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    Recensioni – Il film “The Darkest Hour”, uscito a gennaio nelle sale italiane, narra il momento più difficile della vita di Winston Churchill: la sua nomina a primo ministro sulla scia della disastrosa campagna di Francia. La pellicola copre un arco temporale che va dal 9 maggio al 3 giugno 1940 e si conclude con il famoso discorso di Churchill alla Camera dei Comuni

    IL CONTESTO

    Nella primavera del 1940 le operazioni belliche sul fronte occidentale, praticamente assenti fino a quel momento, divampano. In aprile le armate tedesche invadono Danimarca e Norvegia, assicurandosi così il controllo diretto o indiretto della Scandinavia. Il 10 maggio le forze di Adolf Hitler mettono in atto una veloce invasione del Belgio, del Lussemburgo e dei Paesi Bassi e il 13 maggio attaccano la Francia, passando attraverso le Ardenne e vanificando le difese francesi della Linea Maginot. Le forze alleate, schierate soprattutto nelle Fiandre, in previsione di una riedizione del Piano Schlieffen (fallito durante le prime settimane della prima guerra mondiale), furono tagliate fuori. In sole sei settimane la Terza Repubblica francese crollò di schianto sotto i colpi della Blitzkrieg (“guerra lampo”) tedesca. La prospettiva di una disastrosa sconfitta militare portò il Primo Ministro britannico, il conservatore Neville Chamberlain, alle dimissioni. Chamberlain era infatti ritenuto responsabile di una catastrofica gestione del conflitto e, soprattutto, di aver ceduto a Hitler, perseguendo la politica dell’appeasement (vedi il chicco in più) negli anni precedenti il conflitto. Winston Churchill, compagno di partito di Chamberlain, ma molto critico della linea accomodante di quest’ultimo nei confronti dell’espansionismo nazista, lo sostituì.

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    Fig.1 – Neville Chamberlain nel 1938, di ritorno dalla conferenza di Monaco, esulta per le promesse di pace di Hitler

    I DILEMMI DI CHURCHILL

    Il compito principale di Churchill, reso molto bene dal film, era essenzialmente capire se fosse possibile continuare a combattere in Francia. Una volta accertata l’irrecuperabilità della situazione sul campo, il nuovo primo ministro si concentrò sull’obiettivo di salvare almeno una parte dell’esercito britannico, intrappolato a Dunkerque, sulla costa francese, in previsione di una possibile invasione tedesca delle isole britanniche. Il corpo di spedizione britannico, circa 300mila uomini, costituiva infatti la quasi totalità dei militari di professione del Paese ed era stato equipaggiato con la grande maggioranza degli armamenti pesanti. La scelta di esporre le forze armate britanniche a un tale rischio, giudicata con il senno del poi, può sembrare poco saggia, ma non dobbiamo dimenticare che la maggioranza dei comandanti e dei politici alleati si illudeva che la seconda guerra mondiale sarebbe stata una sostanziale riedizione della grande guerra: trincee, poco movimento, minime avanzate, guerra d’attrito. In quest’ottica, la scelta di schierare tutte le truppe britanniche in Francia acquista pienamente senso.

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    Fig.2 – Il dittatore tedesco Adolf Hitler a Parigi nel giugno 1940, in una foto che diventerà un simbolo della vittoria tedesca sulla Francia

    CONTINUARE A COMBATTERE O CHIEDERE LA PACE?

    Il gabinetto di guerra britannico, di fronte alla prospettiva del crollo francese, della disfatta militare e della probabile distruzione dell’esercito, era profondamente diviso. Chamberlain e il Ministro degli Esteri Halifax, trascinati meno di un anno prima in una guerra da loro non voluta a causa della garanzia franco-britannica alla Polonia, premevano per aprire negoziati di pace con la Germania attraverso la mediazione (ovviamente interessata) dell’Italia di Mussolini. Dal film Chamberlain e Halifax non escono benissimo, ma dobbiamo ricordarci che all’epoca la situazione militare del Regno Unito sembrava disperata ed era comprensibile che si cercasse di “salvare il salvabile”. Churchill sembra così trovarsi in una posizione complicatissima, alle prese con una catastrofica sconfitta militare, la perdita del principale alleato e le divisioni nel suo Governo. Interessante è soprattutto la raffigurazione del ruolo degli Stati Uniti in questa fase del conflitto. Il Presidente USA Franklin Delano Roosevelt era sicuramente più consapevole della minaccia dell’espansionismo Germania nazista e del Giappone di quanto non appaia a prima vista dal film. Tuttavia, come evidenziato dalla pellicola, l’isolazionismo aveva contagiato opinione pubblica e Congresso, legando parzialmente le mani all’inquilino della Casa Bianca e, soprattutto, rallentando in modo potenzialmente decisivo i tempi dell’ingresso dell’America nel conflitto.

