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mercoledì 20 Ottobre 2021

Microchip e sovranità europea

In breve

  • L’importanza geopolitica dei microchip ha portato l’Unione Europa a includere tale tecnologia all’interno della più ampia strategia di sovranità europea.
  • L’UE rafforzerà dunque tale segmento dell’industria europea tramite una combinazione di aiuti pubblici e attirando investimenti esteri.
  • Tuttavia, per varie ragioni di natura economica, tali piani potrebbero potrebbero non realizzarsi.

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AnalisiL’importanza geopolitica dei microchip e la debole posizione dell’Europa nella catena di valore internazionale ha portato l’UE a inserire tale settore tecnologico all’interno della più ampia strategia di sovranità europea. Tale concetto è stato sviluppato recentemente e ha l’obiettivo di raggiungere un maggiore livello di autonomia economica e tecnologica.

IL CONCETTO DI SOVRANITÀ EUROPEA E IL RUOLO GEOPOLITICO DEI MICROCHIP

Il deteriorarsi dell’ordine internazionale e una maggiore instabilità geopolitica hanno portato alcuni Paesi membri dell’Unione Europea a un riorientamento nella loro politica estera e allo sviluppo del concetto di sovranità europea. Nonostante manchi una chiara e univoca definizione e venga spesso confuso con il concetto di autonomia strategica, l’idea principale della sovranità europea è quella di rafforzare le basi economiche, tecnologiche e dunque politiche dell’Europa in modo tale da essere meno esposti a crisi esterne e meno dipendenti da altri Paesi, soprattutto dalle grandi potenze quali Stati Uniti e Cina. In pratica comporta una visione geopolitica più realista e meno liberale capace di rendere l’Europa più resiliente e autonoma, senza tuttavia rinunciare ai principi cardine del libero commercio e dell’ordine liberale internazionale a guida statunitense. Nonostante gli europei abbiano beneficiato immensamente dalla globalizzazione, infatti, negli ultimi anni e soprattutto durante la pandemia di Covid-19 sono state evidenziate forti dipendenze dell’Europa in certi settori strategici. In particolare, una carenza di microchip a livello globale sta causando ritardi e perdite finanziarie a varie industrie europee (e internazionali), soprattutto nel settore automobilistico. I microchip sono infatti estremamente importanti per l’economia in quanto, semplificando, permettono il funzionamento dei dispositivi elettronici. Per questa ragione si trovano quasi ovunque, dai telefonini, ai computer, ai televisori, alle asciugatrici sino alle automobili e agli impianti industriali. Anche i sistemi difensivi, quali aerei, navi e radar sono equipaggiati dai microchip, che acquisiscono in questo modo una certa importanza militare. Alcuni analisti si sono addirittura spinti a definire i microchip come il petrolio del XXI secolo, in quanto senza di loro sarebbe impossibile far funzionare l’economia moderna. Tuttavia la maggior parte della loro produzione è situata in Asia e in particolare a Taiwan, dove ha sede TSMC, il maggior produttore di microchip al mondo e l’unico, insieme a Samsung, capace di produrre i più avanzati chip a 7 e 5 nm. La posizione semi-egemone di Taiwan è problematica anche in relazione alle tensioni con la Cina e al desiderio di Pechino di riprendere il controllo dell’isola, che invece si definisce autonoma. Se tale prospettiva dovesse materializzarsi, la Cina acquisirebbe le capacità di produzione di Taiwan e un certo vantaggio economico e tecnologico. Considerando l’importanza economica, tecnologica e militare dei microchip e la loro produzione centrata nella sempre più turbolente regione asiatica, la loro rilevanza geopolitica non può essere messa in dubbio.

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Fig. 1 – Una fabbrica della taiwanese TSMC, colosso mondiale nella produzione dei microchip

