utenti ip tracking
lunedì 21 Settembre 2020
More

    Speciale COVID-19

    L’India e l’emergenza coronavirus

    In 3 sorsi - Oggi l'India è tra le...

    Contagi, proteste e maltempo: i tanti guai della Corea del Sud

    In 3 sorsi - Il coronavirus sembra aver esacerbato...

    Il SURE dell’Unione europea a sostegno dell’occupazione

    In 3 Sorsi – La Commissione europea ha formalizzato...

    Il lungo inverno di Melbourne

    Analisi - Secondo appuntamento con un "Caffè agli antipodi"....

    Natale un mese dopo

    In breve

    Dove si trova

    Puoi leggerlo in 4 min.

    Foto da Betlemme, nel giorno di Natale. 30 giorni dopo, ecco il resoconto di chi ha scattato quelle immagini, che raccontano di un giorno di speranza in una terra che vive momenti davvero difficili. Una città santa che corre il rischio di rimanere un giorno senza fedeli

    LA VIGILIA – Per le stradine decorate da babbi natale e stelle comete si alzano melodie natalizie tra gli schiamazzi della gente e l’odore di falafel. È un miscuglio alquanto particolare di sensi e situazioni che va a creare l’atmosfera della vigilia di Natale a Betlemme, la città culla di Gesù. I numerosi pellegrini accorsi quest’anno osservano allegri e sereni la parata dei coloratissimi gruppi scout che animano la città marciando con i loro strumenti, ma gli abitanti cristiani della Betlemme sanno bene che la vera aria che si respira di solito non è quella che il mondo vede oggi attraverso le telecamere che affollano il centro. I poliziotti, disposti ad una distanza di pochi metri uno dall’altro per tutta la città, rimangono in guardia e la tensione sale all’apice con l’arrivo del Patriarca di Gerusalemme, Fouad Twal  (foto),  che viene scortato attraverso la piazza centrale fino alla Chiesa della Natività da un corteo di preti con tuniche bianche e libri di preghiere, e guardie del corpo con giacca nera e auricolare. Giudicando dalle misure di sicurezza, è chiaro che si teme qualche imprevisto. L’esistenza della comunità cristiana a Betlemme è infatti da tempo minacciata da diversi fattori. 

    NATALE TRA I CHECK POINT – Avvicinandosi a Betlemme da Gerusalemme si resta sempre impressionati quando tra una casa e l’altra si comincia a vedere il massiccio muro di cemento alto 8 metri che divide le due città. Questo “recinto” di separazione, o di difesa (definizioni sulle quali si sviluppa un dibattito tra la destra e la sinistra) è stato costruito nel 2002 dal governo israeliano, con l’obiettivo di limitare gli attentati provenienti dal West Bank. Da quell’anno gli attacchi sono notevolmente diminuiti, ma le polemiche contro il muro sono parte integrante dello scenario israeliano-palestinese. Questa divisione rende difficile il passaggio di persone e merci, e ciò ha influito enormemente sulla situazione degli abitanti di Betlemme. La città, un tempo meta di milioni di pellegrini che ogni anno portavano una certa prosperità economica, da dopo la costruzione del muro ha visto tempi bui per quanto riguarda il lato commerciale. Molti negozi gestiti da cristiani, venditori di souvenir e oggetti sacri, hanno dovuto chiudere le serrande, visto il numero sempre minore di turisti disposti ad attraversare i controlli del check-point per entrare a Betlemme, dove soldati Israeliani controllano i documenti e perquisiscono vetture e persone in entrata e soprattutto in uscita. Lo stesso destino spetta ai grandi alberghi, costruiti precedentemente alla costruzione del muro, che ora si mostrano vuoti e decadenti, nell’attesa dei pochi clienti che si presentano sporadicamente e solo per grandi occasioni come il Natale. Bernard Sabella, il Segretario Esecutivo  del Consiglio Ecumenico delle Chiese per il servizio ai rifugiati palestinesi del Medio Oriente dichiara ad Asia News che “i negozianti soffrono molto a causa della grave situazione economica. Uno di loro mi ha detto: Apro il mio negozio alle 9 di mattina e chiudo i battenti a mezzogiorno[…]. Non ci sono visitatori, né persone negli alberghi, né pellegrini”. Oltre ai problemi relativi ai visitatori in entrata, è importante considerare quelli degli abitanti di Betlemme che si vedono negato il diritto di raggiungere Gerusalemme; molti di loro in passato effettuavano scambi commerciali interurbani, ma ora la difficoltà con cui vengono assegnati i visti per uscire sono così tante che perfino i Cristiani di Betlemme che vogliono visitare i luoghi sacri della capitale devono rinunciare. La minaccia del muro però è qualcosa di concreto, contro cui molti si scagliano attraverso espressioni artistiche che sfociano in immagini e messaggi disegnati  sul serpente di cemento, ma da qualche parte c’è un’altra minaccia; qualcosa di intangibile, che  incombe sulla comunità cristiana e crea uno stato di continua insicurezza.