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    Fig.3 – L’ex primo ministro britannico Winston Churchill

    LO “SPIRITO DI DUNKERQUE”, LA RESISTENZA BRITANNICA E LA VITTORIA FINALE

    La svolta avviene con l’operazione Dynamo, che, architettata all’insegna del pessimismo e della disperazione, ha come esito l’evacuazione con mezzi di fortuna del corpo di spedizione britannico. Il film si conclude con il famoso discorso di Churchill alla Camera dei Comuni, tenuto il 3 giugno 1940. Il primo ministro britannico, sfruttando abilmente le sue doti oratorie, esorta il popolo britannico a resistere fino alla vittoria finale e chiede al Paese di prepararsi a combattere per respingere un probabile tentativo di invasione da parte della Germania. Per tutta l’estate del 1940 il Regno Unito condurrà una tenace e disperata resistenza per impedire alle forze tedesche di attraversare la Manica. La battaglia avrà luogo soprattutto nei cieli e l’incapacità della Luftwaffe di acquisire una completa e incontrastata superiorità aerea sulla Manica costringerà Hitler a rinunciare ai piani di invasione. La solitudine di Londra durerà ancora per quasi un anno. Nel 1941 infatti l’ingresso in guerra dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti d’America permetterà alla “Grande Alleanza” di rovesciare sulle potenze dell’Asse (Germania, Giappone e Italia) una potenza bellica con pochi precedenti nella storia dell’umanità, non lasciando scampo ai sogni hitleriani di un “Nuovo Ordine” europeo (e mondiale). Eppure, l’importanza della resistenza britannica non va sottovalutata: non solo costrinse Hitler a distogliere forze preziose dalle operazioni contro l’URSS, ma permise anche agli USA di disporre di un relativamente comodo punto di appoggio per invadere la “fortezza Europa” (evoluzione che Churchill aveva in qualche modo previsto, come dimostra il discorso finale alla Camera dei Comuni). Le congetture su quello che sarebbe accaduto se Churchill avesse ceduto alle proposte di trattative o se fosse stato sostituito da qualcuno più accomodante nei confronti di Hitler costituiscono uno dei grandi what if della storia, su cui dibattono esperti e semplici appassionati. Nel luglio 1945, subito dopo la fine della guerra in Europa, Churchill venne sconfitto, contro tutti i pronostici, dal laburista Clement Attlee, suo vecchio collega nel Governo di grande coalizione del periodo bellico. Lo statista britannico andò all’opposizione e riconquistò la carica di Primo Ministro nel 1951, per poi perderla definitivamente nel 1955, rimanendo un semplice membro del Parlamento fino al 1964, un anno prima della sua morte.

    Davide Lorenzini

    [box type=”shadow” align=”aligncenter” class=”” width=””]Un chicco in più

    L’appeasement (letteralmente “riappacificazione”, “accomodamento”) fu la politica adottata soprattutto dalla Gran Bretagna (ma seguita anche da una rassegnata Francia) per gestire le mire espansionistiche della Germania di Hitler. Uno dei suoi maggiori sostenitori fu Neville Chamberlain, primo ministro britannico tra il 1937 e il 1940. Il culmine dell’appeasement è rappresentato dalla conferenza di Monaco del settembre 1938, nella quale, pur di evitare una nuova guerra europea, la regione cecoslovacca (ma di lingua tedesca) dei Sudeti fu concessa a Hitler. Il fallimento di questa politica diventerà evidente nel marzo 1939, quando Hitler, violando gli accordi di Monaco, smembrò il resto della Cecoslovacchia, avanzando poi pretese pure su alcuni territori polacchi. Il discredito dell’appeasement spiega le ragioni per cui oggi questa parola ha un significato fortemente negativo. [/box]

    Foto di copertina di byophoto Licenza: Attribution License

    Davide Lorenzini
    Davide Lorenzini

    Sono nato nel 1997 a Milano, dove studio Giurisprudenza all’Università degli Studi. Sono appassionato di politica internazionale, sebbene non sia il mio originario campo di studi (ma sto cercando di rimediare), e ho ottenuto il diploma di Affari Europei all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) di Milano. Nel Caffè, al cui progetto ho aderito nel 2016, sono co-coordinatore della sezione Europa, che rimane il mio principale campo di interessi, anche se mi piace spaziare.

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