I PIANI EUROPEI PER RIDURRE LA DIPENDENZA DA ALTRE POTENZE

Il ruolo dell’Europa nella catena di valore dei microchip è diminuito considerevolmente negli ultimi decenni. Un tempo leader insieme agli Stati Uniti, al giorno d’oggi l’Europa produce solo il 10% dei microchip a livello mondiale e nessuna delle sue aziende è specializzata nella fabbricazione dei chip a 5 nm. L’unico vero punto di forza dell’Europa è l’olandese ASML, il leader mondiale di macchine UAV, essenziali per la produzione stessa dei microchip di ultimissima generazione. Bruxelles e varie capitali europee hanno quindi deciso di intervenire per rafforzare la posizione dell’Europa nella catena di valore internazionale e ridurre la sua dipendenza dall’estero. Da qui l’inserimento di questo settore industriale all’interno della più ampia strategia di sovranità europea, in questo caso rinominata “sovranità digitale”. In particolare l’UE ha dichiarato di volere rafforzare la produzione continentale dei microchip e portare la percentuale dell’Europa dall’attuale 10% al 20% della fabbricazione mondiale. Per raggiungere tale obiettivo l’UE sta perseguendo principalmente due strategie. La prima consiste nell’attirare investimenti da parte delle principali aziende del settore, la taiwanese TSMC, la sudcoreana Samsung e la statunitense Intel, per costruire fonderie di microchip nel continente, incluse quelle capaci di produrre i più avanzati a 2 nm. Un approccio simile a quello adottato recentemente dagli Stati Uniti. Tuttavia mentre TSMC e Samsung pare non siano interessate al progetto, Intel si è espressa in maniera favorevole, a condizione però di ricevere sufficienti sussidi statali, visto l’enorme costo delle fonderie di microchip. La seconda strategia dell’UE consiste nell’aumentare gli investimenti europei diretti alle aziende locali. Tali investimenti verrebbero principalmente dal Recovery Fund, il 20% del quale è destinato all’innovazione digitale, per un totale di circa 140 miliardi di euro. In aggiunta la produzione di microchip potrebbe essere inserita all’interno dello schema pan-europeo ”Important Project of Common European Interest”, che permette allo Stato di aiutare più facilmente le aziende europee in certi settori definiti strategici, oltre che stabilire una maggiore collaborazione tra le imprese continentali. Ciò consentirebbe alle aziende interessate un rafforzamento tecnologico e produttivo.

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Fig. 2 – Un impiegato al lavoro in un impianto di semiconduttori della Globalfoundries in Germania

VANTAGGI E CRITICITÀ DELLA POLITICA EUROPEA

Tali piani rappresentano senza alcun dubbio un buon punto di partenza nell’irrobustimento dell’industria europea dei microchip. Il finanziamento di industrie locali e i potenziali investimenti di Intel potrebbero aumentare la produzione continentale e ridurre la dipendenza da altri Paesi nel medio-lungo termine. Tuttavia per varie ragioni simili piani sono già falliti in passato (vedasi il piano per sviluppare “l’Airbus dei semiconduttori”) e potrebbero fallire nuovamente. I Paesi europei infatti non sono gli unici a volere rafforzare la propria industria dei semiconduttori, in quanto altre nazioni quali Stati Uniti, Cina, Taiwan e Corea del Sud hanno espresso ambizioni simili e promesso di investire ingenti risorse. Le aspirazioni europee dovranno scontrarsi quindi contro un’acerrima competizione internazionale. Oltre ai finanziamenti iniziali sarà cruciale un continuo e sostanzioso supporto politico ed economico nel lungo termine. Tuttavia al momento non è ancora chiaro di preciso in che modo tali risorse verrebbero impiegate. Le discussioni sono in corso, ma è probabile che parte dei finanziamenti andrà a rafforzare principalmente la produzione di microchip per cui l’Europa possiede già un vantaggio relativo, quale quello per il settore automobilistico, ma la cui fabbricazione è stata in gran parte delocalizzata in Asia negli ultimi anni. Più controversa è la proposta per lo sviluppo di fonderie di microchip di ultima generazione, inclusi quelli a 2 nm. Le principali aziende europee hanno infatti espresso le loro riserve in merito, in quanto l’industria dell’elettronica e dei semiconduttori europea non pone le condizioni commerciali propizie a tale investimento. Ragione per cui TSMC e Samsung hanno finora rifiutato di investire nel Vecchio Continente, ma lo hanno fatto negli Stati Uniti, dove c’è una domanda commerciale per i microchip di ultima generazione. Anche se l’Europa dovesse costruire tale fonderia, uno sforzo paragonato alla realizzazione di un razzo per la luna dall’amministratore delegato di ASML Peter Wennink, il suo valore economico e geopolitico sarebbe limitato, in quando le aziende europee necessitano soprattutto di chip di dimensioni più grandi a 10-22 nm. Se proprio si volesse persistere nella produzione dei microchip di ultima generazione, l’UE dovrebbe prima di tutto concentrarsi sul rafforzamento del design dei microchip e dell’industria elettronica locale in modo da sviluppare un ecosistema economico e tecnologico ideale per la fabbricazione locale di tali microchip. Il rischio altrimenti è un altro fallimento pubblico e lo spreco di miliardi di euro.

Stefano Marras

Photo by Magnascan is licensed under CC BY-NC-SA

Stefano Marras

Laureato in Scienze Storiche presso l’Università di Bologna e in Relazioni Internazionali  all’Università di Utrecht in Olanda. Lavoro in Regno Unito e mi interesso principalmente di politica estera e di sicurezza in Europa.

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