    content_283_2

    TENSIONI E FUGHE – Un ulteriore fattore che contribuisce allo stato di disagio deriva dalla consapevolezza da parte dei Cristiani palestinesi di non essere ben accetti dai gruppi fondamentalisti islamici che stanno aumentando la loro influenza in varie zone della Cisgiordania, così come in altre aree del mondo arabo. Anche questo fenomeno, in continua espansione, contribuisce a non far dormire tranquilli i Cristiani che vivono nel mondo arabo, che spesso preferiscono emigrare. La stessa Betlemme durante gli ultimi anni la città ha assistito all’arrivo di numerosi abitanti della Cisgiordania meridionale di credo islamico che, migrando a nord, hanno aumentato questo clima di tensione, che talvolta  in altre zone della West Bank sfocia anche in attacchi verso i cimiteri cristiani e le chiese. Qui la vita sociale per i cristiani è tutt’altro che semplice: non è insolito, infatti, trovare ingenti difficoltà nell’ottenere un posto di lavoro, per via del proprio credo. Questa situazione, legata ai disagi del muro a Betlemme, porta ad un vero e proprio esodo. Secondo le statistiche del New York Post, fino a 50 anni fa la comunità cristiana di Betlemme comprendeva il 70% della popolazione, mentre oggi si parla di un misero 15%, e i numeri sono in continua discesa. Secondo le stime della Fondazione Francescana per la Terra Santa, la presenza cristiana nella zona dovrebbe estinguersi nel giro di 60 anni.Betlemme è solo il simbolo di questo processo di fuga, ma il fenomeno riguarda tutta la Cisgiordania, la cui comunità cristiana che costituiva il 30% della popolazione totale prima della salita al potere di Yasser Arafat è scesa da 35000 a 25000 nell’anno 2002. I Palestinesi cristiani sono oggi solo l’8% della popolazione. 

    OLTRE LE DECORAZIONI – Il sindaco di Betlemme, Victor Batarseh  cammina apparentemente tranquillo nella piazza del centro, dove tra una parata e l’altra viene intervistato e fotografato, mostrandosi fiero della sua città che definisce “simbolo di pace”. Ma quali sono i suoi veri pensieri riguardo al futuro della culla di Gesù? Cosa aspetta a Betlemme una volta tolti gli addobbi per le strade? È destinata a diventare una città santa senza fedeli? I dati non auspicano i migliori auguri di Natale ai Cristiani che ancora la abitano. 

    Ruben Salvadori redazione@ilcaffegeopolitico.it

    Redazione
    Redazionehttps://ilcaffegeopolitico.net

    Il Caffè Geopolitico è una Associazione di Promozione Sociale. Dal 2009 parliamo di politica internazionale, per diffondere una conoscenza accessibile e aggiornata delle dinamiche geopolitiche che segnano il mondo che ci circonda.

    Articolo precedenteScontenti tutti
    Articolo successivoLegge ‘ad personam’, San Suu Kyi fuori

    Ti potrebbe interessareCORRELATI
    Letture suggerite

    LASCIA UN COMMENTO

    Inserisci qui il tuo commento
    Inserisci il tuo nome