Mali non ci sono miniere di uranio e oro davvero importanti, poiché esse sono rispettivamente in Niger e Burkina Faso. Non è un caso se la Francia, dopo la vicenda di In Amenas, abbia deciso di inviare alcune unità delle forze speciali in Niger per garantire maggiore sicurezza ai siti estrattivi d’uranio. Poco prima, Washington e Niamey avevano sottoscritto un accordo per aumentare il numero di soldati statunitensi nel Paese, in vista dell’ampliamento della flotta di droni impiegati nella regione. Il Niger sta attraversando una crisi politica e sociale ormai pluriennale. Le classi dirigenti stanno perdendo sempre più legittimità di fronte a una popolazione economicamente in difficoltà. Oltretutto, manca il controllo del territorio, cosicché dal confine con la Nigeria transitano regolarmente traffici illeciti e miliziani anche collegati a Boko Haram. Senza un contrasto al rischio di collasso del Niger, non è da escludersi a priori lo spostamento della crisi verso il Sahel centrale.

     

     

    Perché alcuni osservatori affermano che la sconfitta degli islamisti in Mali potrebbe aprire scenari ancora più complessi?

    Il timore principale è l’ampliamento del raggio d’azione degli islamisti al resto dell’Africa nord-occidentale e all’Europa. I fatti di In Amenas hanno mostrato le potenzialità dei gruppi combattenti, cosicché l’innalzamento del livello d’allerta in Francia è apparso una misura pressoché automatica. Il ripiegamento degli insorti in Mali potrebbe favorire sia una diaspora verso i Paesi vicini (ecco la necessità dell’ermeticità delle frontiere), sia la creazione di formazioni simpatetiche con i miliziani dell’Azawad. Tuttora, infatti, non si conoscono con precisione le reti di collegamento dei movimenti dell’Islam combattente in Sahel.

    Beniamino Franceschini
    Beniamino Franceschini

    Classe 1986, vivo sulla Costa degli Etruschi, in Toscana. Laureato in Studi Internazionali e dottorando di ricerca in Scienze Politiche all’Università di Pisa, sono specializzato in geopolitica e marketing elettorale. Mi occupo come libero professionista di analisi politica (con focus sull’Africa subsahariana), formazione e consulenza aziendale. Sono vicepresidente del Caffè Geopolitico e collaboro al coordinamento del desk Africa. Ho un gatto bianco e rosso chiamato Garibaldi.

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